Il Ka, il Ba e l’Akh: i tre elementi invisibili dell’uomo egizio

 

Per gli antichi egizi, l’essere vivente era costituito da un insieme di parti: quelle con caratteristiche fisiche come il nome, il cuore, il corpo e l’ombra, e altre spirituali come il Ka, il Ba e l’Akh.
Per vivere e proseguire l’esistenza anche nell’Aldilà, l’individuo aveva bisogno di tutti questi elementi. Oggi ci soffermiamo su quelli spirituali.

 

KA

Il Ka prendeva vita al momento della nascita dell’individuo. Può essere assimilato alla “forza vitale” della persona e ne costituiva a tutti gli effetti il suo doppio, come una sorta di immagine speculare spirituale. Il dio Khnum, fautore dell’uovo della creazione e vasaio divino che dona la vita alle sue creazioni modellandole al tornio con il limo del Nilo, viene spesso raffigurato mentre crea sia il corpo fisico che il Ka del nascituro.
Il ka cresce con l’uomo e vive la sua stessa vita, seppure indipendente. Accumula quindi ricordi ed esperienze, prova sentimenti e, in qualità di forza vitale, conferisce il temperamento alla persona.

 

Il dio Khnum che lavora al suo tornio

Gli dei, al contrario delle persone comuni, avevano molti Ka, uno per ciascuna loro caratteristica. Anche il Ka del faraone, in quanto diretto discendente degli dei, aveva delle particolarità. Rappresentava il suo aspetto divino e veniva trasmesso dal sovrano al suo successore come una sorta di “patrimonio genetico” delle divinità che lo avevano preceduto. Si fondeva con il nuovo sovrano nel momento della cerimonia di incoronazione, trasformandolo nel Ka-vivente, uomo e dio.

Per le persone comuni, il Ka iniziava la sua esistenza alla nascita. Al pari di quello di dei e faraoni, non moriva mai, rimanendo nei pressi del defunto e nella memoria di coloro che lo avevano amato. Pur potendo andare ovunque, si riteneva che il Ka rimanesse per lo più sepolcro, nel corpo mummificato o nelle statue commemorative del defunto. Per continuare a vivere, però, il Ka doveva essere nutrito. Le offerte di cibo nelle tombe, come le loro raffigurazioni sulle pareti sepolcrali, servivano infatti per sostenere il Ka. Anche se lo spirito non poteva cibarsi fisicamente, assorbiva la forza vitale degli alimenti a lui offerti.
Le statue funerarie del defunto rappresentavano il suo Ka e talvolta portavano sul capo un paio di braccia tese, come era anche il geroglifico Ka. La grande statua lignea del faraone Hor I (XIII Dinastia) è l’unico esempio di Ka in figura tridimensionale che sia giunto fino a noi.

 

Statua lignea del faraone Hor I

 

 

BA

Il Ba era assimilato alla personalità che rende unico un individuo. Ogni azione compiuta in vita era frutto ed emanazione del Ba posseduto. Semplificando, si potrebbe dire che il Ba era il modo con cui si veniva percepiti dagli altri nel contesto sociale, una sorta di immagine della propria forza vitale ma non nel senso di “doppio”, come per il Ka, ma di aspetto attraverso cui ci si manifestava. Le forze naturali e le statue che rappresentavano gli dei erano i Ba degli dei stessi. Per fare un esempio, il toro di Apis era il Ba di Osiris.
Il Ba, a differenza del Ka che rimaneva sempre con il defunto, era la parte spirituale in grado di viaggiare nell’Aldilà, ma lo faceva solo se la persona aveva condotto un’esistenza retta in vita, ossia se aveva superato la prova della pesatura dell’anima di fronte al Tribunale dei quarantadue giudici. Allora il Ba si univa al disco solare (Ra) nel suo viaggio attraverso la volta celeste fino ad entrare nel regno dei morti durante il viaggio attraverso le ore notturne. Qui Ra diventava l’Osiride che, unito al Ka, permetteva a Ba e Ka di riunirsi ogni notte, per poi separarsi all’alba.
La parola Ba ha lo stesso segno geroglifico della cicogna jabiru. Gli uccelli migratori erano indicati come personificazioni del Ba, in quanto anch’esso si spostava tra la tomba e il regno dei morti in una sorta di migrazione perpetua. Per questa ragione il Ba veniva spesso rappresentato come un uccello dalla testa umana e, talvolta, anche dotato di braccia.

 

Il Ba

 

 

AKH

L’akh era l’elemento spirituale che rappresentava la potenza soprannaturale del cosmo, il soffio vitale. Alla morte di un individuo, si staccava e volava via dal corpo sotto forma di luce per salire al cielo e ricongiungersi al creatore.
Il segno geroglifico è l’ibis crestato, uccello dal piumaggio brillante. Lo stesso segno è indicato infatti anche per indicare concetti come “utile”, “efficiente”, “profittevole” e, naturalmente, “splendente”.
Dunque abbiamo il Ka che rappresentava il legame con l’aspetto terreno, il Ba con quello della personalità e l’Akh con quello più propriamente celeste. Insieme costituivano il tutt’uno spirituale dell’individuo nell’Aldilà che gli assicurava la vita eterna.

 

Akh sulle pareti di Medinet Habu

 

 

Per gli antichi egizi la spiritualità e il pensiero dell’oltretomba costituivano una importante parte della vita quotidiana, in un modo difficile da comprendere oggi nella sua pienezza. Come è difficile da capire lo sforzo di tesaurizzazione delle ricchezze nei sepolcri, ma tutta la loro vita era in funzione del culto degli dei e dell’Aldilà.

Nella serie egizia “Il romanzo di Tutankhamon” ho trasposto la spiritualità sottesa nella vita di tutti i giorni ai personaggi, sviluppando le loro storie personali in un contesto aderente alla vita dell’epoca, pur ricco di avventura.

Tratto da “La Città dei Morti: la pittrice di tombe perdute”:

 

Varcai la soglia della casa del capitano delle guardie cimiteriali con l’impressione di entrare in un altro sepolcro. Le tenebre stavano tornando a prendere possesso anche del mondo dei vivi e lo stato di abbandono di quel luogo rifletteva il vuoto che sentivo dentro, amplificandolo e rendendolo intollerabile.

Salii in fretta le scale e mi diressi alla mia stuoia, lasciandomi scivolare sopra, priva di forze. Con la schiena poggiata al muro, fissavo la porta chiusa sui fantasmi di Thutmosis che scompariva nelle ombre che andavano infittendosi nella stanza.

Perché non aveva voluto seppellire quegli oggetti assieme alle persone alle quali erano appartenuti? Non era forse infliggersi una tortura maggiore voler trattenere il loro Ka tra le pareti dei luoghi che le avevano viste in vita?

Mi presi la testa tra le mani, affranta.

Forse Thutmosis era pazzo, ma io lo ero quanto lui. Forse lo diventavamo tutti nel momento in cui perdevamo qualcuno che avevamo amato.

2 commenti

  1. È impressionante la spiritualità e la complessità della vita degli antichi egizi! Nella incredibile varietà degli dei del loro “Olimpo” superavano la fantasia degli dei della Grecia. E tuttavia, pur nella brutalità di un popolo guerriero, serbavano un animo fantasioso e in certa misura poetico e, perchè no, civile. Triste constatare il decadimento dei giorni nostri.

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