Speziali a Siena nei secoli XIV-XV – Veronica Ambrosino

Il libro del quale vi parlo è un saggio, firmato da Veronica Ambrosino ed edito da Italia Medievale nel 2018. Di Italia Medievale ne seguo l’interessantissimo portale, giacché tratta, in tutte le sue forme, un’epoca storica alla quale sono molto affezionata: il Medioevo.
Il titolo del saggio ci dice chiaramente che parliamo di Speziali, e man mano andrà sempre più focalizzandosi su uno speziale in particolare, realmente esistito, Domenico di Bartolomeo di Luca.

 

Antica mappa di Siena

 

Siamo negli ultimi secoli del Medioevo, ma, con riferimento a Domenico di Bartolomeo di Luca, ci troviamo, più esattamente, in quel breve arco temporale in cui Siena riconquistò – o stava per riconquistare – la propria autonomia nei confronti della signoria dei Visconti. Nel 1471, il trattato tra la Repubblica di Siena e la Contea di Santa Fiora sancì, infatti, l’alta sovranità e indipendenza di Siena, che ha la sua signoria dal 1487 al 1525. Poi arriveranno i franchi e gli spagnoli, e tutto cambierà per Siena. Ecco, nel saggio dell’Ambrosino si parla della “buttigha” di Domenico di Bartolomeo di Luca, e si cita come riferimento l’anno 1479, che è un anno, quindi, molto particolare nella storia di Siena.
Gli speziali sono, indubbiamente, una delle figure più affascinanti del Medioevo e del Rinascimento, cosa che l’Ambrosino mette in risalto lungo tutta la sua trattazione, e quindi con grande curiosità ho letto il testo scritto da una laureata in Scienze Storiche e del Patrimonio Culturale, quale la Ambrosino è.
Riporto qui di seguito la quarta di copertina e poi andiamo alle mie considerazioni.

Gli speziali: un gruppo professionale di uomini che avevano fra le mai un’arte tra le più nobili, e prestigiose, in epoca medievale e non solo. In questo lavoro si passa dallo studio di alcuni passaggi del Breve senese degli speziali, (redatto nel 1356), all’analisi delle spezie usate a livello culinario e curativo nella cucina dell’ospedale Santa Maria della Scala di Siena e nella sua spezieria, soffermandosi, in particolare, sull’aspetto della dieta alimentare come cura. Con Domenico di Bartolomeo di Luca aromatario, speziale senese, vengono fuori tutte quelle caratteristiche che rendono questa figura lavorativa da considerare benestante e facente parte della classe medio-alta del tempo. Guardati come dei benefattori anche gli speziali del convento della Verna hanno, in queste pagine, una rilevanza notevole per il lavoro che svolgevano: costantemente alle “dipendenze” dei più bisognosi, alla stregua del propositum di S. Francesco.

 

FORMA E STRUTTURA DEL TESTO: Il testo presenta la struttura tipica dei saggi ben scritti, cioè comprende i riferimenti alla fonti praticamente in ogni sua pagina, dalla prima all’ultima. La scrittura è fluida e piacevole, e, cosa che ho apprezzato molto, contiene al suo interno delle immagini: fotografie in bianco e nero di alcuni dei contenitori usati dagli speziali per conservare i medicamenti, come ampolle e brocche d’ogni forma e dimensione, una ricostruzione della porta della “cella dei veleni” e, dulcis in fundo, quattro piantine, che fanno riferimento alla spezieria e alla casa di Domenico di Bartolomeo.

Compendium aromatariorum

CONTENUTO: La prima cosa che mi aspettavo che fosse messa in risalto in un saggio sugli speziali è che questi erano figure di grande prestigio in società, e condensavano nella propria persona molte figure professionali che oggi, nell’era post moderna della super-specializzazione, mai e poi mai potrebbero essere svolte da un solo individuo. Sto parlando della figura del farmacista e del profumiere insieme, del pasticcere e del panettiere, del cartolaio, dell’erborario e dell’apicultore, del produttore e venditore di colori e vernici e, infine, dell’alchimista (figura, questa, relegata ormai nel solo mondo della fantasia e non anche in quello reale). Capite bene, quindi, quanto possa essere affascinante la vita e l’ambiente di lavoro di uno speziale di fine medioevo. Ebbene, questo aspetto l’ho trovato subito messo in risalto da parte dell’Ambrosino nel suo saggio, e così sono andata avanti a leggere con piacere e interesse.
Interessantissima da leggere è la porzione del Compendium aromatariorum riportata nel testo, perché ci ricorda quell’aura di correttezza comportamentale e professionale che avvolge la figura del farmacista ancora oggi (non anche delle case farmaceutiche, ritengo), ma anche perché dovrebbe farci riflettere sui valori che dovrebbero stare alla base di qualsiasi professione e professionista, oggi come allora. Ecco che lo speziale doveva rispettare un codice di condotta, nella vita privata quanto in quella professionale, molto rigido e ben preciso, dove persino si richiedeva che lo speziale fosse “ben istruito ed esperto nella propria arte, premuroso, sollecito, di animo mite e onesto, timoroso di Dio e della propria coscienza”, e che non fosse “troppo giovane, superbo, pomposo, dedito alle vanità, al gioco e al vino”.

Breve degli Speziali

Dopo l’Introduzione, si entra nel cuore del testo, col capitolo intitolato “L’arte senese degli speziali”. Ecco che la Ambrosino ci mostra come, dopo il codice moralistico, si passa al Breve degli Speziali, e cioè al codice deontologico che dovevano rispettare, sotto giuramento, i Maestri Speziali con riferimento all’Arte degli Speziali stessi, ossia alla Corporazione delle Arti e Mestieri alla quale dovevano obbligatoriamente appartenere per esercitare la professione. Corretto aver definito “Arte” quella corporazione, giacché In Italia le corporazioni avevano nomi diversi da regione a regione: si chiamavano “arti” in Toscana, ma “fraglie” in Veneto, “scuole dell’arte” a Venezia e “paratici” in Lombardia, “gremi” in Sardegna, “società d’arti” a Bologna, e “collegi” a Perugia. Il nome ufficiale, per tutte, in latino, era “universitates” o “collegia”.
Ecco, tale parte è stata oggetto di mie profonde riflessioni, poiché ritengo che argomento importantissimo sia quello delle Corporazioni, dalle quali sono scaturiti i nostri attuali Ordini Professionali. E si coglie come già secoli fa uno dei propositi delle Arti fosse quello di arginare la presenza dei ciarlatani, cioè di quanti svolgevano la professione senza possedere i requisiti per farlo. Argomento attualissimo, direi, e ancor più proprio nel settore della medicina, dove si leggono e si vedono ancora nei servizi giornalistici di quante persone facciano i medici senza esserlo, e di altri che vendono farmaci miracolosi per questo o quel male con grande nonchalance.
E’ stato interessante leggere i dettagli che differivano le due professioni dello speziale e del pizzicagnolo, e di come fosse stata legalizzata la figura del “ricercatore”, cioè di colui che segnalava i ciarlatani alle autorità competenti, e che, per tale motivo doveva essere ricompensato economicamente, senza se e senza ma.

 

Ospedale di Santa Maria della Scala

 

Quando l’autrice ci porta all’interno dell’Ospedale di Santa Maria della Scala di Siena, ecco che lasciamo tutto quanto rappresenta la “normativa” legata all’Arte degli Speziali e ci addentriamo, invece, nel mestiere vero e proprio degli speziali. Il numero di erbe elencate e in buona parte descritte dall’Ambrosino è davvero elevato. Quello che si evince subito, già soltanto leggendo l’elenco e le note a piè di pagina, è quanto ancora la natura fosse, ai tempi, la fonte unica e sola per la creazione di tutti i farmaci, giacché non esistevano i farmaci sintetici. Ecco, con gli speziali siamo al tempo in cui i farmaci erano i soli “farmaci naturali”, cioè quelli provenienti dai tre regni naturali, e che potevano – e possono – essere “semplici” o “composti”, come spiega l’autrice. Ma noi viviamo oggi al tempo dei “farmaci sintetici”, che sono sostanze chimiche, replicanti strutture già esistenti in natura o anche no, e cioè costituenti delle entità chimiche completamente nuove. Ecco, ricordo a tal proposito che esistono dei posti nel mondo, come il Madagascar, dove ancora oggi la maggior parte della popolazione si cura esclusivamente con rimedi naturali, offerti loro dalla natura, e più esattamente dalle meravigliose e ricchissime foreste pluviali – oggi in pericolo, perché vittime di una feroce opera di deforestazione – che circondano le loro modestissime abitazioni.

Il mestiere dello speziale

Il lunghissimo elenco di prodotti naturali medicamentosi e curativi che troviamo nel testo mi ha rievocato l’idea che la natura sia una spirale perfetta in ogni suo aspetto, dove, ad esempio, ogni essere appartenente al mondo minerale, vegetale e animale, è “nutrito e nutrimento” al tempo stesso (compresi noi umani, nella tradizione tibetana, dove si pratica la cerimonia funebre Jhator, letteralmente “elemosina agli uccelli”, e cioè il corpo dei defunti viene donato come cibo ad altri esseri viventi, animali, ovviamente), così come ogni essere è “curato e curativo” insieme.
In una sequenza di capitoli molto ben ragionati, l’autrice ci porta, quindi, dentro la spezieria di uno speziale del tempo, il già citato Domenico di Bartolomeo di Luca. Qui è tutto un vedere ed immaginare. Mi riferisco all’incredibile quantità e varietà di “strumenti del mestiere” che venivano usati per svolgere la professione di speziale. Si legge una sorta di minuzioso inventario su quanto è stato trovato nella bottega di Domenico, facendoci notare come ogni cosa fosse situata a dovere, nel proprio luogo preposto: cosa era conservato dentro gli armadi, cosa poggiato in bella vista sugli scaffali o chiuso sotto chiave (veleni), cosa riempiva le brocche e le ampolle, per quali malattie veniva usata ogni medicina. Incontriamo le pietre preziose, moltissime erbe e il grasso di alcuni animali, come quello del pollo e del tasso. Questo perché, come dicevo sopra, i farmaci naturali scaturivano/scaturiscono da tutti e tre i mondi presenti in natura: quello minerale, quello vegetale e quello animale. Nota particolare meritano i “granati”, che erano una sorta di antidepressivi dell’epoca, ci spiega la Ambrosino.
E man mano che si segue l’inventario e la sua dettagliata spiegazione, ecco che escono fuori le risme di carta, le pergamene e tutti altri strumenti per la scrittura che lo speziale vendeva, l’attività di apicultore nell’utilizzo che ne faceva del miele e della cera d’api, la produzione e successiva vendita di prodotti per la bellezza, i colori per i pittori e i famosi ricettari dell’epoca.

La bottega dello speziale di Pietro Longhi

L’autrice ci parla anche di due libri contabili rinvenuti nella bottega dello speziale, per la tracciatura dei crediti e dei debiti. Si comprende facilmente l’alto tenore di vita condotto dagli speziali e la tipologia di persone che a loro si rivolgevano: praticamente quasi tutti, data la vastità di prodotti che producevano e vendevano, ma certamente tanti di questi prodotti erano ad esclusivo appannaggio solo degli appartenenti alle classi più abbienti, perché molto costosi. Il saggio ci fa immaginare molto bene com’era composta la bottega di uno speziale, ma anche la casa del Domenico di Bartolomeo, giacché se ne fa di entrambi una descrizione dettagliata, surrogata dalle piantine, che consentono la visualizzazione delle stanze, della mobilia ivi contenuta e di cosa a tale mobilia contenesse al proprio interno.

Il viaggio finisce qui, ma riprende subito dopo con l’Appendice, dove l’autrice ci porta all’interno della spezieria del convento francescano della Verna, quello nel quale S. Francesco d’Assisi si ritirò in contemplazione. Non poteva mancare la descrizione del famosissimo “orto dei semplici”, dove si piantavano le erbe più frequentemente impiegate nella produzione di medicamenti e farmaci. Ma ricordiamo che a quel tempo anche il cibo, saggiamente, era ritenuto curativo. Ed è ancora oggi e sempre così, solo che tanti di noi l’hanno dimenticato, mentre tanti altri stanno riscoprendo questo “segreto” della natura, che dice che “siamo anche ciò che mangiamo”.

CONSIDERAZIONI FINALI: E’ un saggio, e, come tale, lo considero un testo ricco di studi e fonti certe, ma anche uno degli strumenti fondamentali del quale deve avvalersi uno scrittore che scrive romanzi storici o fantasy-storici per creare le proprie storie. Io per prima lo faccio e con gioia. Ecco che considero questo saggio un’ottima fonte da usare in futuro, se e quando introdurrò uno speziale nelle mie storie. Ma cosa ho pensato dopo aver riposto il libro nella mia libreria? Ho pensato che Veronica Ambrosino potrebbe creare una collana di piccoli e densi saggi come questo, uno con riferimento a ciascuna delle altre molteplici ed affascinanti figure del Medioevo, viventi e non, come ad esempio: il giullare, il menestrello, il banditore, il cavaliere, il creatore di pergamene, il predicatore, etc. Questo il mio suggerimento e il mio augurio all’autrice, perché ne potrebbe venir fuori un prezioso cofanetto.

 

Titolo: Speziali a Siena nei secoli XIV-XV 

Autore: Veronica Ambrosino

Editore: Italia Medievale

Pagg. 90

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