Il papa di Hitler: storia di una favola moderna e delle sue confutazioni

« Quando il martirio più spaventoso ha colpito il nostro popolo, durante i dieci anni del terrore nazista, la voce del pontefice si è levata a favore delle vittime. Noi piangiamo la perdita di un grande servitore della pace. » (Golda Meir, Ministro degli Esteri di Israele, 1958)

 

Nella ricorrenza della Giornata della Memoria vorrei lasciare da parte la storia antica per occuparmi di una “leggenda moderna” riguardante il nazismo e la figura di papa Pio XII e, più in generale gli asseriti legami tra il III Reich e il Vaticano. Non mancherà, soprattutto nel primo paragrafo, un accenno alla storia antica e medievale, premessa necessaria per comprendere l’inesistenza storica di un antisemitismo cattolico.

Similmente a quanto accade con le bufale medievali sulle crociate o sui numeri dell’inquisizione, assistiamo ad una rete di fitte accuse mosse contro la S. Sede: tutto ciò pare la pantomima di un processo inquisitorio “a parti rovesciate” in cui il S. Padre, nonché l’intera Chiesa, ricopre il ruolo di accusato senza godere di presunzione di non colpevolezza né di possibilità di difesa.

Pio XII, al secolo Eugenio Pacelli, è passato indegnamente alla storia come “il papa di Hitler”. Le accuse: non essersi opposto all’ascesa del nazismo, non aver impedito la deportazione degli ebrei, aver permesso la fuga di gerarchi nazisti.

 

 

Prima di cominciare vorrei esplicare sinteticamente una delle foto da me scelte a corredo di questo articolo: tale immagine è spesso riproposta come prova inconfutabile che dimostri l’appoggio incondizionato della Chiesa al nazismo, senza che gli stessi delatori nemmeno sappiano che cosa rappresenta: in realtà la foto ritrae l’incontro diplomatico tra il Führer e il nunzio apostolico, uno dei numerosi incontri diplomatici che il leader del nazismo ebbe anche con le rappresentanze degli Stati che, nella futura guerra, sarebbero stati avversari della Germania; altrettanto celebre è la foto dell’incontro diplomatico in cui si strinse l’accordo di Monaco, che sancì l’occupazione Nazista della Cecoslovacchia, e in cui sono mostrati, accanto ad Hitler e Mussolini, il primo ministro inglese Chamberlain e il primo ministro francese Daladier. È l’ennesima prova che un’immagine decontestualizzata può essere utilizzata come arma per rendere credibili tesi alquanto discutibili, come quella di cui andiamo a parlare ora.

 

 

La teoria di una Chiesa “di destra” accondiscendente verso i totalitarismi sembra più un prodotto del dopoguerra, anche se solo in tempi recenti le voci relative ad un appoggio della Chiesa al nazismo e di un contributo della stessa alla fuga dei gerarchi nazisti sembrano aver conseguito nuovo vigore. La tematica è talmente vasta da non poter essere sufficientemente trattata in poche pagine, tuttavia il nostro tentativo, orientato secondo il criterio della sintesi, sarà quello di fare dei cenni e dei collegamenti sulla base dei dati storici concreti.

Cercheremo di cogliere l’essenza più profonda di ogni accusa per poi smontarla minuziosamente; in tal modo giungeremo forse a comprendere che l’appellativo di “papa degli ebrei” sarebbe stato molto più adeguato a descrivere la figura del S. Padre.

 

LE ACCUSE DI “DEICIDIO” CONTRO GLI EBREI.
Nella storia cristiana gli ebrei furono accusati di deicidio e perseguitati?

 

Un’antica formula liturgica pronunciata durante la messa ordinaria recitava “oremus et pro perfidis Judaeis”. La traduzione di detta formula, che ad una prima lettura può suonare come “preghiamo anche per i perfidi Giudei” è tutt’altro che pacifica.

In primo luogo è da notare come il termine “perfidus” possa essere tradotto a priori tanto con “perfido” quanto con “incredulo”. L’etimologia della parola “perfido” è infatti quella che segue: per (al di là), fide (della fede). Se guardiamo all’intera frase dell’orazione ci accorgiamo di quale traduzione sembra essere più corretta: “Preghiamo anche per i perfidis ebrei, affinché il Signore e Dio nostro tolga il velo dai loro cuori ed anch’essi riconoscano il Signore nostro Gesù Cristo”.

Segue l’invocazione “Dio onnipotente ed eterno, che non allontani dalla tua misericordia neppure la perfidiam degli ebrei, esaudisci le nostre preghiere, che ti presentiamo per l’accecamento di quel popolo, affinché riconosciuta la luce della tua verità, che è Cristo, siano liberati dalle loro tenebre”.

A dispetto comunque di qualsivoglia traduzione, si faccia presente che la succitata formula liturgica è stata introdotta con ogni probabilità come benevola risposta alla Birkat Ha Minim, una preghiera quotidiana della tradizione talmudica, contenente una vera e propria maledizione per i nazareni, ossia i cristiani.

La teologia cristiana, invero, non indica gli ebrei come “deicidi”, ma solo come non credenti: alcuni capi religiosi degli israeliti, raccontano i Vangeli, cooperarono perché Cristo fosse condannato per i suoi insegnamenti ritenuti “eretici”; ciò nonostante è ben noto che il cristianesimo non si pone come dottrina nuova, nemica del giudaismo: essa si pone, al contrario, come completamento di promesse profetiche proprie della religione ebraica.

 

Ebrei nel Medioevo

 

Nell’antichità cristiana, in particolare nel Medioevo, ci furono certamente delle discriminazioni nei confronti degli ebrei, ma non vi fu alcuna persecuzione sistematica fino all’istituzione dell’Inquisizione Spagnola a cavallo dell’Età Moderna: gli ebrei poterono a lungo vivere nei regni cristiani senza essere uccisi e perseguitati, e la loro conversione forzata era di norma proibita.

Inoltre in molte occasioni furono le autorità ecclesiastiche a prendere le difese della popolazione ebraica durante gli episodi di intolleranza: alcuni santi della Chiesa Cattolica sono ricordati per aver protetto gli ebrei; tra essi Sant’Agostino e San Bernardo di Chiaravalle (quest’ultimo fu addirittura definito da un rabbino “una benedizione dal Cielo”). All’epoca delle Crociate, intorno all’anno 1096, si scatenò in Renania un’ondata antigiudaica guidata da un nobile locale: i vescovi si opposero in massa, rischiando in qualche caso la loro stessa vita pur di impedire il massacro. Non mancarono nemmeno gli interventi dei pontefici, come quello di Gregorio I che sancì la salvaguardia del culto ebraico in caso di conflitto con le autorità cristiane.

 

CRISTIANESIMO E RAZZISMO.
La dottrina cristiana ha mai sostenuto una “teoria della razza”?

 

Per molti sarà una novità scoprire che l’antisemitismo non è un’invenzione del cristianesimo: tale forma di odio, si sviluppa e matura a partire dalla tarda età moderna in ambienti prettamente razionalisti.

È perciò errato considerare gli episodi di odio, che pure si ebbero lungo il Medioevo, come episodi di razzismo: esiste infatti una sostanziale distinzione tra antisemitismo e antigiudaismo, spesso utilizzati impropriamente sinonimi.

La stessa Inquisizione Spagnola che abbiamo citato non impostava la propria attività su un concetto di “razza”, quindi su una discriminazione etnica, ma solo su una discriminazione religiosa: anzi, l’obiettivo di tale tribunale non consisteva affatto nell’eliminazione degli ebrei, ma nell’accertamento di una loro genuina conversione. Si trattava, senza ombra di dubbio di una forma di conformismo per noi inaccettabile, ma che caratterizzò per molti aspetti il Medioevo, e che non fu affatto estraneo a molte società antiche, tra cui l’antica Roma.

Per farci un’idea di quanto detto, possiamo pensare al fatto che lo stesso Thomas de Torquemada, inquisitore supremo di Spagna, era discendente di ebrei convertiti.

Se vogliamo portare l’attenzione sulla dottrina cristiana in generale, con riferimento valido tanto per il cristianesimo delle origini quanto per il cristianesimo nelle epoche successive, possiamo notare come, ai fini della conversione e dell’accettazione di un individuo nella comunità cristiana, ogni riferimento ad una connotazione razziale fosse del tutto assente: alla comunità dei fedeli appartenevano uomini delle più svariate stirpi, etnie e popoli. Fin dall’inizio, nella schiera dei primi seguaci del cristianesimo, furono accettati tanto individui di origine ebraica, quanto di origine greca (i c.d. “ellenisti”).

 

NAZISMO E RELIGIONE.
La filosofia nazista è, dal punto di vista “teologico”, compatibile con il cristianesimo?

Da premettere che il Nazionalsocialismo è una filosofia atea, di matrice principalmente politica, ma con implicazioni esoteriche e pseudo-scientifiche. Dunque il nazismo come dottrina sociale-politica non concepisce l’idea del divino-trascendente, ma solo quella dell’umano-immanente. Quando il nazionalismo parla di Dio lo fa con intenzioni prettamente propagandistiche, senza preoccuparsi di fornire definizioni o schemi coerenti: Martin Bormann, segretario di Hitler specificò che “Quando noi Nazionalsocialisti parliamo di Dio non intendiamo, come i cristiani ingenui e i loro sfruttatori spirituali, un essere del tutto simile all’uomo che ha un suo posto nell’universo. La forza governata dalla legge naturale attraverso cui tutti questi innumerevoli pianeti si muovono nell’universo, chiamiamo onnipotenza o Dio”.

 

Simbolo esoterico del sole nero nel castello di Weweksburg

 

Tuttavia si è notato come proprio nella Germania del III Reich si sia sviluppata una sorta di “cristianesimo nazista”, denominato “Cristianesimo Positivo”: si trattò anch’esso di una forma di propaganda predisposta intenzionalmente dal Reich per ottenere il sostegno dei cristiani. Tale Cristianesimo Positivo presentava sé stesso come la vera dottrina cristiana, corrotta dagli insegnamenti di S. Paolo e affermava, come intuibile, che Gesù Cristo non era ebreo, ma ariano. Di fronte a tale assurdità non possiamo che storcere il naso: le teologie cristiane, cattolica e protestante, concordano sul fatto che Gesù fosse ebreo, e che egli nacque tra ebrei, per la redenzione loro e di ogni altro uomo.  Se Gesù fosse stato ariano sarebbe del tutto incomprensibile l’esercizio della sua missione e del suo apostolato presso gli ebrei.

A rendere ancor più evidente il divario tra nazismo e cristianesimo sono i numerosi legami del primo alle dottrine esoteriche: sebbene alcuni studiosi concordino sul fatto che l’esoterismo nazista, almeno ai bassi livelli, fosse mosso principalmente da intenti propagandistici, non è nemmeno da escludere che ciò fosse sufficiente a sollevare i dubbi dei cristiani sulla compatibilità della loro religione agli ideali di regime.

L’obiezione che spesso si sente, sovente accompagnata dallo sbandieramento della foto di Hitler che esce da una cattedrale è “Hitler era cristiano!”. Sembra, invero, che Hitler abbia abbandonato la religione dopo i primi sacramenti: egli credeva nell’esistenza storica di Gesù, ma condivideva le antiche tesi di Celso e di alcuni ebrei secondo le quali egli era figlio illegittimo di un ufficiale romano (da qui la discendenza “ariana”). Inoltre, come vedremo fra breve, lo stesso Hitler non aveva intenzione di schierarsi a fianco di una Chiesa, qualunque essa fosse.

 

LE OPINIONI DELLA SANTA SEDE SUL NAZISMO.
Le gerarchie cattoliche espressero apprezzamento per il nazismo?

Questo paragrafo, insieme a quello che segue, servirà ad approfondire i sentimenti reciproci intercorrenti tra Chiesa e nazismo. Si potrebbe immaginare il tutto con l’allegoria di due serpenti che si guardano con espressione truce e ogni tanto soffiano minacciosamente l’uno verso l’altro attendendo il momento buono per azzannarsi.

Mentre il supporto di Hitler da parte dei protestanti fu massiccio, altrettanto non si potrebbe dire per i cattolici: già prima del 1933, anno di ascesa di Hitler, i leader cattolici tedeschi denunciarono le dottrine naziste e le regioni a maggioranza cattolica non votarono per il partito di Hitler.

Un tentativo di “hitlerizzazione” ebbe successo parziale e temporaneo solo nella cattolica Monaco.

Nel 1931 l’intera dirigenza nazista fu scomunicata dai vescovi tedeschi e fu fatto divieto a tutti i cattolici di appartenere ad essa: il divieto fu successivamente rimosso, probabilmente per paura di ritorsioni, ma la condanna all’ideologia rimase.

Nel 1937 Pio XI, predecessore di papa Pacelli, emanò un’enciclica dal titolo emblematico: Mit brennender Sorge, ossia “con viva preoccupazione”; in tale enciclica, scritta appositamente in tedesco, il Sommo Pontefice condannava senza mezzi termini la dottrina nazista indicandola come sacrilega e neopagana, criticando l’ideologia della razza e il culto idolatrico dello Stato. Il testo dell’enciclica, stampato clandestinamente, si diffuse ovunque in Germania, e la Domenica delle Palme di quell’anno migliaia di parroci tedeschi lo lessero durante la funzione. La reazione del Führer fu durissima e consistette nella chiusura delle scuole religiose, nei processi intentati contro gli ordini religiosi e nell’abolizione della stampa cattolica.

 

LE OPINIONI DELLE GERARCHIE NAZISTE.
Le gerarchie naziste espressero apprezzamento per il cristianesimo e la Chiesa?

 

Altrettanto poco amichevoli furono gli approcci del partito Nazionalsocialista con la religione: nonostante i palesi tentativi di propaganda tra l’elettorato cristiano, il nazismo fu sin dall’inizio di matrice anticristiana e anticlericale.

Alla religione cristiana, in particolare, era mossa l’accusa di aver “giudaizzato” l’Europa e di aver distrutto il paganesimo. In aggiunta gli ideali cristiani si ponevano in aperto contrasto con il culto dello Stato, con l’ideologia della razza e con l’esaltazione della violenza.

Soltanto in un primo momento Hitler presentò sé stesso e il proprio movimento come tollerante nei confronti della religione cristiana: fece tutto ciò considerato che la maggior parte della popolazione tedesca, circa il 60-70%, aderiva ad una confessione cristiana, cattolica o protestante. Tuttavia alcune delle posizioni che analizzeremo qui di seguito sono già rintracciabili nel Mein Kampf, libro che racchiude il progetto originario del leader tedesco.

 

Mein Kampf

 

Nonostante il concordato con il Vaticano, che assicurava la libertà di culto a tutti i fedeli cattolici (argomento che affronteremo nel prossimo paragrafo) fu da sempre vivo in Hitler e nei suoi gerarchi l’intento di sradicare la Chiesa e la religione, oppure di sostituirla subdolamente con una dottrina deviata i cui ideali combaciassero con quelli di regime (intento che si concretizzò nella teorizzazione del c.d. Cristianesimo Positivo, di cui abbiamo parlato poc’anzi).

Gli altri gerarchi nazisti, nei loro numerosi comizi, non mancarono di ribadire ulteriormente tali posizioni del Führer, senza risparmiare i loro migliori auspici di una rapida e definitiva scomparsa della religione.

In un discorso tenutosi nel 1942, nel bel mezzo della guerra, Hitler fu assai più esplicito quando affermò che “Il cristianesimo promulga i suoi dogmi con la forza. Una simile religione porta con sé l’intolleranza e la persecuzione. Non ce n’è di più sanguinose!”, e aggiunse anche che la società da lui fondata era “più umana di quanto non lo sia mai stata la Chiesa”.

Inutile ricordare da che pulpito provenissero le accuse; ciò che risulta più singolare è che lo stesso Führer fece ricorso agli stessi luoghi comuni (roghi, inquisizione, etc) ancor oggi utilizzati per attaccare la Chiesa.

Ulteriore accusa che Hitler mosse al cristianesimo fu di essere una dottrina antiscientifica: si deve ricordare che per lui l’eugenetica e la teoria della razza rappresentavano dottrine scientifiche!

Da ultimo, ma non meno rilevante, la dottrina cristiana era religione “dello scarto umano”, in quanto si preoccupava della difesa dei deboli: inaccettabile per una dottrina “della selezione naturale” come quella nazista.

 

I RAPPORTI DIPLOMATICI.
Vi furono rapporti diplomatici tra Chiesa e Reich?

 

Il Concordato Chiesa-Reich, firmato nel 1933, indica che vi fu un contatto diplomatico tra Germania nazista e S. Sede: per alcuni è la prova inequivocabile della collusione. Adottando un simile punto di vista viene trascurata la valenza propria dei concordati che, da sempre, la S. Sede stipula con le varie potenze: si tratta, come per i Patti Lateranensi, di accordi che concernono l’effettivo esercizio della fede sul territorio di uno Stato; nulla quindi a che fare con un’alleanza di carattere militare o, ancor più, con un’adesione ad una determinata ideologia. La S. Sede, anche in tempi recenti intrattiene relazioni diplomatiche con larga parte degli Stati nazionali, indipendentemente che si tratti di Stati democratici o di regimi totalitari, e a prescindere dal colore politico: ciò serve anche, in parte, per premunirsi da persecuzioni religiose da parte dei governanti; pensiamo ad esempio agli accordi del Vaticano con Cuba, i quali hanno consentito una consistente attività missionaria nell’isola.

Dunque l’esigenza maggiore che portò alla stipula del concordato Reich-Vaticano fu che nello scenario internazionale la Germania non si prefigurava come un potenziale alleato, bensì come un potenziale nemico: nelle settimane antecedenti alla stipula un alto numero di sacerdoti cattolici fu incarcerato, diversi giornali cattolici furono chiusi e vari circoli religiosi furono perquisiti.

Sappiamo anche, come già accennato, che il regime nazista non ebbe troppi scrupoli a violare il concordato del ‘33 e a passare da una tiepida accettazione della religione, ad un aperto e feroce atteggiamento antireligioso.

 

I PATTI LATERANENSI.
La firma dei patti del Laterano favorì la cooperazione tra Chiesa e fascismo?

Il discorso affrontato nello scorso paragrafo per il concordato tra Vaticano e III Reich può essere in larga parte recuperato per affrontare la questione dei Patti Lateranensi: il concordato servì, e serve a tutt’oggi, come strumento per addivenire ad accordi con le autorità statali, soprattutto per quanto concerne i rapporti tra le stesse e la Chiesa e le prerogative di esercizio della fede e del culto.

Parallelamente urge non dimenticare che lo stesso Stato fascista, nel medesimo periodo, firmò un’intesa con gli ebrei: in quella circostanza il presidente del consorzio ebraico Angelo Sereni comunicò a Mussolini la più viva riconoscenza da parte degli ebrei italiani.

 

Firma Patti Lateranensi l’11 febbraio 1929

 

Esigenza della S. Sede era raggiungere un punto fermo sull’esercizio del culto nell’Italia Fascista: i Patti del Laterano, in vigore ancora oggi, riconoscevano l’indipendenza della S. Sede e l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole. Non da escludere anche il tentativo di premunirsi da un atteggiamento ambiguo nei confronti della religione, come quello tenuto dalla monarchia dei Savoia verso la fine del secolo XIX (ricordiamo la spoliazione dei beni ecclesiastici e la soppressione degli ordini e delle congregazioni religiose in contrasto con lo Statuto Albertino che riconosceva il cattolicesimo religione di Stato).

Una cooperazione tra Chiesa e fascismo non è riconducibile ai Patti del ’29, ma volendo tracciare un quadro dei rapporti tra le due parti bisogna subito cogliere un‘evidenza: il movimento di Mussolini agli inizi non era per niente favorevole al cattolicesimo, anzi, la sua politica fu addirittura più esplicita di quella del neonato partito nazista; le violenze squadriste non risparmiarono i cattolici, e nel 1923 si giunse pure all’omicidio di un sacerdote, don Giovanni Minzoni.

Con i Patti forse si giunse ad una convivenza tra le due sfere, quella statale e quella religiosa; convivenza forse più pacifica di quella che contraddistinse i vari alterchi del Vaticano con il nazismo. Ciò che è certo è che l‘elettorato cattolico fu frammentato: ciò è ben lungi dal permettere di identificare l’elettorato fascista con quello cattolico. Inoltre continuò ad esservi una consistente e reciproca dose di diffidenza, se non addirittura di intolleranza, tra le autorità del regime e i vertici della S. Sede.

Con il progressivo adeguamento delle scelte del regime fascista alle politiche del Reich, venne a maturarsi un distacco tra Chiesa e predetto regime. Si può dire, al massimo, che il fascismo sia stato sottovalutato se paragonato al bolscevismo sovietico o allo stesso nazismo, ma non si può negare che vi furono critiche soprattutto alla visione totalitaria propria dell’ideologia fascista, prima fra tutti l’enciclica “Non abbiamo bisogno”, emanata da Pio XI nel 1931.

 

I PROGETTI NAZISTI PER LA CHIESA “POST-BELLICA”.
La Chiesa Cattolica trovava posto nel progetto di società ideato da Hitler?

Se avete letto con attenzione i precedenti paragrafi non vi sarà troppo difficile immaginare quale sarebbe stato il destino della Chiesa Cattolica in caso di vittoria definitiva della Germania.

Chi non si accontenta dell’immaginazione e vuole più argomenti fondati forse apprezzerà questo paragrafo.

 

Alfred Rosenberg

 

Già abbiamo esposto quale fosse il pensiero di Hitler riguardante la Chiesa Cattolica, tanto odiata per il suo “impulso giudaizzante”; nel suo Mein Kampf, opera che consacra il piano politico nazista di conquista e sterminio, il Führer addossa la colpa della sconfitta della fiorente Germania nel primo conflitto mondiale, non solo agli ebrei, agli zingari e agli omosessuali, ma anche a “vasti settori religiosi, tutti quanti sotto l’egida del Papa a Roma”. Dunque la chiesa cattolica viene pubblicamente additata sin dai primi istanti dell’ascesa del nazionalsocialismo come parte di un complotto anti-tedesco: per i nazisti non rappresentava quindi un alleato da imbonirsi, ma un nemico da schiacciare. Non a sproposito nel processo di Norimberga fu avanzato lo specifico capo d’accusa di ”persecuzione religiosa”, esplicato nel dettaglio come l’obiettivo “di eliminare le chiese cristiane in Germania (…) di sostituirle con le istituzioni e le credenze naziste”. Gli inquirenti proseguirono di questo passo, dichiarando che “in ordine di ciò (i nazisti, n.d.a.) hanno perseguito un programma di persecuzione di sacerdoti, chierici e membri di ordini monastici che essi ritenevano opporsi ai loro intenti, ed hanno confiscato le proprietà della chiesa”.

Alfred Rosenberg, neopagano deputato tedesco e massimo teorico del nazismo, successivamente nominato Ministro del Reich per i territori occupati, fu una figura di primo piano per la progettazione ed esecuzione delle politiche di sterminio dei non-ariani. Nel suo libro “Il Mito del XX secolo” Rosenberg afferma che i principali nemici della Germania sono i Tatari russi e i Semiti. Ma chi sono i Semiti? Rosenberg, proseguendo nella stesura del saggio, specifica che nel termine Semiti non sono compresi solo gli ebrei, ma anche i cristiani e, in particolar modo, la Chiesa Cattolica. Negli anni della guerra Rosenberg stilò un programma di 30 punti per la creazione della “Chiesa Nazionale del Reich”, il quale prevedeva tra le altre cose l’annientamento totale delle altre chiese cristiane e lo sradicamento sistematico di ogni simbolo e insegnamento proprio del cristianesimo tradizionale.

Un altro tra i più influenti gerarchi nazisti Joseph Goebbels, ministro della propaganda del Reich e feroce anticlericale, ricordato anche per la persecuzione del clero tedesco, auspicò che dopo la guerra la “questione Chiesa” fosse definitivamente risolta.

Un esperimento della “soluzione” prospettata da Goebbels può forse essere rintracciato in un campo di concentramento ubicato nel territorio del Warthegau, in Polonia: particolarità di questo campo risiedeva nell’ospitare in prevalenza sacerdoti e religiosi: 3.000 di loro (il 18% del clero polacco, secondo le stime) trovarono la morte in questo campo.

Nelle regioni della Germania le cose non andarono meglio: pare che nel campo di Dachau i sacerdoti fossero le vittime delle umiliazioni più raffinate; c’era addirittura un apposito edificio per la loro reclusione.

Ci è rimasta la testimonianza di un sacerdote che racconta dell’occasione in cui uno dei soldati tedeschi gridò: “Tra poco arriverà anche il gran prete di Roma (il papa n.d.r.) e allora la truffa cattolica finirà una volta per tutte”.

 

IL SILENZIO DI PIO XII.
Papa Pacelli fu testimone muto dei crimini nazisti?

Papa Pacelli, rispetto al suo predecessore, è ricordato per un atteggiamento assai più prudente nella condanna del nazismo. Il contesto storico e geografico poneva la S. Sede in una situazione estremamente delicata: la guerra infuriava e il Vaticano si trovava al centro di uno Stato alleato con i nazisti. Di lì a poco le truppe tedesche invaderanno l’Italia per impedire che gli Alleati se ne impadroniscano.

Tuttavia papa Pacelli mantenne durante la guerra relazioni diplomatiche con le potenze Alleate e appoggiò il tentativo ordito da alcuni ufficiali dissidenti del Reich di rovesciare il Führer, facendo da tramite tra gli stessi congiurati e il governo inglese.

 

Rabbi David Dalin

 

David Dalin, rabbino di New York, è l’autore di un’ampia ricerca storiografica che dimostra come Pio XII fu, per quanto prudente, tutt’altro che acritico nei confronti del nazismo: egli sottolinea come papa Pacelli in numerosi discorsi pronunciati prima del 1929, quando era ancora cardinale, abbia messo in guardia dai pericoli che siffatta ideologia comportava. In una lettera del 1935 il S. Padre arrivò pure a paragonare la superbia dei nazisti a quella di Lucifero. Da non dimenticare poi che la sua prima enciclica, la Summi Pontificatus del ‘39, fu di stampo marcatamente antirazzista. Lo stesso rabbino fa notare che era uso presso i nazisti chiamare il pontefice “il papa che ama gli Ebrei”.

L’atteggiamento prudente di papa Pacelli trova una dimostrazione nel celebre episodio del “discorso bruciato”, anch’esso più spesso utilizzato come elemento d’accusa nei confronti del pontefice che come elemento in sua difesa. Nel luglio del 1942 Pio XII sta per declamare al pubblico un severo discorso contro le deportazioni degli ebrei; da poco era però giunta notizia dall’Olanda che, a seguito della ferma opposizione dei vescovi olandesi, le deportazioni anziché placarsi si erano inasprite, raggiungendo la quota di 40.000 deportati: il pontefice a questo punto bruciò i fogli del discorso. Era ivi presente una suora, la quale, stupita, si rivolse al pontefice, chiedendo il perché non decidesse almeno di conservare il discorso; costui rispose: “è meglio così; se ne hanno deportati quarantamila dopo la protesta dei vescovi, quanti ne deporteranno dopo aver udito la parola del papa?”.

Lo storico Andrea Riccardi scrive a proposito dei silenzi del pontefice: “Non si può rispondere alle domande sul comportamento di papa Pacelli durante il secondo conflitto mondiale senza considerare quali fossero i limiti posti al suo agire”.

Abbiamo quindi abbastanza elementi per comprendere come i “silenzi” di Pio XII  rappresentassero una scelta di cautela del tutto condivisibile: tale scelta, come vedremo fra breve, non impedì affatto alla Chiesa di recare aiuto agli ebrei perseguitati.

A conferma di quanto detto, possiamo ricordare che nel 1963 Albrecht Von Kessel, funzionario diplomatico tedesco presso la S. Sede al tempo della guerra ci lasciò tale testimonianza: “Eravamo convinti che un’ardente protesta di Pio XII contro la persecuzione degli ebrei (…) non avrebbe certo salvato la vita di un solo ebreo. Hitler, come una bestia in trappola, avrebbe reagito a qualsiasi minaccia che avesse percepito come diretta contro di lui, con crudele violenza “.

Recenti scoperte, oramai considerate in maniera univoca dagli storici,  hanno poi messo in evidenza il piano di Hitler per rapire il papa: una soluzione un po’ drastica per chi, a detta degli zelanti accusatori, non rappresentava un nemico del Reich.

 

LA DEPORTAZIONE DEGLI EBREI.
La S. Sede non fece nulla per ostacolare la deportazione degli ebrei?

Se le prime “cariche” vacillano vistosamente di fronte all’interpretazione dei dati storici, l’“ondata” che segue è destinata ad infrangersi contro un’evidenza insormontabile.

La notte del 16 ottobre 1943 ha inizio il rastrellamento di Roma da parte della Gestapo: ogni individuo di stirpe ebraica viene fatto prigioniero e deportato nei lager; un migliaio di persone non avrebbe più fatto ritorno. La reazione pubblica della Chiesa fu immediata: fu espresso alle autorità diplomatiche tedesche lo sdegno della S. Sede per l’arresto degli ebrei e l’esplicita richiesta di porvi fine. Inutile rimarcare il fatto che tale presa di posizione non sortì alcun effetto.

Assai più rapida ed efficace fu la reazione “sotterranea” del Vaticano: per esplicito ordine del papa, fu fatta correr voce che ad ogni fuggiasco ebreo fosse dato rifugio nelle chiese, nei conventi, nei monasteri e in ogni altro istituto religioso. 11.000 persone, grazie a questo intervento, scamperanno alla furia nazista.

Il già citato Andrea Riccardi scrive: “Tra le due linee Pio XII si muoveva ovviamente con prudenza, ma chiaramente in favore dell’utilizzo della Chiesa come uno spazio d’asilo”.

Non mancano testimonianze dirette di fuggiaschi ebrei rifugiati nei conventi; costretti dalle circostanze a mescolarsi con i religiosi e ad imparare le preghiere cristiane.

Piero de’ Benedetti Bonaiuti, rifugiato di origine ebraica, testimoniò che l’automobile con cui era stato scortato nel più completo anonimato era l’auto del cardinal Tysserant, proprio quel cardinal Tysserant che aveva ricevuto nel 1937 l’episcopato dal Segretario di Stato Vaticano, che allora era Eugenio Pacelli.

 

Boicottaggio dei negozi ebrei nella Germania nazista

 

Alcuni hanno cercato di far passare queste operazioni di salvataggio come un fenomeno di cui il pontefice era del tutto ignaro: ciò contro ogni testimonianza dell’epoca e contro ogni evidenza che comprova la diretta implicazione di Pacelli, a partire dal fatto che gli stretti collaboratori di Pacelli furono coinvolti nell’assistenza ai rifugiati. Senza contare un particolare di altrettanta evidenza: come è possibile pensare che, proprio nel frangente del rastrellamento di Roma, le porte dei conventi, dei monasteri e degli istituti religiosi si siano simultaneamente spalancate per dare accoglienza ai fuggiaschi? Vogliamo veramente pensare che si sia trattato di una casualità così insolita?

Una simile iniziativa non era nuova per il vicario di Cristo: un articolo del New York Times del 1942 riporta la voce secondo cui il papa fosse intervenuto per difendere gli ebrei iscritti nelle liste di deportazione.

Pochi anni prima il  card. Angelo Roncalli (futuro papa Giovanni XXIII), allora nunzio apostolico in Turchia si attivò perché le autorità locali offrissero protezione agli ebrei emigrati per sfuggire alle persecuzioni cui erano soggetti in Europa.

Non si dimentichi poi i numerosi interventi del clero polacco: tra questi l’azione di San Massimiliano Kolbe. Parte dell’opera intellettuale di Kolbe consistette nella denuncia della massoneria e della sua forte componente sionista: ciò bastò per alcuni per additare il sacerdote come un antisemita; ci si scorda però che Kolbe fu in prima linea nella missione di offrire rifugio a migliaia di dissidenti polacchi, in buona parte ebrei. Deportato ad Auschwitz, Kolbe vi morì nel 1941.

Il diplomatico israeliano Pinchas Lapide ha sostenuto che durante la guerra, diverse centinaia di migliaia di vite sono state salvate grazie all’intervento della Chiesa di Pacelli.

 

LA FUGA DEI GERARCHI.
La S. Sede favorì la fuga di gerarchi nazisti?

 

Pressoché tutti conosciamo l’espressione popolare “via dei monasteri”, che lega in maniera diretta le istituzioni ecclesiastiche alla fuga dei gerarchi nazisti, responsabili di crimini di guerra: ciò che non possiamo dare per scontato è se tale espressione rispecchi effettivamente una realtà storica.

Innanzitutto andrebbe chiarito in che modo si configurò la fuga dei criminali di guerra nazisti. Molti, senza alcun dato storico come appoggio, immaginano i gerarchi isolati, o accompagnati da pochi familiari, ancora agghindati in uniforme mentre bussano alle porte delle abbazie e degli istituti religiosi, presentandosi con il loro vero nome e magari declamando a gran voce il loro curriculum di “sterminatori di popoli”. Ovviamente uno scenario del genere appare quanto mai assurdo e insensato. In realtà detta fuga si innesta nel più ampio quadro della migrazione di decine di migliaia di uomini, in gran parte civili, dai luoghi più colpiti dalla guerra. Comprendiamo dunque come raggiungere un porto sicuro fosse un gioco da ragazzi quasi per chiunque, anche per un criminale ricercato.

“Andando a leggere i vari report non si trovano riferimenti a specifici monasteri” – ha raccontato lo storico Pierluigi Guiducci – “Non c’è neanche un monastero citato insomma… la volontà di coprire dei criminali non risulta da nessuna parte ”.

Nel 1945 il III Reich è ormai giunto al tramonto: i Russi hanno ormai sfondato il fronte orientale e il 16 aprile di quell’anno le armate rosse entreranno a Berlino. Il 30 aprile Hitler si toglie la vita, e di lì a poco l’ammiraglio Dönitz, nuovo capo dello Stato del Reich accetta la resa. La disgregazione del potere nazista fu causa di una massiccia migrazione di massa, in particolare dalla Germania e dall’Est Europa, verso località più sicure: numerosi profughi si rivolsero alle diocesi cattoliche. Ciò costituiva anche un arguto espediente: il partito nazista era stato appoggiato da una parte consistente dei protestanti, dunque era ritenuto importante non essere identificati come protestanti. Inoltre la Chiesa offriva la propria protezione in modo gratuito e senza allacciarsi a concezioni nazionalistiche. Alcuni ufficiali nazisti riuscirono a confondersi tra i civili profughi muniti di documenti falsi (ricordiamo che le SS possedevano un reparto speciale per la falsificazione dei documenti), e diversi di loro non ebbero nemmeno bisogno di appoggiarsi ad una curia o ad una parrocchia.

Non mancarono purtroppo, nella Chiesa sporadici casi di collaborazionismo: qualche ufficiale, tra cui il gerarca Otto Wächter, fu coperto da Alois Hudal, vescovo tedesco che aveva appoggiato il nazismo entrando, già prima della guerra, in aperto contrasto con la S. Sede, tanto che a guerra finita Pio XII lo bandì definitivamente dalla Città del Vaticano.  Un altro gerarca, Erich Priebke, a sua volta aiutato da Hudal, nella sua intervista prima della sua estradizione in Italia fece la seguente dichiarazione: ”è probabile che il Vaticano avesse una sua rete di conventi e monasteri dove nascondere gente, ma bisogna anche dire che il Vaticano aiutava tutti, anche gli ebrei, non solo noi tedeschi”. Dalle parole dello stesso Priebke, raccolte a distanza di molti anni dalla disfatta, desumiamo che lo stesso non avesse una chiara idea di chi e come lo avesse aiutato: dunque la sua testimonianza finisce per risultare, non per sua colpa, alterata “per eccesso”: la succitata eminenza tedesca infatti pare aver agito da sola, senza aver richiesto autorizzazioni o appoggi da ulteriori autorità ecclesiastiche. Ed ancora, possiamo immaginare che Hudal abbia voluto pavoneggiarsi, attribuendosi influenti agganci presso la S. Sede che in realtà non aveva.

Per contro, sembra essere errore assai diffuso dimenticare di come gli anglo-americani abbiano offerto protezione ad alti ufficiali del Reich: tutto ciò faceva parte di un più ampio contesto che vedeva Alleati e Sovietici in lotta per spartirsi gerarchi e scienziati nazisti, nell’ambizione di mettere le mani sui tesori nascosti del regime e sulle scoperte e invenzioni scientifiche e tecnologiche.

 

IL PAPA DI HITLER.

Qual è la posizione degli storici su Pio XII?

 

Una parte consistente delle accuse contro Pio XII, di cui abbiamo cercato di riassumere il contenuto in questo articolo, è sostenuta in un saggio intitolato, per l’appunto Hitler’s pope, “il Papa di Hitler”.

Appare di fondamentale importanza sottolineare come tale saggio, scritto dal giornalista John Cornwell e pubblicato nel 1999, abbia riscosso e riscuota tuttora una notevole diffusione e ammirazione presso il vasto pubblico. Peccato però che gli ambienti accademici non abbiano recepito tale opera elargendo altrettante lodi.

Martin Gilbert, eminente storico delle due guerre mondiali, nonché dell’Olocausto, citando il libro di Cornwell, rammenta di come Pio XII fosse indicato dalle autorità di sicurezza naziste come “il portavoce dei criminali di guerra ebrei”.

Lo storico F. J. Coppa, autore di importanti saggi riguardanti la storia d’Italia e del Vaticano, nonché di uno scritto dedicato proprio alla figura di Pio XII, ci va molto meno per il sottile, definendo le accuse di Cornwell del tutto prive di consistenza.

In un passo del suo libro, Cornwell addirittura compie una mossa quanto mai subdola, cercando di dipingere Pio XII come un negazionista ante litteram; decontestualizzando le parole di papa Pacelli, egli finisce infatti per sostenere che parlare di “centinaia di migliaia di vittime” costituisce un tentativo di sminuire la ferocia nazista. Le parole del papa riprese da Cornwell furono pronunciate all’inizio del 1942, quando la “soluzione finale” altro non era che un folle piano nella mente dei gerarchi del Reich.

Risulta a tutt’oggi sorprendente che la tragedia che noi chiamiamo Shoah, od Olocausto, abbia avuto luogo in un tempo tremendamente breve: ricordo che ai tempi in cui frequentavo il liceo si studiava già che Hitler, non ritenendo di aver più bisogno di ulteriore manodopera, avesse finalmente deciso di portare a termine il suo piano di annientamento; un piano le cui basi teoriche già erano state poste sin dai tempi del Mein Kampf, ma che trovarono una prima prospettazione pratica solo nel gennaio del ’42, quando si tenne la conferenza dei vertici militari tedeschi sul lago di Wansee e si cominciò effettivamente a parlare di “soluzione finale”. Tolto questo, va considerato che nell’immediato dopoguerra, quando i cancelli di Auschwitz, abbattuti dai sovietici, avevano appena cominciato a rivelare la propria serie di orrori, nessun capo di Stato aveva la più pallida stima della portata del massacro: bisognerà attendere i processi di Norimberga per questo.

Nel 2005 il già citato rabbino David G. Dalin pubblica un saggio che si pone come una vera e propria nemesi del saggio di Cornwell: The Myth of Hitler’s Pope (titolo tradotto in italiano con “la leggenda nera del papa di Hitler”).

Ma è, a mio parere, nell’anno che appena precede il libro di Dalin, nel 2004, che arrivò il colpo di grazia alle teorie di Cornwell: causa di tale tracollo, si badi bene, non fu una critica esterna, bensì una timida ma rivelatrice dichiarazione da parte dello stesso Cornwell, il quale ammise che le possibilità d’azione di Pio XII al tempo dei fatti erano estremamente limitate. Tuttavia, nella sua testardaggine, il giornalista aggiunse che il pontefice aveva il dovere, nell’immediato dopoguerra, di fornire spiegazione circa i propri silenzi e le proprie omissioni, anche se compiuti nelle migliori intenzioni.

Il quesito si può porre nella maniera più semplice: perché Pio XII non si giustificò? Una probabile risposta è: forse perché non aveva alcun bisogno di giustificarsi. Si tratta quindi di capire quale fu l‘atteggiamento nei confronti del pontefice nell’immediato dopoguerra. E proprio su questo punto ci soffermeremo nel prossimo paragrafo.

 

LODI A PIO XII.

Quale fu la posizione delle autorità ebraiche all’epoca nei confronti del pontefice?

Più che emblematica l’espressione di cordoglio di Golda Meir, primo ministro d’Israele dal 1969 al 1974, che io ho scelto come frase introduttiva per questo articolo. Questa manifestazione di commovente riconoscenza nei confronti del pontefice non fu affatto isolata: numerose furono le parole di apprezzamento da parte di alti funzionari israeliani, nonché di personalità di spicco del mondo ebraico, per l’opera di pace di Pio XII. Dunque quest’ultimo di fronte a chi avrebbe mai dovuto giustificarsi?

Una testimonianza d’eccezione proviene da Albert Einstein già nei primi anni della guerra: esule in America ai tempi del regime nazista, lo scienziato di origini ebraiche rilasciò nel 1940 al Time Magazine una dichiarazione più che univoca: “Solo la Chiesa sbarra pienamente il cammino alla campagna hitleriana per la soppressione della verità. Prima d’ora non ho avuto alcun interesse particolare per la Chiesa, ma ora sento un grande affetto e ammirazione per essa perché solo la Chiesa ha avuto il coraggio e la perseveranza di schierarsi dalla parte della verità intellettuale e della libertà morale. Sono pertanto costretto ad ammettere che quanto una volta disprezzavo, ora lo apprezzo senza riserve“.

Non può mancare, da ultimo nella nostra analisi, un accenno a quella che considero una prova più che emblematica dello stato dei fatti: lo storico e vaticanista Andrea Tornielli in una delle sue conferenze ha richiamato l’attenzione su una foto che molti sembrano aver dimenticato; tale foto mostra papa Pacelli in mezzo ad una folla di persone: costoro erano i membri della Israel Philarmonic Orchestra, i quali nel 1955 avevano chiesto espressamente di suonare in Vaticano in presenza del pontefice per ringraziarlo della solidarietà mostrata durante la guerra.

 

IL SILENZIO DEGLI ONESTI.
Cosa fecero gli Stati nazionali per impedire l’ascesa di Hitler?

Dalla protezione che gli alleati attuarono per alcuni membri di spicco del Reich possiamo trarre spunto per questo paragrafo, che si configura come una controaccusa nel nostro processo fittizio.

Se la Chiesa, come abbiamo visto, non tacque e non rimase inoperosa né durante l’ascesa del nazismo né durante il suo declino, si potrebbe dire lo stesso per le altre potenze, in particolare per gli Alleati? Dobbiamo chiederci cosa le potenze usualmente considerate avverse al nazismo fecero, o meglio cosa non fecero, per ostacolare Hitler nella sua scalata al potere.

Addossare la colpa ad una Chiesa con un peso politico assai relativo, e con un ben più modesto peso militare (la Chiesa, come ovvio, non avrebbe potuto intraprendere azioni militari contro chicchessia) sembra coincidere più che altro con la ricerca di un capro espiatorio.

 

Vittime ebree dei campi di sterminio

 

Nel primo dopoguerra la Germania fu vessata da pesanti oneri e divieti: uno di questi divieti precludeva alla Germania la possibilità di un riarmo. Hitler, in violazione di tale divieto, ricostituì l’esercito tedesco e diede impulso alla creazione di un apparato militare che sfruttasse il meglio della tecnologia dell’epoca e che più tardi avrebbe messo in ginocchio l’Europa. Il tutto sotto gli occhi apparentemente poco attenti di Francia, Inghilterra e Stati Uniti: Hitler, in altre parole, fu semplicemente “lasciato fare”.

E che dire dei “gloriosi” sovietici, eroi della guerra contro Hitler? Forse dimentichiamo che il primo ad andare “a braccetto” con il Führer fu proprio Stalin con il patto Molotov-Ribbentrop. Se questo non bastasse si può rammentare il fatto che l’Unione Sovietica già nel ’39 consegnò alla Gestapo numerosi prigionieri comunisti ed ebrei. Impossibile non trovare assai curioso, a questo punto, che la propaganda che tacciava il papa di aver appoggiato il regime Nazista fosse partita nel ’44 proprio dall’Unione Sovietica: primo attacco fu un articolo dell’Izvestia, quotidiano di partito a Mosca, subito smentito dal New York Times; ciò nonostante la propaganda antivaticana continuò ad oltranza.

 

PER APPROFONDIRE:

Mit brennender sorge, enciclica, Pio XI, 1937;

La leggenda nera del papa di Hitler, David G. Dalin, 2005;

Il Terzo Reich contro Pio XII. Papa Pacelli nei documenti nazisti, Pierluigi Guiducci, 2012;

Oltre la leggenda nera. Il Vaticano e la fuga dei criminali nazisti, Pierluigi Guiducci, 2015;

La misura del potere: pio XII e i totalitarismi tra il 1932 e il 1948, David Bidussa, 2020;

Pio XII, un papa nelle tenebre, Antonio Spinosa, 1992;

L’inverno più lungo – 1943-44: Pio XII, gli ebrei e i nazisti a Roma, Andrea Riccardi, 2008;

Gli ebrei salvati da Pio XII, Antonio Gaspari, 2001;

Il Vaticano nella tormenta: 1940-1944: Pio XII e la Santa Sede nell’Archivio della Gendarmeria Pontificia, Cesare Catananti, 2020;

La croce e la svastica, documentario La Grande storia, 2012;

Pio XII e gli ebrei, conferenza di Andrea Tornielli, 2015;

“Lo vuole il Papa” – Documenti e testimonianze sull’opera di Pio XII in favore degli ebrei, documentario Tv2000, 2015;

La Santa Sede e la Seconda guerra mondiale. Memoria e ricerca storica nelle pagine della “Civiltà Cattolica”, saggio di Matteo Luigi Napolitano, 2000;

Papa Pio XII, documentario Rai, 2020;

Che fine hanno fatto i gerarchi nazisti scampati al processo di Norimberga?, articolo online di “Focus”, 2017;

Unsealing of Vatican archives will finally reveal truth about ‘Hitler’s pope’, articolo online di “The Guardian”, 1 marzo 2020;

Il Vaticano apre gli archivi di Pio XII: le carte confermano gli aiuti agli ebrei, articolo online de “La Stampa”, 2 marzo 2020;

Cosa fece Pio XII per salvare gli ebrei. Le carte del Vaticano, articolo online di “Agenzia Italia”, 2 marzo 2020;

Il piano di Hitler per rapire Pio XII, articolo online de “Il Giornale”, 3 marzo 2020;

Vaticano, oltre 6 mila ebrei a Roma si salvarono grazie all’azione di Pio XII, articolo online de “Il Messaggero”, 28 gennaio 2020;

L’Ambasciatore israeliano presso la Santa Sede: “Il mio giudizio su Pio XII era prematuro”, articolo online de “La Stampa”, 11 luglio 2019;

L’Ambasciatore di Israele presso la Santa Sede loda gli sforzi di Pio XII durante la guerra per salvare gli ebrei italiani, articolo online de “La Stampa”, 11 luglio 2019;

The Vatican & the Holocaust: 860,000 Lives Saved – The Truth About Pius XII & the Jews, articolo online della Jewish Virtual Library;

Praise for Pius XII, articolo online del “Washington Post”, 2 ottobre 1999;

Pio XII aiutò gli ebrei in silenzio, articolo online de “Il Corriere”, 9 ottobre 2008;

La storia renderà giustizia a Pio XII, articolo online de “L’Osservatore Romano”, 9 ottobre 2008;

Pio XII; ritrovato documento, Papa Pacelli aiutò gli ebrei, articolo online de “L’Eco Bergamo”, 4 marzo 2009;

Il Vaticano sapeva degli ebrei rifugiati nei conventi”, articolo online de “La Stampa”, 17 settembre 2013;

Nazismo, il dilemma sui silenzi di Pio XII, ma spuntano altre carte di ebrei che gli chiedevano aiuto”, articolo online de “Il Messaggero”, 30 aprile 2021;

Il Silenzio di Pio XII su Shoah non fu paura, ma preciso calcolo, articolo online de “L’Eco Bergamo”, 11 giugno 2009.

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