La lampada di alabastro del tesoro di Tutankhamon

Il favoloso tesoro rinvenuto nella tomba del faraone Tutankhamon (XVIII dinastia,  circa 1300 a.C.) contiene diversi pezzi straordinari.

Uno di questi è una lampada di alabastro finemente lavorata, ricavata da un pezzo unico di calcite con eccellente maestria, e rinvenuta nella camera sepolcrale del faraone, poggiata a terra nell’esiguo spazio tra il più esterno dei sacrari e le pareti della stanza.

 

La camera funeraria del sepolcro di Tutankhamon

 

La caratteristica di questa lampada è di avere due ampie maniglie con un decoro traforato. Come in quasi tutte le opere artistiche antiche, ogni elemento raffigurato possiede una complessa e specifica simbologia.

Con che tecniche era stata realizzata questa lampada e quale era il significato simbolico degli elementi rappresentati?

Affascinata da questo oggetto, ho voluto inserirlo e raccontarlo nel dettaglio nel romanzo “La Città dei Morti”, rispondendo a questi quesiti quando ho immaginato la sua realizzazione da parte della protagonista,  l’artigiana Nimaat.

Ecco lo stralcio che ne parla:

[…]

Nelle settimane successive mi dedicai con abnegazione al mio progetto. La calcite traslucida si prestava perfettamente alla realizzazione di una lampada, ma volevo crearne una come mai si era vista prima. Qualcosa che fosse in grado di stupire lo stesso Tutankhamon nonché arrivare al cuore di mio padre.

Dopo diversi schizzi tracciati su una tavoletta cerata, scelsi la forma del fiore di loto. Certo non la più originale, dal momento che il fiore veniva usato spesso come modello per unguentari e profumiere come anche per i calici delle lampade, ma gli avrei conferito qualcosa che nessun altro lume possedeva.

Dopo aver riflettuto, scelsi il dio Heh, una divinità minore che simboleggiava lo spazio infinito e l’eternità. Il significato del suo nome – milioni – ben si adattava all’auspicio che volevo fare a Tutankhamon per un lungo regno. Cominciai quindi ad intagliare il blocco di calcite abbozzando una forma dalle larghe ali laterali e una base importante.

Man mano che i giorni passavano, definivo con uno strumento di selce le forme del dio su entrambi i manici. Rappresentai Heh in ginocchio su piante di papiro, con le braccia alzate, mentre con una mano sorreggeva un ramo di palma e con l’altra il simbolo dell’ankh vicino al cartiglio del faraone. Il significato di “anno” della palma, accanto a quello di “vita” dell’ankh, si sposava perfettamente con la personificazione del concetto di “milioni” e trovavo fosse l’augurio migliore al giovane faraone di vivere e regnare a lungo.

Mentre passavo le giornate nel mio angolo a levigare il minerale traforato fino a farlo diventare lucido e sottilissimo, ascoltavo gli insegnamenti che mio padre impartiva agli apprendisti e i consigli che dava agli altri lavoranti per migliorare le loro opere.

Thutmose mi passò accanto senza curarsi di cosa stessi facendo e uscì dal laboratorio. Anche quel mattino aveva controllato lo stato dei lavori, la qualità e l’avanzamento degli ordini che la sua officina aveva in carico e poi era partito per Malkata. Era il momento del giorno in cui Kagemni, per alleviare la malinconia della mia esclusione, veniva a chiedermi come procedeva la mia opera.

Lampada di alabastro con il faraone Tutankhamon e la sposa Ankhesenamon

«Bene» risposi, srotolandomi dalle dita lo straccio intriso della mistura di olio e polvere d’ossa. «Sono a buon punto.»

«A me sembra che sia finita. Non so se tu voglia ripassarla anche con lo zolfo, prima della scaldatura, ma è una lampada davvero bellissima.»

«Invece manca proprio il pezzo migliore» replicai, allungandomi a prendere un’altra coppa sottile a forma di fiore di loto. «Ora devo dipingere questa.»

«Un’altra lampada?»

L’espressione sul volto di Kagemni era confusa e mi fece sorridere.

«No, è la stessa. Solo che questa coppa va messa dentro a quella maggiore

«Due coppe, una dentro l’altra? Ma a che scopo?»

«Vedrai» risposi, prendendo la teca con la serie di pennelli.

Con impegno e precisione, mi dedicai a riprodurre, all’interno della coppa più piccola, l’immagine del faraone assieme alla sposa come li avevo visti tempo addietro in un papiro di mio padre. Dipinsi Ankhesenamon intenta a sorreggere due lunghi rami di palma, simbolo dei “milioni di anni”, mentre si trovava di fronte a Tutankhamon, seduto sul trono con in mano il simbolo dell’ankh.

La sera che posizionai la coppa dipinta dentro al vaso di alabastro maggiore, fui molto soddisfatta: mancavano ancora più di tre settimane alla fine del mese di Phamenoth, quando Pinejat sarebbe tornato da Men-Nefer.

Il mattino successivo versai all’interno della coppa più piccola dell’olio di sesamo e vi posizionai uno stoppino galleggiante. Poi recuperai dei paraventi e li sistemai attorno alla lampada in modo da creare più buio possibile attorno alla fiammella e accentuare l’effetto che volevo fosse visto. Desideravo che mio padre fosse presente alla prima accensione, ma si trovava a Malkata da un paio di giorni, per cui decisi di aspettare.

Kagemni e gli altri ragazzi, però, non furono d’accordo con la mia decisione e insistettero per poter vedere la mia creazione in funzione, così finii per acconsentire a fare una dimostrazione solo per loro.

Non appena accesi lo stoppino e la luce prese vigore, le figure del faraone e della sposa, dipinte sulla superficie interna, risaltarono con i loro colori vividi e le forme dettagliate, suscitando meraviglia nel piccolo pubblico assiepato davanti al mio tavolo.

«Ma è meravigliosa!» esclamò Kagemni, chinandosi per osservare meglio i particolari. «Mi chiedevo perché ti complicassi tanto la vita a dipingere un vaso interno, invece sei geniale! Questo effetto di luce è straordinario.»

«Sì, sei davvero la più brava di tutti noi. Magari fossi come te» sospirò Meru, un ragazzo grassoccio che era con noi da meno di un anno. «Il maestro dovrebbe darti più considerazione al laboratorio, bisognerebbe dirglielo!»

Una mezza dozzina di teste annuirono con fermezza, borbottando la loro approvazione.

Non ebbi nemmeno il tempo di godermi quel piccolo momento di gloria che una voce risuonò dall’ingresso.

«Che cosa sta succedendo, qui?»

Thutmose stava entrando, stringendo in mano un rotolo di papiro. I lavoranti si dispersero, correndo ciascuno alla propria postazione: nello spazio di un istante, avevano già scordato di aver anche solo pensato di perorare la mia causa.

 

Tratto da “La Città dei Morti“, Il romanzo di Tutankhamon.

 

 

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