Il farmacista – parte prima

 

Con questo racconto a puntate, Cecilio Stazio ci terrà compagnia coinvolgendoci in una storia che si tinge di giallo e il cui protagonista è un personaggio arguto e stravagante.

 

Che strana la mia condizione, sono ammalato da quando sono nato. Ve ne sono molti come me, eppure ciò non cessa di essere strano. La peculiarità del mio caso consiste nel fatto che io, a differenza di molti, conosco la cura.

Guarire: è il pensiero che ogni essere su questa terra ha conficcato nel più profondo del cuore. Guarire da
cosa? Non si sa, ma guarire purchessia. Guarire: a patto di potersi poi ammalare di nuovo. Come quando, dopo una giornata impegnativa e stressante ci si consegna al sonno, per guarire da se stessi, e con il piacere, l’indomani, di ammalarsi di nuovo. Infatti guarire è rinunciare a qualcosa di sé, guarire del tutto è rinunciare a sé, per sempre. Guarire veramente: qualcosa di simile ad un sonno senza tempo.

Io conosco la cura, dicevo, e non è da tutti conoscerla, io sono un privilegiato che, purtroppo, non ha ancora la nobiltà d’animo necessaria a sostenere il proprio privilegio. E’ un fatto: qualcosa dentro di me non vuole guarire, e mi sussurra: la cura la sai, la applicherai domani e no, domani non sarà tardi, stai sereno. Abuso di questa fittizia certezza, che è come un tranquillante, una benzodiazepina. Io mi trovo bene con l’En, mi consente di dormire senza sonnolenza al risveglio. Viceversa il Lexotan mi rende la testa ovattata durante il giorno, e lo Xanax, per effetto paradosso, mi agita.

Per tutti quelli che, come me, non vogliono guarire, c’è la farmacia.

La farmacia, per quasi tutti, non è che un passatempo, una grande giostra di farmaci dai nomi invitanti, misteriosi, esotici, severi, in cui il proprio desiderio di non guarire si perde estasiato, rinnovandosi ad ogni acquisto, in un perpetuo gioco, fino alla fine, che pur accade, nonostante la sapienza che rimbomba dagli scaffali, dai camici, dalle prescrizioni.

Come resistere ad un farmaco dal nome “Nirvanil“? Deriva da Nirvana, un termine sanscrito che significa “estinzione”, ma non in senso negativo, bensì come pienezza di possibilità, come coscienza universale, sovra umana. Ebbene, assaggia questo Nirvanil e le tue pene si estingueranno, navigherai in un mondo di pienezza esistenziale. Questo evoca il nome del farmaco, benché non sia che un grossolano sonnifero, o ansiolitico se preferite, essendo la differenza, a parere di chi scrive, più di gusto letterario che di sostanza. E per chi non voglia giungere così in alto, perché non affidarsi al Serenase, questo termine quasi portoghese, che ci richiama alla mente la dolce “saudade”, un’appagata malinconia piena di senso del vivere, la serenità di chi è in dolce attesa, la soddisfazione di chi ha giustamente lavorato. E cosa importa, a chi non voglia guarire, che il Serenase non sia di fatto che un antipsicotico, cioè una medicina che deprime il sistema nervoso centrale per controllare stati di paranoia o addirittura schizofrenia? Che non porti in sé quel quanto di umanesimo, di “chi vuol essere lieto sia” di Magnifica memoria, senz’altro epicureo, che il nome promette? E per i più giovani o per chi, in un momento di nihilismo, voglia consegnarsi alla regina della notte, pur anche gravida di pericoli, cosa c’è di meglio che il moderno e risolutorio “Darkene“? Sembra quasi il nome di un eroe negativo di un fantasy con nani, draghi, e giovani vergini rapite, con quel tanto di cosmopolita che diverte i più trendy. Ehi, con quello fai punto e a capo, amico mio.

Già, noi che non vogliamo guarire conosciamo benissimo questa serie di equivoci, ma li reiteriamo beatamente, perché ci piace così, aver l’illusione di fare qualcosa ed in realtà non fare assolutamente niente.

Queste cose le sappiamo noi tutti, ma non solo noi, anche i farmacisti, o meglio qualche farmacista avveduto, o meglio ancora, colui che io penso sia “Il farmacista” per antonomasia. E’ importante, per noi malati, che il farmacista, ancora più del medico condotto o, peggio, dello specialista, sia una sorta di figura complice, qualcuno che accanto alla rigorosità della sua preparazione farmacologica affianchi una celata connivenza, una comprensiva disposizione d’animo, in una parola: che sia compassionevole. Che registri i nostri desideri per questo o quel farmaco con competenza, ma che non ci tolga l’illusione che quello che abbiamo scelto faccia meno al nostro caso di quell’altro più adatto. Certo: egli ce lo farà presente, ciò gli compete, ma con quel senso di arrendevolezza, quasi con un sospiro struggente, come a significare: cosa significherà mai questo o quel farmaco, nell’economia perfetta e nel mirabile ordine del cosmo?

Noi vogliamo un alleato, meglio ancora, noi vogliamo una madre accogliente, vogliamo tornare a quel senso di pienezza che avevamo dopo la poppata. E non importa che tutti quei farmaci, tutti quei nomi, benché lo promettano, non possano mai restituirci ciò che avevamo ma che abbiamo perso, che nemmeno ricordiamo più ma di cui abbiamo nostalgia. Lo sappiamo che, infine, tutte quelle sostanze sono latte cagliato da supermercato in confronto all’ambrosia che veniva dal seno materno e ci donava vita. Eppure questo è quanto, e quindi almeno sia la farmacia, e il farmacista, il teatro perfetto di ciò che non avremo mai.

Credete forse che la gente vada nella farmacia sotto casa, la più comoda, per fare acquisti?
Errore, non siete buoni osservatori. Noi malati cerchiamo la farmacia in cui si realizza meglio il nostro sogno di nutrimento, in cui l’inganno di guarigione è modulato in maniera più fine, più personalizzata. Guai se un farmacista ci dicesse: “Quel farmaco è inutile per lei”. Follia: ciò vorrebbe dire che ogni farmaco è inutile, e noi fuggiremmo terrorizzati da quel figuro che ci ha sbattuto in faccia che la guarigione, per noi che non la vogliamo, è avvenuta contro la nostra volontà. Come un cattivo padre che rivela al bimbo realtà inaccettabili per la sua giovane età.

No, un farmacista va scelto con cura, va messo alla prova, bisogna essere guardinghi, ed io consiglio sempre di avvicinarsi ad una nuova farmacia senza parer di nulla, acquistando magari un banale integratore salino, ma in pieno inverno, ed informandosi sulla reale necessità del medesimo, visto che d’inverno non si suda. Se otterremo la risposta: “E’ possibile che lei consumi più sali minerali rispetto agli altri, quindi non vedo perché non provare”, ecco, quel farmacista ha acquistato un punto. Gli altri prendano integratori salini d’estate, ma io, in quanto diverso dagli altri, li posso prendere anche d’inverno. Il mio caso è particolare, fuori dal coro, la mia unica costituzione è stata riconosciuta e preservata, mica siamo ad uno spaccio di salumi e formaggi, qui ogni caso merita la più assoluta cura, e di non essere contraddetto mai.

Dopo questo passo, si provi ancora ad acquistare un qualsiasi integratore, poniamo magnesio. Se il farmacista dirà: “Dalle sue analisi è risultata una carenza di magnesio?”, fuggire a gambe levate, l’empatia è impossibile sin da subito. Fosse un vero farmacista avrebbe risposto: “Certo, il magnesio è utile contro gli stati d’astenia ed inoltre coadiuva la trasmissione degli impulsi nervosi e modula l’assorbimento del calcio”. E se poi con un sorriso d’infinita pietà dovesse dirci: “Mi faccia sapere come si è trovato”, ecco che allora costui sarebbe un buon candidato per essere il vostro farmacista. Dipoi, si passerà alla richiesta di ansiolitici ed antidepressivi, senza prescrizione o con ricetta scaduta, antibiotici e quant’altro, e questo è il terzo e più probante test. Se risponderà:”Sarebbe necessaria la prescrizione, ma se lei ha già preso questo farmaco in passato…” ecco che in quei punti di sospensione, in quell’esitazione piena di compatimento e di umiltà di fronte al male complessivo del vivere, voi avrete trovato il vostro farmacista. Ve lo auguro di cuore, che voi possiate trovare il vostro farmacista così come io, tempo fa, dopo tanto doloroso peregrinare, ho trovato il mio.”

Dovete sapere che per trovarlo sono stato costretto a cambiare città. In una piccola città, giocoforza, ci sono poche farmacie. Non nego d’aver ottenuto qualche piccola soddisfazione in quella città ma ad un certo punto il gioco mostrava la corda e mi sono dovuto trasferire in una metropoli. Perché una metropoli? Beh, non solo per il fatto che le farmacie pullulino, ma anche perché ogni grande città (ma vale forse ancora la differenza fra metropoli e piccola cittadina, in merito a quanto vado narrando?) è un’arnia di api impazzite, una fucina di psicotici, un grand guignol di dolore esistenziale. Ebbene, una volta trasferitomi mi organizzai per verificare, nel giro di un mese, tutte quante le farmacie della città, secondo il piano che vi ho illustrato e soprattutto recandomici nelle ore più congeste della giornata, per mettere alla prova la reale pazienza e longanimità degli esercenti. Calcolai per il momento che tre uscite settimanali dovessero bastarmi, poiché da un canto avvertivo lo stress del cambio d’ambiente e dall’altro non volevo eccedere in delusioni che, purtroppo, con una ricerca come la mia abbondano. E sono cocenti. Ma il fato questa volta fu benigno e non dovetti, pensate, ricorrere ai miei test, alle mie valutazioni.

Tutto accadde velocemente, poeticamente.

Me ne stavo un giorno a conversare con una cara ragazza che ha un negozio vicino casa, parlando del più e del meno, allorquando si avvicinò una persona, la salutò, e rimase come in attesa di essere coinvolta nella conversazione. In anni più verdi, al posto del sorriso di circostanza e dell’infinita pazienza che oggi mi caratterizza, l’avrei guardata con espressione di alto rimprovero morale e le avrei sibilato: “Vattene”. Invece, al presente, non feci nulla, rimbrottato a mia volta dagli inevitabili colpi della vita che rendono, se non più ironici, senz’altro più malleabili. Ebbi così modo di osservarla, a lungo, mentre con sorrisi che sembravano sbuffi di dispnea s’accattivava la conversazione con la mia amica.

L’osservai: vi è un tipo di bruttezza fisica che rende nota anche un’opacità interiore. E non si trattava senz’altro di un volto da clown triste, corretto alla bell’e meglio da qualche impiastricciamento, e non dei seni anzitempo vizzi a forma di linguetta di busta ordinaria, bassi come le rotaie di un tram, non della complessione fisica del tutto disarmonica, del sedere largo e basso, ma di un complessivo senso di non vita, concepito senz’altro dalla disperata, ed inutilmente corretto da colori allegri; d’un modo di mettere, per così dire, la testa oltre la linea del corpo, che ricordava quello di una tartaruga. Una tartaruga, che sbuca dal nulla e poi si ritira chissà dove.

Nei miei sogni d’adolescente la donna, la femmina, è sempre stata un valore ispirante, un’imago ieratica, più da contemplazione che da contorcimenti amorosi. Potevo sostare ore sull’ovale di una bella ragazza, senza che mai mi passasse per la testa il pensiero di possederla. E questo tipo di donne qui, per contro, frantumano nella mia mente l’immagine foriera di vita più che biologica della donna. Ed è per questo che vorrei rincorrerle con un bastone, costringerle a scappare, e nel contempo chiedere: dov’è finita la tua femminilità? Perché madre natura, bella e crudele, ti ha ridotta così? Cos’hai fatto? E in fondo alle tue esitazioni, alla tua cortesia, al tuo modo di porti inerme, alla tua quasi balbuzie, al tuo chiosare il pensiero altrui in maniera sempre tautologica, non scoprirò forse la solita, identica presunzione che rende l’essere umano un riflesso abnorme di ciò che potrebbe essere? E perché, perché tu ora sei qui a ricordarmi tutto ciò? A ricordarmi che neanche tu, come me, vuoi guarire?

Queste riflessioni vennero bruscamente interrotte allorquando disse di doversi recare in farmacia. Pensai: questa volta ti seguirò senza bastone, chissà che tu non possa essermi utile. D’un tratto fui avvolto da una strana eccitazione, quasi un presentimento: come avrebbe trattata questa sfortunata il suo farmacista? Questa era la cavia perfetta per il mio esperimento, così presi commiato dalla mia cara amica e, a prudente distanza, seguii la malcapitata non fissandomi troppo sul suo modo di arrancare per il marciapiedi, ma sui miei ben più importanti scopi. Finché svoltammo e fummo di fronte ad una farmacia comunale di medie dimensioni. La poverina entrò e si diresse verso lo scaffale degli integratori dimagranti, situato a destra del bancone e si piegò in direzione di una scatola colorata. Operata l’inutile scelta, caracollò in direzione del bancone dove il farmacista, perfettamente eretto, l’attendeva con un’espressione neutra lievemente increspata da un benevolo, equilibrato sorriso. A quel punto entrai, rendendomi invisibile ed inudibile come un ninja, come so fare nei momenti di altissimo coinvolgimento emozionale, e in un lampo fui dietro di lei.

Oh, il modo d’incedere di quella donna!

Non solo claudicante, sghimbescio, scomposto, ma anche con qualcosa di strisciante, di sudicio. Senza meraviglia ci si sarebbe aspettati una striscia di muco, di bava di lumaca, dietro i suoi passi, lungo il lucido linoleum del pavimento, e so che anche il farmacista se lo sarebbe aspettato, ma lo so per una forma di telepatia, non che egli abbia tradito nella sua complessione espressiva il minimo cenno di disgusto che pure, di fronte ad una creatura consimile, ogni essere umano degno di tale nome è chiamato a provare. Giunta alfine al bancone porse la scatola della sua speranza nelle mani curate del farmacista il quale, chinando lo sguardo, registrò il prezzo e commentò: “Ottima scelta. Vede, questo integratore le sarà di sicura utilità poiché, oltre all’azione dello iodio contenuto nelle alghe, che aumenta il metabolismo basale, contiene anche glucomannano che si gonfia nello stomaco accelerando il senso di sazietà, ed inoltre il chitosano ha la proprietà di legarsi ai lipidi ed impedirne la digestione”.

Oh, signori, questa fu musica per le mie orecchie.

La malcapitata in questo mondo ascoltò queste parole con un senso di gratitudine e speranza che la rigidità della sua maschera facciale non poteva significare, e che perciò si espresse in un fremito d’eccitazione nel corpo e un leggero agitarsi di braccia lungo i fianchi, come fanno certi bambini quando ti guardano negli occhi e tremano di gioia come a dire: “Ehi, che si fa? Io sono qua!”. Pagò e fece per uscire, scivolando alla mia sinistra nell’esatto momento in cui io scivolavo alla sua destra, in un movimento calibrato come le reciproche orbite degli astri. Reggeva il sacchetto come si tiene per mano una figlia, ricettacolo di speranze, con dolcezza, e anche forse stringendolo un po’ troppo, come se gli effetti benefici del medicamento potessero per sortilegio volatilizzarsi. La voce benigna del farmacista l’accompagnò all’uscita con un : “Mi faccia sapere”, e quindi fui io al suo cospetto. Un uomo alto oltre la media, vicino al metro e novanta, sui cinquantacinque, di corporatura molto magra ma non segaligna né fiacca. Spalle proporzionate, su cui cascava un cardigan marrone che si apriva su una camicia blu divisa da una sottile cravatta a nodo stretto. Mi sorrise di quei sorrisi spontanei, che non increspano di rughette i lati degli occhi, e, studiatamente, io non ricambiai il sorriso.

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