L’Antico Egitto: la storia, i personaggi, la società – Daniele Salvoldi

Daniele Salvoldi (1982) ha conseguito la laurea triennale in Storia e Archeologia del Mondo Antico (2004) all’Università di Milano, la laurea specialistica in Lingue e Culture del Vicino e Medio Oriente (2007) all’Università di Pisa ed infine il dottorato in Egittologia (2011) alla medesima Università. Nel 2011 ha disposto in catalogo l’enorme raccolta di disegni dell’Egitto e della Nubia di William J. Bankes, custodita a Dorchester (Inghilterra). A partire dal 2014 fino al 2016 è stato assegnista di ricerca al Dipartimento di Storia Antica (Geografia Storica del Mediterraneo) della Freie Universität di Berlino, tenendo un corso sull’istruzione e la politica nell’Egitto romano. Dal 2016 è docente di Storia dell’Architettura antica e classica all’Arab Academy for Science, Technology and Maritime Transport al Cairo e ad Alessandria. Si è specializzato sul periodo finale del Nuovo Regno egiziano, sulla storia dell’Egittologia e sulla raccolta sistematica di documenti del Paese delle Due Terre. Per Arkadia editore ha dato alle stampe L’Egitto romano. Da Augusto a Diocleziano[1] (2016).

Di particolare importanza per una piena comprensione del testo L’Antico Egitto: la storia, i personaggi, la società (pubblicato nel mese di marzo del 2020) è sia l’introduzione dell’autore che la presentazione dello stesso da parte dell’editore nella quarta di copertina. Nell’introduzione Daniele Salvoldi afferma che: «Non c’è forse icona più famosa al mondo della maschera d’oro di Tutankhamon: immediatamente riconoscibile, essa compare praticamente ovunque l’Egitto antico sia coinvolto. Il potere comunicativo di questa immagine è un testimone eloquente della fascinazione profonda, ma a volte disinformata, di tutto ciò che è faraonico. Pochissimi sanno, infatti, che un recente studio ha dimostrato come la maschera non rappresentasse affatto Tutankhamon. Originariamente realizzata per una regina regnante che lo precedette o affiancò sul trono per pochi anni, essa venne adattata e riutilizzata per la sepoltura del giovane re intorno al 1324 a.C. Negli ultimi vent’anni, la conoscenza scientifica dell’Egitto antico è progredita molto, ma non sempre il materiale disponibile, sia stampato sia offerto in televisione, si è dimostrato particolarmente aggiornato.

 

Maschera funeraria di Tutankhamon

 

Certi cliché sono duri a morire, spesso ci vogliono anni persino fra i circoli accademici perché una certa interpretazione trovi piede. Eppure rendere immediatamente disponibili al grande pubblico le novità del loro campo di ricerca dovrebbe essere un dovere primario degli studiosi. Molto spesso, invece, non si va al di là dell’annuncio di una scoperta, ripreso quasi sempre in maniera sensazionalistica e inaccurata dagli organi di stampa, e che si perde poi nella massa di notizie a cui siamo esposti quotidianamente. Questa è una piaga che, a dire il vero, affligge tutte le discipline storico-archeologiche. Quando lavoravo a un piccolo scavo archeologico in provincia di Bergamo – un cimitero post-medievale vicino a una bella chiesa quattrocentesca – le domande dei passanti erano sempre: “Hai trovato l’oro?”. Discutendo con una collega antropologa è emerso come il ritrovamento di uno scheletro in contesto archeologico venga invariabilmente salutato dalla stampa locale come “il corpo di un giovane soldato della Seconda guerra mondiale” o “una vittima della peste del Manzoni”. Con i tagli governativi alle spese nel settore universitario e culturale, un’effettiva campagna di marketing della cultura è diventata parte della strategia necessaria per assicurarsi i mezzi adatti a continuare il lavoro e, in sostanza, a fornire un servizio. L’interesse della stampa è a volte una scocciatura, ma in molti casi bisogna essere riconoscenti che l’opinione pubblica mostri interesse verso il lavoro degli specialisti. Fortunatamente, negli ultimi tempi sono nati molti blog scientifici curati da una nuova generazione di esperti del settore e quasi ogni missione archeologica ha oggi un sito ufficiale con diari di scavo aggiornati all’ultima settimana. Curatori di musei e giovani ricercatori hanno account Twitter o Instagram molto attivi e vi sono parecchie pagine Facebook nelle mani di persone con un adeguato background scientifico, pronte a condividere i propri interessi e a guidare le utenze meno esperte. Molte cose sono recentemente cambiate nell’egittologia, la disciplina che si occupa dell’antico Egitto. Il grande numero di missioni archeologiche impegnate in Egitto (venti solo quelle italiane) e Sudan, ora attive anche in zone periferiche, ha enormemente arricchito le nostre conoscenze: non passa giorno senza che venga scoperto qualcosa di nuovo. La ricca messe di dati archeologici ha permesso la creazione di nuove seriazioni cronologiche: per esempio l’analisi dettagliata del cambiamento di forme, motivi e colori dei sarcofagi aiuta a datare i contesti in cui sono stati trovati. Lo scavo intensivo dei siti urbani a Elefantina, Amarna, Menfi, Tell al-Dab’a e Qantir ha consentito una migliore comprensione della città nell’antico Egitto e dei suoi abitanti. Studi di ermeneutica e semiotica nel settore della storia dell’arte hanno evidenziato l’amore degli antichi egiziani per i giochi di parole visivi e ci avvertono di non prendere troppo letteralmente le raffigurazioni sulle pareti di templi e tombe. Altri studi condotti nei musei, sugli oggetti antichi e sui papiri e gli ostraka (schegge di ceramica usate come supporto per la scrittura), e negli archivi egittologici – contenenti resoconti di viaggio, lettere, mappe, acquerelli, vecchie fotografie – hanno permesso enormi passi avanti nella disciplina. Nuove tecnologie hanno inoltre fornito dati prima inaccessibili; per esempio i laser-scanner nelle tombe e nei templi permettono di avere accurate immagini 3D degli edifici, analizzare le superfici, monitorare l’inevitabile degrado, offrire un modello navigabile a fini didattici. L’informatica umanistica ha creato nuove dimensioni della ricerca, analisi e divulgazione del mondo antico fra GIS, edizioni di testi e banche dati. Prospezioni geofisiche, telerilevamento satellitare, georadar-3D hanno rivoluzionato il modo di condurre studi topografici. L’uso della statistica bayesiana applicata alla datazione al carbonio-14 ha aperto nuove aree di ricerca nel settore della cronologia. Analisi scientifiche su mummie umane e animali permettono di avere dati sul genere, i rapporti familiari, le abitudini sociali e le malattie senza nemmeno sbendare i cadaveri. Persino l’archeologia sperimentale ha portato a grandi risultati: il documentario realizzato nel 2011 da Joann Fletcher dell’Università di York per Blink/Channel 4/Discovery, Mummifying Alan: Egypt’s Last Secret (Mummificando Alan: l’ultimo segreto egiziano), è un raro caso di felice cooperazione fra scienza e media. Il film ha dimostrato come gli antichi egiziani non mummificassero i propri cadaveri semplicemente lasciandoli nel natron solido per decine di giorni, ma che li immergessero del tutto in una soluzione di acqua e natron (solo in questo modo si spiegherebbero i cristalli di natron penetrati all’interno dei corpi mummificati).

 

Mummificazione nell’antico Egitto

 

Assieme alle tecnologie, sono recentemente emersi nuovi approcci teoretici: l’egittologia si accompagna sempre più spesso all’antropologia culturale, all’archeologia comunitaria e di genere, a una consapevolezza maggiore dei rischi dell’adozione di un punto di vista orientalista e razzista, fino a veri e propri tentativi di decolonizzazione della disciplina. Storie dell’antico Egitto diventano ora sempre più femministe, attente alle minoranze o alle disabilità. Vengono contemporaneamente scritte anche le prime storie della disciplina egittologica, che permettono una riflessione sugli errori del passato e sulle limitazioni culturali delle interpretazioni storiografiche. Un nuovo lessico scientifico più appropriato sostituisce etichette obsolete e fuorvianti, per esempio nella tendenza a citare nomi in una trascrizione più fedele alla lingua antica piuttosto che nella forma trasmessa dai testi greci (Khufu al posto di Cheope; Psamtik invece di Psammetico) o l’introduzione di categorie concettuali come identità, comunità, performatività/agenzia, memoria culturale. Gli enormi sviluppi della disciplina appena elencati giustificano la necessità di un aggiornamento, di un breve punto della situazione che fissi le nuove (poche) certezze e illustri il dibattito attorno ad alcuni temi caldi. Questo volume vuole perciò essere un tentativo di fornire una piccola guida aggiornata dell’antico Egitto, interessata a evidenziare le novità e a smascherare i luoghi comuni. Nella maggior parte dei casi è impossibile non schierarsi, mentre la differente sensibilità degli autori è la stessa ragion d’essere di questo ennesimo volume sull’argomento: le diverse epoche sono trattate a diverse velocità, ora in base alle informazioni disponibili ora in base agli interessi  e alle conoscenze di chi scrive. Attingendo prevalentemente a bibliografia in inglese, francese e tedesco, vuole anche offrire al lettore in lingua italiana accesso a studi che non sono ancora e forse non saranno mai tradotti in Italia. È difficile scrivere una storia che condensi migliaia di anni senza finire per ridurla a liste di re, date, elenchi di edifici eretti, prosopografie con nomi astrusi, campagne militari. Nella consapevolezza di questa limitazione, il presente libro rimane comunque una storia cronologica e per fatti, più che una storia culturale o sociale dell’antico Egitto. Certo, il rischio di pretendere di offrire un aggiornamento è che esso diventi obsoleto nel momento stesso in cui viene dato alle stampe. È inevitabile, ma resta comunque un passo avanti nella necessaria divulgazione del sapere scientifico. Devo un sentito ringraziamento a Gabriele Colombini, che dirige la collana Historica Paperbacks di Arkadia, per la sua incredibile pazienza. Ai colleghi Arnaud Quertinmont, Georgia (Zeta) Xekalaki, Katharina Zinn, Caterina (Kate van) Minniti, Andrea Pillon, Aidan Dodson, Steve Harvey, Valérie Angenot, Abdelrahman Medhat, Anna Stevens, Mina Megalla, Carolin Johansson e Massimiliano Franci sono grato per le loro generose opinioni sui progressi della disciplina negli ultimi vent’anni».

Invece nella presentazione dell’opera da parte dell’editore il medesimo dichiara che: «L’Antico Egitto rappresenta da secoli uno degli snodi focali della storia. In questo volume, che rappresenta una sintesi delle vicende del paese, l’autore racconta la genesi, il progresso, lo sviluppo della società egiziana antica, ponendo l’accento sugli eventi principali, sui personaggi più importanti, sulla religione, sulla vita privata e sull’arte. Un libro di agile lettura, adatto a tutti, per cercare notizie e riscontri».

Si ritiene che quanto detto sia nell’introduzione dall’autore sia nella presentazione del libro da parte dell’editore abbia spiegato a sufficienza scopi e finalità del volume preso in esame. Di grande utilità sono la bibliografia essenziale e le note a piè di pagina. Un testo meritevole di notevole attenzione che si consiglia di leggere e/o regalare a coloro che sono interessati ad avere informazioni dettagliate sulla storia, i personaggi e la società dell’antico Egitto.

 

[1] Si rammenta l’articolo pubblicato sul blog Storie di Storia: LOVELLI, G. L’Egitto Romano da Augusto a Diocleziano – Daniele Salvoldi.

 

Titolo: L’Antico Egitto: la storia, i personaggi, la società

Autore: Daniele Salvoldi

Editore: Arkadia

Pagg. 144

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