Cicerone: l’ultimo difensore della repubblica – Francesca Pulitanò e Roberto Signorini

Francesca Pulitanò insegna Diritto romano all’Università di Milano. Ha dato alle stampe diversi saggi sulla disciplina sopramenzionata. Roberto Signorini ha conseguito il Dottorato in Diritto romano e diritti dell’antichità. È docente di Lettere e Storia presso un liceo scientifico.

 

Francesca Pulitanò

Di particolare importanza per una piena comprensione del testo Cicerone: l’ultimo difensore della repubblica (stampato nel mese di agosto del 2020) è sia l’introduzione, dal titolo La parola contro la violenza, di Barbara Biscotti[1] che la presentazione dello stesso da parte dell’editore nella quarta di copertina. Nell’introduzione Barbara Biscotti afferma che: «L’assassinio di Cicerone, avvenuto in quel caotico scorcio della fine del I secolo a.C. che può essere considerato, senza tema di smentita, come uno dei momenti più bui della storia interna romana, non è mai stato oggetto di grande attenzione, risultando oscurato dalle vicende del generale travaglio politico che attraversava Roma in quei tempi; e i dettagli dello stesso, giustamente posti in secondo piano dalla fama di oratore e letterato della vittima, nonché da ancor più eccellenti omicidi contemporanei (primo fra tutti quello di Cesare), non sono molto noti al grande pubblico. Eppure, esso costituisce un tassello fondamentale nella comprensione degli eventi che segnarono per Roma il passaggio dal regime repubblicano al principato, un momento in cui non si operò semplicemente per la più grande civiltà del Mediterraneo antico un sovvertimento delle forme di governo, ma si posero le basi istituzionali di tutta la storia occidentale successiva. È quindi grande merito di Francesca Pulitanò e Roberto Signorini, autori del presente volume, aver portato alla luce i tratti e le ragioni dell’epilogo della vicenda umana di colui che, reso immortale dai suoi scritti, è stato tuttavia anche uno dei più raffinati uomini politici della storia della res publica, autore di quelle Filippiche che Giacomo Leopardi ebbe a definire come “l’ultimo monumento della libertà antica”. Presentare in poche righe la complessa personalità, politica e filosofica, di Cicerone e il suo essenziale intrecciarsi con la realtà dell’epoca sarebbe impresa assai difficile, per non dire impossibile; ma senza dubbio alcune parole chiave, tutte strettamente legate anche alla sua fine e a quella di un tempo, possono almeno adombrarne i tratti. Innanzitutto, appunto, libertas. Una nozione certo differente dalle libertà dei moderni e strettamente connessa a quella di civitas, l’appartenenza in qualità di cittadini a quella importante realtà che va sotto il nome della città che vi diede origine, Roma. Essere cittadini romani era garanzia di una libertà che non aveva pari e Cicerone fu strenuo difensore di tale libertà nel rifiutare tanto il governo di Pompeo – per il quale tuttavia aveva parteggiato – quanto quello di Cesare, per la cui morte esultò, inneggiando ai cesaricidi come ai difensori di quell’ideale. Ma un altro concetto fondamentale segna indelebilmente i tratti dell’Arpinate, costituendo garanzia, nella sua prospettiva, di quella libertà, ed è proprio res publica. A esso dedicò il trattato di filosofia politica ispirato alla Repubblica di Platone e redatto dopo il rientro dall’esilio temporaneo cui lo aveva condannato l’ostilità nei confronti del primo triumvirato, e di Cesare innanzitutto. “La repubblica è la cosa del popolo, e popolo non è ogni unione di uomini, raggruppata a caso come un gregge, ma l’unione di una moltitudine stretta in società dal comune sentimento del diritto e dalla condivisione dell’utile collettivo” scrive nel I libro del trattato in forma di dialogo, in cui emerge come centrale la nozione di virtus, quell’insieme di qualità essenziali nel cittadino romano, e in particolare in chi sia chiamato a governare saggiamente la cosa del popolo, che Cicerone ravvisa in Scipione Emiliano, ultimo modello di una personalità politica ideale, ormai al suo tempo travolta dal prevalere dell’ambizione personale sul bene comune. Ius, il diritto, è un’altra delle parole chiave che definiscono la figura di colui che senz’altro può essere considerato il più grande avvocato della storia. Non potrebbe essere diversamente – benché lo stesso Cicerone lo abbia sacrificato alla ragion di Stato in occasione della condanna meramente politica e sommaria dei catilinari -, dal momento che il diritto costituiva la cifra culturale su cui si basava, come da lui stesso affermato, la coesione di quella repubblica concreta, e non ideale come per Platone, che egli descriveva. Ma, ancora, essenziali griglie per comprendere la vicenda di cui l’oratore – e molti altri personaggi di spicco della vita degli ultimi tempi della repubblica – fu protagonista sono i concetti di amicitia e – a esso contrapposto – di inimicitia. L’amicitia costituiva il collante etico di una fitta trama di relazioni interpersonali, che sostanzialmente teneva insieme la vita sociale e politica di Roma. A essa Cicerone dedicò nelle fasi finali della propria vita un altro trattato, nel quale virtus, ancora, e probitas, l’onestà incorruttibile, costituiscono i valori fondanti di un’idea di amicizia che nella prospettiva ciceroniana travalica tanto la dimensione politica quanto quella strettamente individuale. L’amicitia diviene così una condizione esistenziale che deve investire la persona di quel ruolo centrale e responsabile, in una vita che non può che essere personale e collettiva a un tempo. A tale idea corrispondeva, però, anche quella di inimicitia, che interveniva nella vita dei protagonisti di quell’epoca, come di ogni altra, a segnare un baratro incolmabile di idee, di prospettive, di aspirazioni. Alla sfera dell’inimicitia va assegnato l’inesorabile contrasto con Marco Antonio, che condurrà Cicerone a una morte terribile. Se in Cesare egli aveva potuto sperare, quasi sino all’ultimo, di trovare quel gubernator ideale che vagheggiava, se in Ottaviano vedeva, oltre al pericolo, il valore (“Quel giovane dev’essere lodato, onorato ed eliminato”), Antonio rappresentò, invece, per lui l’avversario irriducibile, il portatore di quella corruzione dei valori repubblicani che egli, a sua volta, avrebbe voluto vedere ucciso nella congiura di cui fu vittima Cesare.

 

Busto di Cicerone

 

Se la condotta di Cicerone, sino alle Idi di marzo, era stata connotata da un certo attendismo che sconfinava nell’ambiguità, forse da forme di opportunismo, venato però anche di idealismo politico, dopo di esse egli si manifestò apertamente in contrasto con il protagonismo di quel suo temibile avversario, sino alla stesura delle Filippiche, un monumentale attacco a tutto ciò che Antonio, a suo avviso, rappresentava in termini di svilimento degli ideali repubblicani. Come scrisse Stefan Zweig, descrivendo nel suo Momenti fatali il tragico epilogo dell’assassinio di Cicerone con l’esposizione sui Rostri, per volontà di Antonio, del capo e delle mani mozzate, “… nessuna invettiva contro la brutalità, l’illegalità e la smania di potere proferita dal grande oratore su questa tribuna ha mai denunciato in modo così eloquente il male eterno della violenza … Nessuno dei presenti osa protestare …, ma angosciati, col cuore stretto in una morsa, abbassano lo sguardo davanti al tragico simbolo della loro repubblica crocifissa”. Cicerone incarnò, in tutti gli aspetti più luminosi e più oscuri, lo spirito dell’epoca e, insieme, uno dei paradigmi dell’animo umano nel Tempo. Su di lui si addensò la nube di quell’implacabile quanto imprevedibile operare del destino nelle sorti umane che i Greci chiamavano kairós, un tempo non lineare ma istantaneo e supremo, facendo del suo assassinio uno degli snodi essenziali dello sviluppo di tali sorti». Invece nella presentazione dell’opera da parte dell’editore il medesimo dichiara che: «Roma, fine del 43 a.C. La morente repubblica è dilaniata dalle guerre civili e il potere è passato nelle mani del secondo triumvirato. Si regolano i conti in sospeso: prima di volgersi a Oriente, verso i cesaricidi, i triumviri Antonio, Ottaviano e Lepido si sbarazzano dei propri oppositori. Il primo, in particolare, reclama per sé la testa dell’uomo che ha osato contrastarne i piani e che in troppe occasioni lo ha messo alla berlina con la propria tagliente eloquenza. Quell’uomo è Marco Tullio Cicerone: ormai ultrasessantenne, ha alle spalle un glorioso cursus honorum, una sfolgorante carriera di oratore, delusioni politiche e dolori umani. Ed è consapevole che la sua fine, come quella dell’amata repubblica, sta per arrivare».

Si ritiene che quanto detto sia nell’introduzione da Barbara Biscotti sia nella presentazione del libro da parte dell’editore abbia spiegato a sufficienza scopi e finalità del testo preso in esame. Di grande utilità sono la cronologia degli eventi e le fotografie. Un’opera degna di notevole attenzione che si consiglia di leggere e/o regalare a coloro che sono interessati alla storia romana.

[1] Curatrice per il Corriere della Sera delle collane I grandi processi della storia (2019) e Grandi donne della storia (2020), insegna Storia del diritto romano e Diritto romano all’Università di Milano-Bicocca. Ha pubblicato parecchi volumi di diritto pubblico e privato antico ed alcuni testi storico-divulgativi.

 

Titolo: Cicerone: l’ultimo difensore della repubblica

Autori: Francesca Pulitanò e Roberto Signorini

Editore: Corriere della Sera

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