Don Bosco nella storia: oltre i racconti sul santo imprenditore. 1815-1888. Parte prima.

Nei decenni successivi  alla morte di san Giovanni Bosco (1815-1888) non  emergono   particolari studi storici sul fondatore e la sua opera, mentre la pubblicistica di natura apologetica trova –  al contrario – ampi spazi di diffusione. Tale tendenza verrà modificata grazie ai lavori  del salesiano don  Pietro Stella[1], ai contributi scientifici raccolti dal prof. Francesco Traniello[2], e agli apporti  dei membri dell’Istituto Storico Salesiano[3]. Si delinea in tal modo un disegno storiografico attento alla fase degli inizi e ai passi compiuti  dalla Societas Sancti Francisci Salesii. Aggiungasi che  la sistemazione e l’apertura degli archivi salesiani, unitamente alle iniziative collegate al II° centenario della nascita del santo (2015), hanno  favorito la pubblicazione di nuovi contributi. In tale contesto si colloca anche il presente lavoro ove sono stati  largamente utilizzati dati forniti da vari autori, soprattutto dal già ricordato  don Stella e da don Francesco Motto sdb dell’I.S.S..

 

ASPETTI INTRODUTTIVI

Allo stato attuale,  l’indagine sui rallentamenti (o  “soste”?)  avvenuti negli studi storici riguardanti don Bosco assume una ridotta importanza. Rimane, comunque, un’evidenza: per la dinamicità del carisma salesiano, si è voluto sostenere nel tempo soprattutto l’aspetto pastorale. Ciò si spiega facilmente se si considera il fatto che a quest’ultimo sono collegate molteplici realtà: le vocazioni religiose, la vita spirituale, le scelte fondazionali, l’impegno  pedagogico, la comunicazione sociale, lo sviluppo missionario. Per orientare oggi la ricerca e l’interpretazione storica lungo un percorso pluridirezionale, non condizionato da schemi acriticamente ripetitivi, non pare necessario fermarsi neanche su talune deformazioni e caricature (es. prete “reazionario”, “non italiano”, “paternalista”…) che, ancora in tempi recenti, hanno trovato un  qualche credito. Rimane utile,  piuttosto,  cancellare  ciò che può ancora rimanere di talune forzature  retoriche, e continuare a rivedere con metodo critico le fonti storiche.

 

Le forzature retoriche

Negli anni che seguirono  l’evento della  “Conciliazione” tra lo Stato italiano e la Chiesa cattolica[4], l’ambasciatore De Vecchi[5] figura  tra coloro che si attivarono per sostenere in qualche modo il processo di canonizzazione di don Bosco (beatificato nel 1929). Il 1° aprile del 1934, nella basilica romana di San Pietro, si arrivò alla  proclamazione della santità del fondatore dei salesiani[6]. Il giorno dopo,  in Campidoglio, presente Mussolini[7], lo stesso De Vecchi presentò la figura del prete piemontese secondo l’ottica del regime:

“Don Bosco è un Santo italiano ed è il più italiano dei Santi. Lo sente suo tutto un popolo, e tuttavia il grande spirito è onnipresente nel mondo, cosicché questa perfezione italiana diventa per lui romanità”[8].

In questo caso, la retorica riuscì a prendere il sopravvento sulla realtà storica ottenendo una lettura distorta. Comunque, chi legge lo scritto di don Stella sulla canonizzazione di don Bosco[9] non trova difficoltà a comprendere le  motivazioni politiche e il contesto generale  nel quale si inserì la canonizzazione del santo salesiano.

Rimangono significative, al riguardo,  le note che si trovano nel taccuino personale di don Francesco Tomasetti (1867-1953), procuratore generale della congregazione salesiana presso la Santa Sede e postulatore della causa di canonizzazione. Quando ormai il procedimento di canonizzazione era giunto a conclusione, “attraverso battaglie asprissime, che faranno epoca nella storia dei Riti[10], don Tomasetti  fa intendere le istanze politiche che facevano da cornice alla canonizzazione: “Quanto alla stampa, ho scritto ai nostri confratelli di Torino che mi mandino il materiale per i seguenti articoli: l. D. Bosco e  l’Italia; 2. D.  Bosco e Casa Savoia[11]; 3. D.  Bosco e la Conciliazione[12]; 4. D. Bosco e le famiglie principesche di Roma[13]; 5. D. Bosco e il Papa”[14]. La soddisfazione che lascia trapelare il postulatore è evidente,  ma si avverte pure un certo imbarazzo a motivo del fatto che la  canonizzazione  di don Bosco era intesa dai vertici politici del tempo quasi come una “nazionalizzazione” del prete piemontese.

 

La  revisione critica delle fonti storiche

Unitamente alla cancellazione di possibili residui  di forzature retoriche, esiste anche una quaestio collegata alle fonti salesiane, in particolare alle Memorie Biografiche (MB) di don Bosco[15]. Quest’ultime, rischiano di continuare ad essere considerate ed utilizzate come l’unica fonte autorizzata a trasmettere le “ipsissima verba” di don Bosco, senza fare attenzione che nelle MB le citazioni, anche quelle del fondatore solo raramente sono fedeli e non sono mai sicure. Con tali affermazioni non si intende negare il valore delle MB; solo indicare che si tratta di una fonte, sia pure autorevole, e come tale da sottomettersi alla normale critica delle fonti. In particolare, guardando al cammino percorso dalla Famiglia Salesiana in ambito storiografico, don Motto sintetizza talune evidenze:

 “La produzione storiografica salesiana è passata dai primi modesti e moderati profili biografici di don Bosco degli anni settanta del secolo XIX alle numerose biografie encomiastiche, ispirate ad una lettura teologica-aneddotica-taumaturgica della sua vita e della sua opera, che dagli anni ottanta del secolo XIX fino al secolo XX inoltrato ne fecero “la fortuna”.

I momenti solenni della beatificazione e della canonizzazione di don Bosco furono ovviamente all’origine di una serie di scritti ed opuscoli a carattere spirituale ed edificante. Negli anni del successivo regime seguì in Italia una produzione di opuscoli celebrativi con evidenti accentuazioni nazionalistiche ed esaltazioni retoriche.

Voce quasi unica fuori coro, messa subito a tacere, fu quella dell’illustre studioso don G. B. Borino[16] che alla vigilia della pubblicazione dell’ultimo volume delle MB ammoniva: “Io non credo che D. Bosco sia già compiutamente raccontabile, come non è stato compiutamente raccontato. Cinquant’anni dalla sua morte sono ancora spazio troppo breve. Lo scrittore, con molta ignoranza di molte cose, non ha ancora una completa libertà. Questo non tocca la persona dell’eroe e della sua santità, sebbene si possa dire che la prima spirituale libertà è quella che si deve avere di fronte a lui (…). La biografia di D. Bosco è ancora ai due modi primordiali ed elementari: della raccolta di aneddoti (…).  a scopo prevalentemente edificante e di cucitura di memorie. Non è ancora la biografia e la storia. Un modo peggiorativo è quello della rettorica: di cui D. Bosco non ha bisogno (D.Borino, Sei scritti e un modo di vedere, SEI, Torino 1938, pp. 13-16)”.[17]

 

Gli impulsi alla revisione

In tale contesto don Motto ricorda che nell’immediato dopoguerra e negli anni cinquanta le generazioni dei nuovi salesiani incominciarono ad esprimere un senso d’inquietudine sulla letteratura agiografica del passato. Nasceva l’esigenza di un’agiografia del fondatore che non mirasse tanto all’edificazione e all’apologia (anche se ovviamente non le escludeva), quanto alla verità della sua figura di uomo-santo in tutti i suoi molteplici aspetti.

“ (…) un’agiografia che dunque, senza rinunciare a disporre di proprie regole e di compiti speciali, si ponesse all’interno della storia in quanto tale e come tale ne assumesse tutti i compiti, i doveri, gli indirizzi. Si imponeva in qualche modo la necessità di uscire da un cerchio ormai consolidato per promuovere una rivisitazione della storia di don Bosco filologicamente avvertita e vagliata nelle fonti e storicamente condotta secondo metodi aggiornati. Si doveva insomma procedere oltre l’ottica propria dei primi salesiani, che indubbiamente era quella provvidenzialistica di don Bosco stesso, nella quale tendevano a scomparire le realtà dell’ambiente in cui visse e le forze vive ed operanti del suo tempo”[18].

 

La spinta ricevuta dal Vaticano II (1962-1965)

Simili prospettive di studio e di approfondimento della figura di don Bosco, che già da tempo si annunciavano, ricevettero una forte spinta dall’invito del Concilio Ecumenico Vaticano II a ritornare alle genuine realtà umane e spirituali delle origini e del fondatore, in vista del necessario rinnovamento della vita religiosa salesiana. Ciò esigeva come condizione indispensabile e imprescindibile il dato storico:

“ (…) senza un solido riferimento alle radici, l’adattamento e l’aggiornamento rischiavano infatti di diventare invenzione arbitraria e fallace. E così, nel nuovo clima culturale degli anni settanta, attraverso presupposti, indirizzi, metodi, strumenti di indagine moderni e condivisi dalla ricerca storiografica più seria, si approfondì la conoscenza del patrimonio ereditario di don Bosco, ricco non solo di eventi e di orientamenti, ma anche di significati e di virtualità. Si individuò infatti il significato storico del messaggio, si definirono gli inevitabili limiti personali, culturali, istituzionali, che, quasi paradossalmente, prefiguravano (e prefigurano tuttora) le condizioni di vitalità nel presente e nel futuro. Come prima esigenza del rinnovamento e come presupposto di base il Concilio Vaticano II ha dunque chiesto di ritornare alle fonti”[19].

 

La Valdocco reale

In tale contesto, don Motto evidenzia alcuni punti-chiave che sono  importanti per approfondire la figura del “vero” don Bosco. Per questo autore appare paradossale il fatto che mentre traduttori nell’ultimo ventennio si avvicendavano e affannavano a tradurre le MB, l’Istituto Storico Salesiano pubblicava sulle migliaia di pagine di “Ricerche Storiche Salesiane” e delle varie sue collane di “fonti” molti degli stessi documenti editi nelle MB, ma in edizione critica[20], vale a dire testi originali e completi, arricchiti di tutti strumenti utili, e talora indispensabili, per quella loro corretta interpretazione che superi la lettura epidermica e banale. Da queste fonti:

 (…)  emergeva una Valdocco “reale” diversa da quella “ideale”delle MB: esattamente quella della difficile situazione disciplinare che giustificava sia la famosa “lettera da Roma” che don Lemoyne[21] redasse a nome di Don Bosco, sia la “circolare sui castighi” di don Bosco, che don Bosco quasi certamente non ha né scritta né letta. Dalle stesse edizioni si venivano a conoscere resoconti della (…) giornata dell’8 dicembre 1841[22] ben diversa da quella tramandata dalle MB, letture interpretative delle note “perquisizioni” effettuate a Valdocco che tali non erano, sogni di don Bosco “ultimati” vari anni dopo da don Lemoyne, decisamente abile nel “ricostruire” fatti e compilare detti di don Bosco. Al dire di don Desramaut[23], “riuscì, senza volerlo, a far assumere a don Bosco un linguaggio assolutamente estraneo sulle sue labbra e nella sua penna di uomo semplice e diretto”(Don Bosco nella storia…, p. 52)[24].

Vi si aggiunga che degli stessi avvenimenti don Bosco (e con lui i redattori delle “cronachette”[25] e i testimoni ai processi di beatificazione e canonizzazione) offre descrizioni, motivazioni e interpretazioni con grado di attendibilità tanto diverso, da richiedere allo studioso notevole acribia[26] e il supporto di tutti i documenti disponibili, ivi comprese le diverse centinaia di lettere inedite recuperate in questi ultimi decenni; lettere il cui valore e significato è ben diverso qualora si tratti di un autografo di don Bosco, sofferto, intriso di correzioni, di aggiunte e di postille, rispetto ad un semplice circolare, magari scritta da altri e da don Bosco semplicemente firmata”[27].

 

Alcuni interrogativi

Il pensiero di don Motto non è privo, inoltre, di interessanti interrogativi. Ad esempio, che senso può avere il rimettere in commercio, alla vigilia del secondo centenario della nascita di don Bosco, un’infinita serie di sviste, confusioni, dimenticanze, doppioni di avvenimenti, ricostruzione arbitrarie, “sovrastrutture arbitrarie e deformanti”, per altro inevitabili in un’opera monumentale di ben 16mila pagine, composte solo per i salesiani e nel minor tempo possibile?[28]). È vero che disponevano di lavori preparatori, ma questi, a giudizio dello stesso compilatore, don Lemoyne, erano solo “Documenti per scrivere la storia di don Giovanni Bosco”; preparati “in fretta”. Per tale motivo,  è necessario ponderare qualche giudizio, specie dove don Bosco racconta aneddoti che lo riguardano o sogni, o previsioni del futuro. Altri interrogativi sono evidenziati da don Motto:

“Perché continuare a diffondere notizie inesatte sull’età del fratellastro di don Bosco[29], sulla reale consistenza della Tettoia Pinardi[30], sul fantomatico colloquio fiorentino Ricasoli[31]-Bosco, sull’originaria “vocazione missionaria” della congregazione salesiana, sul mai esistito testamento autografo di don Bosco ai Cooperatori, ecc.?

Perché continuare a divulgare l’interpretazione delle MB circa la vertenza Gastaldi[32]-Bosco dopo gli studi di Giuseppe Tuninetti[33], circa quella di Moreno[34]-Bosco dopo le precisazioni di mons. Bettazzi[35], circa i rapporti di don Bosco con le autorità locali di Torino dopo i ritrovamenti di Motto[36]?

Per non parlare degli equivoci cronologici, dei “primati” di don Bosco mai esistiti, delle facili iperboli scambiate per sicuri dati statistici dai devoti lettori delle MB”[37].

 

  1. DON BOSCO NEI MUTAMENTI POLITICI E NELLE VICENDE RELIGIOSE DEL SUO TEMPO

 

Ritratto di Don Bosco

 

 

Senza perdere di vista le annotazioni di don Tomasetti e i contributi di don Motto, è possibile  – adesso – focalizzare meglio il ruolo di don Bosco nella storia  evitando due estremi:  un’esaltazione del fondatore fine a se stessa, e –  dall’altra –  un’insistenza su dati privi di riscontri. Al riguardo, alcune evidenze possono  aiutare. Studiando gli scritti  del fondatore ci si accorge che la narrazione popolare della storia italiana scritta dal prete astigiano[38], anche nelle ultime edizioni, non superò il 1859[39], quasi a indicare che con riferimento agli anni successivi  era consigliabile  stendere un velo di opportuno  silenzio. Sul piano della concretezza, la sua accettazione dello Stato liberale  costituì il riconoscimento di una realtà che non poteva essere evitata, di un processo storico ormai strutturato. Si trattò di  una presa d’atto che tradiva, forse, qualche riserva mentale. Molto probabilmente  anche don Bosco risentì di una situazione pre-unitaria segnata da una situazione magmatica.

 

Il periodo degli inizi (1846-1850)

Nato in provincia nel 1815[40], e trasferitosi da sacerdote[41] alla periferia di Torino nel 1846, don Bosco, con il sostegno  dell’arcivescovo Fransoni[42], di alcuni sacerdoti e laici, assunse in pochi anni la direzione di tre oratori. Questi,  nel complesso,  arrivarono ad accogliere un alto numero di giovani, per lo più garzoni, apprendisti, stagionali, studenti e ragazzi provenienti dalle fasce più emarginate della Torino di quel tempo. In una capitale in rapida trasformazione,  offrì a Valdocco – dal 1848 in poi – ospitalità a molti ragazzi che frequentavano scuole e laboratori in città ed anche a chierici, a causa della chiusura in quell’anno del seminario per le tensioni legate al rapporto tra l’arcivescovo e le autorità del tempo[43]. Preso atto che le strutture organizzate della Chiesa non erano più adatte a rispondere agli squilibri sociali e culturali dell’epoca, animato dalla tradizione caritativa cattolica, don Bosco tentò una diversa interazione   con i giovani sradicati dal proprio ambiente  d’origine. Ancor prima  di avere una sede stabile, specificò all’autorità cittadina apicale (il marchese Michele Benso di Cavour[44]) che con il suo catechismo domenicale intendeva insegnare ai ragazzi semplicemente quattro “valori”: l’amore al lavoro, la frequenza dei santi sacramenti, il rispetto ad ogni superiorità e la fuga dai cattivi compagni[45]. Tale strategia pastorale verso centinaia di giovani della periferia cittadina, gran parte dei quali (come scriveva al re)  “erano usciti dalle carceri o erano in pericolo di andarvi”[46], veniva vista con favore da amministrazioni cittadine e apparati statali. Era ritenuta rassicurante.

Don Bosco riuscì ad ottenere licenze edilizie, sussidi economici, autorizzazioni ed esenzione di spese postali per lotterie, dalle autorità municipali, dal ministero dell’Interno, della Guerra, per gli Affari economici, dall’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro, dal Regio Economato dei benefici vacanti, dall’Opera della Mendicità Istruita[47] e da altri enti dell’apparato amministrativo statale, oltre che dalla Casa Reale, verso la quale il piemontese don Bosco manifestò rispetto e fedeltà. Le maggiori risorse economiche derivarono da numerosi benefattori (sacerdoti, laici e molte famiglie della nobiltà locale).

 

L’attività  del fondatore non subì rallentamenti neanche nel biennio 1848-1849, segnato da forti contrasti politico-religiosi legati a due situazioni: il rifiuto  del fondatore di aggregarsi a specifici  schieramenti politici (con il conseguente allontanamento di alcuni giovani e sacerdoti dall’oratorio), e  la difesa della religione (ritenendo  “dichiaratamente ostili” verso quest’ultima il presidente del Consiglio, il governo e il parlamento).

 

Un contesto socio-politico in continuo movimento

Nel periodo in esame la causa risorgimentale aveva trovato fautori che proponevano strategie diverse per raggiungere l’obiettivo dell’unificazione[48]. I rapporti tra monarchici (sostenitori di Casa Savoia) e repubblicani (es. Mazzini[49]) furono segnati da violenti contrasti. Esplosero inoltre conflittualità  tra coloro che si proclamavano liberali e quanti non erano considerati tali, tra  chi sollecitava l’opzione bellica per risolvere il problema italiano (anche se alcuni guardavano solo a un’espansione limitata alla Lombardia), e  chi voleva una federazione di Stati  (Gioberti[50], Rosmini[51], d’Errico[52]…). In tale realtà, sempre in movimento, confluirono anche le idee della Francia rivoluzionaria, della massoneria, dei gruppi di base duramente ostili al potere temporale dei Pontefici e alle istituzioni ecclesiali. Davanti a una situazione politica che procedeva in modo discontinuo, segnata da alterne vicende, don Bosco  esplicitò necessariamente le proprie scelte. Radicato nella cultura astigiana, non si dimostrò propenso ai drastici stravolgimenti, ai violenti moti popolari, allo scontro sanguinoso tra eserciti, e – più in generale –  non vide con favore quei progetti di lotta politica che avrebbero condotto a una conflittualità foriera di contrapposizioni e di scissioni. Tale linea fu compresa da varie persone, non condivisa da alcuni, avversata da altri.

Per don Bosco occorreva preparare degli onesti cittadini[53] con  particolare attenzione   a chi era in una condizione di svantaggio. Era necessario spezzare ogni circolo vizioso, senza speranza. Diventava urgente frantumare le dinamiche involutive dell’ignoranza, le  posizioni fatalistiche, le logiche dove il povero rimaneva perdente. “Naturalmente” inferiore. Soggetto a controlli perché ritenuto un pericolo per l’ordine sociale. Quest’ultimo, per don Bosco, non poteva essere garantito con prassi di tipo inquisitorio, con  provvedimenti repressivi, con un tipo di beneficenza che non toglieva dalla miseria e dalla dipendenza. Si trattava di  modificare “dal basso”  un sistema non equo.

 

Piccoli passi. Lavoro di rete. Concretezza

Che fare, allora? Per il fondatore era preferibile scegliere la politica dei piccoli passi. Certamente non eclatanti, ma quotidiani. Il mutamento auspicato doveva avvenire con l’apporto della gente comune e con l’avallo delle autorità.

Da tale convinzione derivò un capillare lavoro di rete (attestato dall’Epistolario[54])  che costituì il modo quotidiano di operare del fondatore. Senza essere costretto a stare a tutti i costi “da una parte”, senza dover necessariamente  esprimere pubblicamente una scelta a favore di questo o quel partito, di questa o quella coalizione, senza accettare di essere allontanato a spintoni da una fedeltà alla Chiesa,  il fondatore punterà su una proposta di crescita sociale legata a scelte concrete: percorsi di apprendistato, uso di capacità professionali,  corsi scolastici, presenze qualificate nel civile e nel religioso.

 

Nel decennio dell’Unità d’Italia (1851-1861)

Tra il 1851 e il 1861 don Bosco proseguì nella sua linea educativa ed assistenziale, nota ai vertici dello Stato sabaudo che consideravano la sua opera “benemerita della religione e della società”[55]. Continuò inoltre a mantenere contatti con le istituzioni governative.

A ben vedere, si trattava degli stessi vertici che pochi mesi prima, con l’approvazione delle leggi Siccardi[56],  avevano provocato l’interruzione dei rapporti diplomatici tra Torino e Roma, le proteste dell’arcivescovo (1850), il suo provvisorio incarceramento nel forte di Fenestrelle, e il suo definitivo esilio a Lione.

Lo strappo tra Santa Sede e Regno di Sardegna  si  accentuò con l’approvazione della legge Cavour-Rattazzi[57] del 1855 sulla soppressione degli ordini religiosi non aventi scopo di utilità sociale e con la volontà di Cavour di ridurre il numero delle diocesi del Regno. A questo punto si inserì il primo intervento (non ufficiale) di don Bosco per avvicinare le parti in causa. Falliti infatti alcuni tentativi di risolvere il caso della sede arcivescovile di Torino, il fondatore venne invitato (marzo 1858) dal marchese Gustavo Benso di Cavour[58], fratello del conte, a chiedere al Papa la creazione di mons. Fransoni a cardinale e la nomina di un nuovo arcivescovo a Torino[59]. Il rifiuto dell’arcivescovo di dare spontaneamente le dimissioni ebbe la meglio sulla disponibilità tanto della Santa Sede quanto del governo del Regno[60].

Non essendosi schierato  in modo deciso a favore delle innovazioni politiche, ma neppure opponendosi in modo diretto e pubblico, don Bosco negli anni sessanta riuscì a evitare eccessivi attriti.  Continuò ad essere in buoni rapporti con ministri ed alti funzionari dei ministeri della Guerra, delle Finanze, di Grazia e Giustizia e soprattutto dell’Interno, Rattazzi in primis, che rispondevano ai suoi appelli di sussidi, di indumenti e talora gli affidavano orfani, dietro versamento di una modesta pensione.

 

Un momento di crisi a Valdocco

I buoni rapporti si incrinarono quando cominciarono ad essere mossi i primi passi verso l’Unità d’Italia. Nel maggio-giugno 1860, sei mesi dopo la fondazione della Società salesiana (18 dicembre 1859), in un clima politico estremamente difficile, don Bosco subì – come altri sacerdoti di Torino – una perquisizione poliziesca molto dura (per sospette relazioni politiche con la Santa Sede), ma il suo essere dalla parte del Papa era comunque un fatto notorio, e una severa ispezione scolastica per presunte inadempienze alla nuova legislazione scolastica non ebbe conseguenze[61]. Don Bosco intuì le possibili conseguenze negative per la sua opera e protestò con il ministro dell’Interno Luigi Carlo Farini[62] e con quello della Pubblica Istruzione Terenzio Mamiani[63]. Ricordò  la propria ventennale e gratuita azione educativa, sempre sostenuta dalle massime autorità cittadine e del Regno, e la sua rigorosa estraneità alla politica, convinto – scriveva – di poter come sacerdote esercitare “il suo ministero di carità in qualsiasi tempo e luogo, in mezzo a qualunque sorta di leggi e di governo, rispettando, anzi coadiuvando le autorità”[64].

La crisi a Valdocco venne superata in tempi rapidi, mentre nella malattia mentale del Farini[65] don Bosco vide una punizione divina, così come nella morte di quattro membri della Famiglia reale nel 1854-1855[66] e di quella, altrettanto prematura, del Cavour nel 1861, pochi mesi dopo la proclamazione del Regno d’Italia e di Roma sua capitale.  Questi fatti acutizzarono nei cattolici quello che sarebbe stato in seguito  definito: il “caso di coscienza del Risorgimento italiano”[67].

 

Nel decennio post-unitario (1861-1871)

Nel decennio successivo don Bosco, favorito da un consenso popolare,  andò avanti nella sua attività di:

educatore,

responsabile di scuole ginnasiali

responsabile di laboratori di “arti e mestieri”,

pubblicista,

promotore della edificazione di chiese.

Estese poi il suo operato al di fuori della città di  Torino accettando di seguire l’attività di nuovi collegi-convitti. Singoli nobili, gruppi di cattolici, amministrazioni comunali di orientamento politico moderato, gli offrirono ambienti e spazi per scuole. Sul finire degli anni sessanta, con centinaia di ragazzi interni, Torino-Valdocco era diventato l’ambiente educativo che accoglieva probabilmente il più alto numero di persone del Regno d’Italia. Continuava a ricevere  ragazzi  segnalati e sostenuti economicamente da benefattori, e dai  ministeri, con prevalenza di quello degli Interni con i noti titolari: il torinese Camillo Cavour, il ravennate Farini, il bolognese Minghetti, i fiorentini Ricasoli e Ubaldino Peruzzi[68], gli alessandrini Lanza e Rattazzi (il più generoso).

Certamente in quel primo difficile decennio post-unitario nessuno di loro ignorava la fedeltà di don Bosco alla linea politica della Santa Sede[69] e non certo al loro disegno di unità nazionale. Non potevano essere d’accordo con lui quando affermava pubblicamente la necessità, per altro non assoluta, dello Stato pontificio per l’indipendenza del Pontefice.

Intuivano bene che i connotati dell’”onesto cittadino” cui don Bosco pubblicamente dichiarava di mirare a formare nei suoi giovani non erano gli stessi del “buon cittadino” del Regno d’Italia.

 

La questione delle sedi vescovili vacanti in Italia

La “teologia della storia” di don Bosco, ben lontana dall’interpretazione dei suoi interlocutori, e le sue tendenze (egli poneva la politica al terzo posto, dopo la religione e la morale), non furono però tali da impedirgli di essere coinvolto e di farsi promotore di tentativi di soluzione del non semplice  problema della nomina dei vescovi alle decine di sedi che ne erano prive per motivi politici[70]. Il  fondatore, richiesto dai vertici vaticani, ne suggerì alcuni per il Piemonte. Delle nove sedi prive di vescovo nei concistori del febbraio-marzo 1867 ne furono coperte sei.

Morto Cavour (6 giugno 1861), e proclamato il Regno d’Italia con territori sottratti allo Stato Pontificio[71], vennero deliberate una serie di misure lesive dei diritti di libertà di vescovi e preti intransigenti, spesso senza processi regolari. La frattura Stato-Chiesa (aperta da tempo) si acuì. In tale contesto, la situazione si aggravò ulteriormente con la pubblicazione del Sillabo (dicembre 1864), con il sostanziale fallimento della cosiddetta missione Vegezzi[72], per la quale don Bosco sembra abbia fatto dei passi presso il Papa, e con l’approvazione della legge sulla soppressione di enti ecclesiastici con vita comune (1866). Solo in autunno il nuovo governo Ricasoli rese meno intransigente la propria politica ecclesiastica.

 

Convocazione del Concilio Ecumenico Vaticano I (1868)

Il 29 giugno del 1868 Pio IX, con la Bolla Aeterni Patris, convocò il Concilio Ecumenico Vaticano I. La prima sessione fu tenuta nella basilica di San Pietro l’8 dicembre 1869. Vi parteciparono quasi 800 padri conciliari. L’iniziativa si inquadrava nella visione del  Papa di una società cristiana restaurata. A questo scopo il Pontefice invitò a partecipare all’assise anche le altre confessioni cristiane, immaginando il loro ritorno all’interno della Chiesa di Roma. L’invito fu però respinto perché, in questa prospettiva, venne considerato una provocazione dai suoi destinatari. Il Concilio  del Mastai fu anche il primo al quale  non furono invitati i rappresentanti dei poteri temporali del mondo cattolico.  Fu sospeso sine die il 20 ottobre 1870, dopo che Roma (9 ottobre) era stata annessa al Regno d’Italia[73].

 

La “breccia di Porta Pia”(1870)

Nel biennio successivo non si registrarono progressi. Così, don Bosco dovette entrare di nuovo nei palazzi di governo a Firenze, per iniziare o ravvivare conoscenze dei politici che si succedevano nelle frequenti crisi ministeriali, per chiedere (non sempre con esito positivo) sussidi per i chierici, vesti e biancheria per orfani, denaro per l’acquisto di indumenti e di cibarie, esenzione o condono di qualche imposta, riconoscimenti per i benefattori, dispense di idoneità all’insegnamento per i collaboratori. Delle sue necessità economiche doveva essere informato anche il re, visto che il 1° gennaio del 1869 gli fece recapitare due daini, da lui uccisi in una battuta di caccia.

Nel settembre del 1870 il nuovo governo, presieduto da Lanza, dette ordine all’esercito di  occupare Roma (l’attacco avvenne il 20). Si concluse in tal modo il processo di unificazione nazionale mentre veniva soppresso il potere temporale pontificio. Nel maggio del 1871  fu promulgata la “legge delle guarentigie” che, nelle intenzioni del nuovo Stato, doveva risolvere ogni questione (inclusa l’indipendenza del Papa). Pio IX, però, la respinse chiudendosi in Vaticano[74]. Don Bosco prese atto di tale situazione con sofferenza sperando in tempi migliori. Rimase, comunque, disponibile a mediare tra le parti.

 

La reazione  negli ambienti cattolici (1870)

In tale contesto, la lacerazione all’interno del mondo cattolico si manifestò soprattutto di fronte al problema dell’accettazione o meno della conquista militare di Roma da parte del Regno d’Italia.

I cattolici italiani si divisero così in transigenti  (accettavano il fatto compiuto e operavano, pur con diverse sfumature ideologiche, per una conciliazione tra la monarchia e la Chiesa), e intransigenti (quelli che, partendo dalla parrocchia come unità di base territoriale, organizzavano il Paese reale contro il Paese legale controllato dal ceto dirigente liberale, che era presente nell’esercito, nella magistratura, nella burocrazia e nell’area politica). I cattolici intransigenti, almeno fino alla fine del secolo XIX, rappresentarono il movimento cattolico ufficiale[75], cioè quello riconosciuto dalla gerarchia ecclesiastica.

 

La ripresa del dialogo (1871)

In tale contesto, nel giugno 1871, dopo un colloquio con il Lanza, don Bosco raggiunse il Vaticano per riferire a Pio IX. Il Papa, in agosto, si mostrò favorevole a una ripresa del dialogo con il re. A settembre il fondatore si mosse di nuovo tra Firenze e Roma per comunicare che il governo era disponibile a lasciare al Pontefice una piena libertà sulle nomine vescovili, e a rimuovere gli ostacoli al conseguimento delle cosiddette temporalità[76].

La situazione ebbe in tal modo un parziale sblocco  a fine ottobre 1871 con la nomina di una quarantina di vescovi, di cui alcuni proposti dal fondatore. I concistori dei mesi seguenti servirono poi a coprire le sedi piemontesi di Fossano, Aosta, Biella e Novara.

 

Interazione con  la Destra storica (1872-1876). La Mazzarello

Nel periodo 1872-1876 don Bosco affrontò molteplici impegni. All’attività letteraria ed editoriale, ai viaggi da “questuante” e alla corrispondenza per ottenere aiuti per un bilancio costantemente in rosso, aggiunse nel 1872 il trasferimento della piccola opera di Genova-Marassi all’ospizio di Genova-Sampierdarena, destinato a diventare  in pochi anni una seconda Valdocco e il rilevamento del collegio di Torino-Valsalice, pure destinato a un notevole sviluppo. Nello stesso anno, con l’aiuto  di Maria Domenica Mazzarello[77], promosse a Mornese di Alessandria l’Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice, che nell’arco di pochi anni, in sintonìa con i salesiani, si estese con decine di opere educativo-assistenziali per bambine e ragazze[78].

Sempre nel 1872 (febbraio), don Bosco, dopo aver superato una grave malattia, si offerse ancora di mediare tra il Regno d’Italia  e la Chiesa ma,  nonostante le sue insistenze, le reciproche proposte di varie formule non ebbero alcun effetto. All’inizio del 1873 il fondatore, presente a Roma (senza incarico ufficiale), riprese i colloqui con le due parti, favorendo lo scambio di nuove formule di soluzione del problema. Una di queste  sembrò ricevere il gradimento della Santa Sede, ma la trattativa si fermò perché nel mese di giugno furono applicate anche alle case religiose di Roma le leggi eversive del 1866-1867, alle quali seguì la scomunica papale. A questo punto, con il nuovo governo Minghetti (luglio 1873), si chiese a don Bosco conferma degli accordi precedenti con Lanza (→ tale istanza, però, voleva conciliare l’inconciliabile).

 

Costituzioni salesiane. Opere oltre l’Italia

Nel 1874 il fondatore  riuscì ad ottenere dalla Santa Sede l’approvazione definitiva delle costituzioni salesiane, che gli garantirono libertà di movimento[79]. Nel dicembre 1874 don Bosco era di nuovo nella capitale e fece un estremo tentativo di riavvicinare Stato e Chiesa. Nel 1875 aprì la prima casa salesiana fuori Italia, a Nizza e mandò in Argentina il primo nucleo di missionari, iniziatore di quella che sarebbe diventata l’opera salesiana nell’America Meridionale[80]. A livello nazionale rimaneva  non risolto il contenzioso riguardante gli exequatur (accettazione e riconoscimento governativo legato alla nomina dei vescovi), che costituiva un problema nella vita politica e nelle coscienze religiose dei cittadini[81].  L’intransigenza ministeriale si scontrava con l’irriducibilità vaticana. Un’intesa, alla fine del gennaio del 1875, sembrò possibile, ma venne meno per gli attacchi della stampa cattolica reazionaria, e di quella anticlericale, nemica dichiarata di qualsiasi accordo.

Di anni d’infruttuose trattative restava lo sforzo generoso di don Bosco che si era prestato per conciliare realisticamente le competenze e le responsabilità di entrambe le parti in causa. Gliene diede atto il  ministro di Grazia e Giustizia e dei Culti, Vigliani[82] che, all’affermazione di don Bosco “come prete io amo la religione, come cittadino desidero di fare quanto posso pel governo”[83] rispondeva:

“Se tutto il Clero fosse animato dai prudenti e moderati di Lei sentimenti, in tutto degni di un virtuoso sacerdote e di un buon suddito, Ella ed io saremmo ben presto consolati da buoni frutti di reciproca condiscendenza, se non di vera conciliazione nelle cose della Chiesa in relazione collo Stato. Faccia Ella dunque una savia propaganda e operi quel miracolo che alcuni forse troppo diffidenti proclamano impossibile. Il cielo continui a benedire e prosperare le molte di lei opere di carità e La conservi al bene della chiesa ed anche dello Stato”[84].

 

L’interazione con  la Sinistra storica (1876-1888)

Dal 1876 in poi, don Bosco, accantonate le speranze di vedere ricostituito lo Stato pontificio, cessata l’attesa di ulteriori castighi divini sui “nemici della Chiesa”, continuò a sviluppare la sua opera a favore dei giovani, ben visto dall’opinione pubblica moderata. Così, i salesiani si insediarono più o meno stabilmente con scuole, oratori, direzione di seminari e altro  (perfino una cartiera) in una ventina di città o paesi dell’Italia (dal Veneto alla Sicilia).

Con i governanti della sinistra storica, più laicisti e anticlericali di quella della destra, con una significativa  presenza di massoni, don Bosco non ebbe più occasione di intervenire in ambito di politica ecclesiastica, ma non rinunciò a mantenere ulteriori contatti.

A cinque mesi dall’insediamento del nuovo governo il suo nome circolò in più ambienti  del Paese per aver accolto cordialmente nel collegio di Lanzo Torinese, tra le note della banda di Valdocco, in occasione della pubblica inaugurazione del tratto di ferrovia Torino-Lanzo,  tre massoni dichiarati: il Presidente del consiglio il pavese Agostino Depretis[85], il ministro degli Interni il catanzarese Giovanni Nicotera[86] ed il collega dei Lavori Pubblici il bresciano Giuseppe Zanardelli[87].

La cerimonia semplice, ma dal chiaro significato politico, suscitò malumori nella stampa cattolica, mentre apprezzamenti apparvero su alcuni fogli filo-governativi. Don Bosco non si scompose e dalle nuove conoscenze politiche seppe, come di consueto, trarne qualche vantaggio.

 

La questione della libertà d’insegnamento

Erano gli anni in cui il fondatore dovette affrontare, tra l’altro,  un non facile confronto con il Consiglio scolastico provinciale per la difesa della libertà di insegnamento nelle scuole ginnasiali a Torino. Percorse tutte le tappe dei tribunali fino al Consiglio di Stato. Si appellò a vari ministri della Pubblica Istruzione.

Nel 1878 don Bosco fu  ricevuto dal ministro dell’Interno Francesco Crispi[88]. In tale occasione  poté ricevere e trasmettere alla Santa Sede assicurazioni circa la piena libertà che il governo Depretis lasciava ai padri dell’imminente conclave di procedere all’elezione del nuovo Papa. Nel corso della stessa udienza con lo statista siciliano discusse a lungo di educazione, di metodi educativi che prevenissero i reati dei giovani, di conduzione di carceri minorili e, su richiesta dello stesso ministro massone, gli inviò un pro-memoria ispirato ai princìpi del suo sistema preventivo (adoperarsi per diminuire il numero dei discoli e per accrescere quello degli onesti cittadini), ma che poteva anche essere adottato in istituzioni educative laiche, non confessionali.

 

Il sistema preventivo

Don Bosco, già prima dell’incontro con Crispi, aveva chiarito i punti qualificanti del suo metodo pedagogico. Il testo di tale sistema fu pubblicato per la prima volta in appendice all’opuscolo sull’inaugurazione del Patronato di S. Pietro in Nizza (Francia) nell’agosto 1877, per esporre al pubblico gli orientamenti generali del proprio “sistema”. Nello stesso anno venne inserito nel Regolamento per le case della società di S. Francesco di Sales, diventando così documento “normativo” per gli educatori salesiani. Benché non sia stata reperita nessuna redazione autografa di don Bosco – neppure in abbozzo – da testimonianze esterne e dalla stessa analisi lessicale, sintattica e stilistica, non esistono dubbi sulla paternità dello scritto ascrivibile al fondatore. È evidente che tale documento, molto sintetico,  ha i limiti di un  lavoro pensato per un collegio, come quello di Valdocco a Torino o di S. Pietro di Nizza e anche quello di essere, per onesta ammissione del redattore, un semplice “indice di un futuro lavoro organico”, invero mai scritto. Si riporta un passo-chiave:

“Due sono i sistemi in ogni tempo usati nella educazione della gioventù: Preventivo e Repressivo.  Il Sistema Repressivo consiste nel far conoscere la legge ai sudditi, poscia sorvegliare per conoscerne i trasgressori ed infliggere, ove sia d’uopo, il meritato castigo.  In questo sistema le parole e l’aspetto del Superiore debbono sempre essere severe, e piuttosto minaccevoli, ed egli stesso deve evitare ogni familiarità coi dipendenti.

Il Direttore per accrescere valore alla sua autorità dovrà trovarsi di rado tra i suoi soggetti e per lo più solo quando si tratta di punire o di minacciare.  Questo sistema é facile, meno faticoso e giova specialmente nella milizia e in generale tra le persone adulte ed assennate, che devono da se stesse essere in grado di sapere e ricordare ciò che è conforme alle leggi e alle altre prescrizioni.

Diverso e, direi, opposto è il Sistema Preventivo.  Esso consiste nel far conoscere le prescrizioni e i Regolamenti di un Istituto e poi sorvegliare, in guisa, che gli allievi abbiano sempre sopra di loro l’occhio vigile del Direttore o degli Assistenti, che come padri amorosi parlino, servano di guida ad ogni evento, diano consigli ed amorevolmente correggano, che è quanto dire: mettere gli allievi nell’impossibilità di commettere mancanze.

Questo sistema si appoggia tutto sopra la ragione, la Religione e sopra l’amorevolezza; perciò esclude ogni castigo violento e cerca di tener lontani gli stessi leggeri castighi.  Sembra che questo sia preferibile per le seguenti ragioni:

  1. L’allievo preventivamente avvisato non resta avvilito per le mancanze commesse, come avviene quando esse vengono deferite al Superiore.  Né mai si adira per la correzione fatta o per il castigo minacciato oppure inflitto, perché in esso vi è sempre un avviso amichevole e preventivo che lo ragiona, e per lo più riesce a guadagnare il cuore, cosicché l’allievo conosce la necessità del castigo e quasi lo desidera.
  1. La ragione più essenziale è la mobilità giovanile, che in un momento dimentica le regole disciplinari e i castighi che quelle minacciano.  Perciò spesso un fanciullo si rende colpevole e meritevole di una pena, cui egli non ha mai badato, che niente affatto ricordava nell’atto del fallo commesso, e che avrebbe per certo evitato se una voce amica l’avesse ammonito.
  1. Il Sistema Repressivo può impedire un disordine, ma difficilmente farà migliori i delinquenti; e si è osservato che i giovanotti non dimenticano i castighi subiti, e per lo più conservano amarezza con desiderio di scuotere il giogo ed anche di farne vendetta.  Sembra talora che non ci badino, ma chi tiene dietro ai loro andamenti conosce che sono terribili le reminiscenze della gioventù; e che dimenticano facilmente le punizioni dei genitori, ma assai difficilmente quelle degli educatori.  Vi sono fatti di alcuni che in vecchiaia vendicarono brutalmente certi castighi toccati giustamente in tempo di loro educazione.  Al contrario il Sistema Preventivo rende amico l’allievo, che nell’Assistente ravvisa un benefattore che lo avverte, vuol farlo buono, liberarlo dai dispiaceri, dai castighi, dal disonore.
  2. Il Sistema Preventivo rende avvisato l’allievo in modo che l’educatore potrà tuttora parlare col linguaggio del cuore, sia in tempo della educazione, sia dopo di essa.  L’educatore, guadagnato il cuore del suo protetto, potrà esercitare sopra di lui un grande impero, avvisarlo, consigliarlo ed anche correggerlo allora eziandio che si troverà negli impieghi, negli uffizi civili e nel commercio.  Per queste e molte altre ragioni pare che il Sistema Preventivo debba prevalere al Repressivo (…)”[89].

A distanza di due decenni, nel 1900, l’antropologo e criminologo di fede ebraica Cesare Lombroso[90] gli  dette pienamente ragione quando scriveva: “Gli istituti salesiani (…) in Italia rappresentano uno sforzo colossale e genialmente organizzato per prevenire il delitto”[91].

 

Un punto nodale:  essere cittadino e prete

Osservando le diverse vicende nelle quali operò don Bosco, non è difficile evidenziare anche un ulteriore aspetto-chiave: il fondatore si mosse secondo un duplice principio di fedeltà, alla Chiesa e allo Stato. Tale impegno non fu certamente facile, considerando i rivolgimenti descritti in precedenza. Lo documentano anche gli scritti. Nel 1854, dopo otto anni di  non facile  impegno all’oratorio di Torino-Valdocco,  il prete astigiano indicava il suo duplice obiettivo sacerdotale:

“Quando mi sono dato a questa parte di sacro ministero intesi di consacrare ogni mia fatica alla maggior gloria di Dio ed a vantaggio delle anime, intesi di adoperarmi per fare buoni cittadini in questa terra, perché fossero poi un giorno degni abitatori del cielo. Dio mi ajuti di poter così continuare fino all’ultimo respiro di mia vita”[92].

Se quattro anni dopo non gli risultò forse troppo difficile ribadire al Presidente del Consiglio, conte Camillo Benso di Cavour[93], di essere:

 “pronto a quanto sono capace per la mia patria [Regno di Sardegna] e per la mia religione”[94],

negli anni settanta le difficoltà da superare per riaffermare le sue convinzioni dovettero certamente essere superiori, visto che i due termini di riferimento erano decisamente modificati: non solo la “patria” era ormai il nuovo Regno d’Italia allargato a tutta la Penisola, ma la “religione” vedeva il suo vertice – Pio IX[95] – “prigioniero” in Vaticano. Don Bosco non modificò però la sua “fede politica”, tanto che scrisse all’allora Presidente del Consiglio e Ministro dell’Interno Giovanni Lanza[96]:

“Io […] l’assicuro che mentre mi professo sacerdote cattolico ed affezionato al Capo della Cattolica Religione, mi sono pur sempre mostrato affezionatissimo al Governo, per i sudditi del quale ho sempre dedicate le deboli mie sostanze e le forze e la vita”[97].

E lo ribadì al successore Marco Minghetti[98]:

“Sebbene io viva affatto estraneo alle cose politiche, tuttavia non mi sono mai rifiutato di prendere parte a quelle cose che in qualche maniera possano tornare vantaggiose al mio paese”[99].

 

FINE PRIMA PARTE

CONTINUA NELLA SECONDA PARTE

 

[1] Prof. don Pietro Stella sdb (1930-2007). Cfr.:  Bibliografia di Pietro Stella, a cura di Maria Lupi, in M. Lupi – A. Giraudo, Pietro Stella: la lezione di uno storico, LAS, Roma 2011, pp. 125-140.

[2]  Nato nel 1936. Al riguardo cfr.: F. Traniello (a cura), Don Bosco nella storia della cultura popolare, S.E.I., Torino, 1987. Id.: Don Bosco e il problema della modernità, in “Don Bosco e le sfide della modernità”, Quaderni del Centro Studi ‘C. Trabucco’, n. 11, 1988, pp. 39-46.

[3] L’Istituto Storico Salesiano  fu fondato nel 1982. Con la direzione di don Pietro Braido (1982-1992),  di don Francesco Motto (1992-2011), e di don José Manuel Prellezo (dal 2011) ha svolto (e continua a erogare)  un servizio qualificato, documentato  dai fascicoli di  “Ricerche Storiche Salesiane” e dalle varie collane editoriali..

[4] 11 febbraio 1929.

[5] Cesare Maria De Vecchi (1884-1959), conte di Val Cismon, fu  ambasciatore italiano presso la Santa Sede.

[6]  Don Bosco fu proclamato santo da  Pio XI  (nato nel 1857, fu Papa dal 1922 al 1939).

[7] Benito Mussolini (1883-1945).

[8] Cit. in P. Stella, La canonizzazione di don Bosco tra fascismo e universalismo,  in “Don Bosco nella storia della cultura popolare”, a cura di F. Traniello, SEI, Torino  1987,  p. 363.

[9] Ivi, p. 371ss.

[10] P. Stella, La canonizzazione …, op. cit.., p. 374.

[11]L’interazione tra i salesiani e i diversi esponenti di Casa Savoia mantenne sempre caratteri di continuità (con ulteriore conferma in occasione del referendum istituzionale del 1948).

[12] Con riferimento a un don Bosco presentato quasi come un profeta inconsapevole della Conciliazione del 1929, la storia e il buon senso consigliano a tutt’oggi di rivedere con più attenzione tutte quelle sfumature che caratterizzarono i suoi comportamenti nell’ambito dei rapporti tra la Chiesa e lo Stato.

[13] Molto fluidi furono i rapporti tra don Bosco e le case nobiliari di Roma, ai quali tuttavia si volle allora dare rilievo per le amichevoli relazioni intercorse tra don Bosco e la famiglia di Francesco Boncompagni Ludovisi (1886-1955), governatore di Roma all’epoca della canonizzazione.

[14] Ivi, p. 374.

[15] P. Stella, Apologia della storia. Piccola guida critica alle Memorie Biografiche di don Bosco, dispense ai suoi studenti dell’anno accademico1989-1990 (revisione per l’a.a. 1997-1998), Pro manuscripto, UPS, Roma 1998.

[16] Si tratta di don Giovanni Battista Borino (1881-1966).

[17]  F. Motto, Il valore delle Memorie Biografiche di Don Bosco, in donboscoland.it, Movimento Giovanile Salesiano Triveneto, manca la numerazione pagine.

[18]  Ivi.

[19] F. Motto, Il valore delle Memorie Biografiche…, op. cit..

[20] Frase evidenziata in grassetto per la sua significatività (prof. Guiducci).

[21] Don Giovanni Battista Lemoyne sdb (1839-1916). La principale sua opera è la raccolta: Documenti per scrivere la storia di D. Giovanni Bosco, dell’Oratorio di S. Francesco di Sales e della Congregazione Salesiana.  Il primo volume apparve a stampa nel 1898.

[22] Don Bosco incontra il giovane Bartolomeo Garelli nella chiesa di San Francesco d’Assisi a Torino.

[23] Si tratta di don Francis Desramaut sdb. Autore anche del volume Don Bosco en son temps,  SEI, Torino 1996.

[24]  Il volume Don Bosco nella storia è  indicato nelle indicazioni bibliografiche finali.

[25] Si tratta di cronache, memoriali, annali, ricordi, deposizioni redatte dagli stessi “testimoni”. Sono conservate nell’Archivio Salesiano Centrale.  Confluirono in gran parte nelle “Memorie Biografiche”.

[26] Scrupolosa attenzione (ndr).

[27] F. Motto, Il valore delle Memorie …, op. cit..

[28] Sette volumi in 11 anni  per don Lemoyne e nove  volumi in 10 anni per don Ceria. Don Eugenio Ceria sdb (1870-1957).

[29] Con riferimento al fratellastro di don Bosco cfr.: F. Motto, Dalla parte di Antonio. Un onesto contadino, semplicemente figlio del suo tempo, in “Bollettino Salesiano”, giugno 2013.

[30] La tettoia non era un locale antico e abbandonato, diventato convegno di faine e nido di gufi come la fantasia potrebbe immaginare, ma una semplice e povera rimessa, di recente costruzione, che serviva come magazzino per alcune donne che facevano il bucato nella lavanderia che era presso il canaletto irriguo.

[31]  Bettino Ricasoli (1809-1880) fu presidente del Consiglio dei ministri del Regno d’Italia.

[32] Lorenzo Gastaldi, nato nel 1815, fu arcivescovo di Torino dal 1871 al 1883 (anno della sua morte).

[33] G. Tuninetti, Il conflitto fra don Bosco e l’arcivescovo di Torino Lorenzo Gastaldi (1871-1883), in “Don Bosco nella storia”, a cura di M. Midali, LAS, Roma 1990, pp. 135-142.

[34] Luigi Moreno (1800-1878), consacrato vescovo nel 1838,  fu  responsabile della diocesi di Ivrea per 40 anni.

[35] L. Bettazzi, Moreno Luigi, in “Dizionario storico del movimento cattolico in Italia. Le figure rappresentative”, III, 2, Marietti, Casale Monferrato 1984, pp. 575 s.. Id., Obbediente in Ivrea. Monsignore Luigi  Moreno vescovo dal 1838 al 1878, SEI, Torino 1989.

[36] F. Motto, Conoscere don Bosco. Fonti, studi, bibliografia. CD-ROM, LAS, Roma 2000.

[37] F. Motto, Il valore delle Memorie …, op. cit.. Su questi punti cfr. anche: P. Stella, Don Bosco, il Mulino, Bologna 2001, pp.114-115.

[38] G. Bosco, La storia d’Italia raccontata alla gioventù: dai suoi primi abitatori sino ai nostri giorni: con analoga carta geografica, Libreria Salesiana, Torino 1907, 31a ed.

[39]  IIa guerra d’indipendenza (dal 27 aprile al 12 luglio). Annessione della Lombardia al Regno di Sardegna.

[40] Giovanni Bosco nacque il 16 agosto del 1815 in una modesta cascina, nella frazione collinare I Becchi di Castelnuovo d’Asti, figlio dei contadini Francesco Bosco (17841817) e Margherita Occhiena (1788-1856, venerabile).

[41] Don Bosco frequentò il seminario di Chieri e fu ordinato sacerdote nel 1841.

[42] Luigi Fransoni (1789-1862) fu nominato amministratore apostolico di Torino nell’agosto del 1831 e  arcivescovo metropolita di Torino il 24 febbraio 1832. Nel 1850, dopo l’approvazione delle leggi Siccardi nel Regno di Sardegna, dimostrò la sua ferma opposizione invitando il clero alla disobbedienza. Fu rinchiuso nelle prigioni del forte di Fenestrelle e poi mandato, nelle stesso anno, in esilio a Lione. Cfr. anche: L. Fransoni, Epistolario, introduzione, testo critico e note a cura di Maria Franca Mellano, LAS, Roma 1994.

[43] M.F. Mellano, Il caso Fransoni e la politica ecclesiastica piemontese (1848-1850), Pontificia Università Gregoriana, Roma 1964.

[44] Il marchese Michele Benso di Cavour (1781-1850) fu il padre di Camillo Benso.

[45] G. Bosco, Epistolario, op. cit., volume primo, lettera 21 (13 marzo 1846), p. 66.

[46]  Id, Epistolario, op. cit., volume primo, lettera 42 (14 novembre 1849), p. 90.

[47]  L’opera ebbe inizio intorno al 1740 per soccorrere e istruire i mendicanti della città.

[48] Su questo punto cfr. anche: P.L. Guiducci, I giorni della gloria e della sofferenza. Cattolici e Risorgimento italiano, Elledici, Torino 2011, pp. 23-32.

[49]  Giuseppe Mazzini (1805-1872), politico, filosofo, giornalista.

[50]  Vincenzo Gioberti (1801-1852), sacerdote.

[51]  Antonio Rosmini (1797-1855), religioso.

[52]  Vincenzo d’Errico (1798-1855), avvocato.

[53] P. Braido, Una formula dell’umanesimo educativo di Don Bosco:” Buon cristiano e onesto cittadino”, in “Ricerche storiche salesiane”, 13, 1994, pp. 7-75.

[54] G. Bosco, Epistolario, introduzione, note critiche e storiche a cura di F. Motto sdb,  sei volumi, LAS, Roma 1992-2014.

[55]  Questa espressione è cit. in: Redazione, Regalo di Pio IX  a’ giovanetti degli oratorii di Torino,  in “L’Amico della Gioventù”.

[56] Le leggi presero il nome dal guardasigilli Giuseppe Siccardi (1802-1857). Miravano all’abolizione del foro ecclesiastico e delle immunità del clero, all’interdetto delle manomorte (con divieto per gli enti morali di acquistare immobili per donazioni tra vivi o per testamento senza l’approvazione regia, previo parere del Consiglio di Stato), alla riduzione delle festività religiose e all’abolizione delle penalità per l’inosservanza delle stesse.

[57] Urbano Rattazzi (1808-1873), massone e anticlericale, fu presidente della Camera dei Deputati e  presidente del Consiglio dei Ministri del Regno d’Italia.

[58] Il marchese Gustavo Benso di Cavour (1806-1864) fu il fratello maggiore di Camillo Benso.

[59] F. Motto, Don Bosco mediatore tra Cavour e Antonelli nel 1858, in “Ricerche Storiche Salesiane”, n. 5, 1986, pp. 3-20.

[60] Sull’orientamento politico di don Bosco cfr. anche: F. Motto, Orientamenti politici di don Bosco nella corrispondenza con Pio IX  del triennio 1858-1861, in “Ricerche Storiche Salesiane”, n. 12, 1993, pp. 9-37.

[61] Cfr. anche: P. Braido-F. Motto, Don Bosco tra storia e leggenda nella memoria su “Le perquisizioni”, testo critico e introduzione, in “Ricerche Storiche Salesiane”, n. 8, 1989, pp. 111-200.

[62] Luigi Carlo Farini (1812-1866) fu ministro dell’Interno nel terzo governo Cavour (1860) e presidente del Consiglio dei Ministri del Regno d’Italia dall’8 dicembre 1862 al 24 marzo 1863.

[63] Terenzio Mamiani (1799-1885)  divenne ministro dell’Istruzione nel terzo governo Cavour (gennaio 1860 – marzo 1861). Fu poi senatore del Regno d’Italia (dal 1864) e vicepresidente del Senato.

[64] G. Bosco, Epistolario, op. cit., volume primo, lettera 439 (12 giugno 1860), p. 128.

[65] Il Farini morì in miseria, dopo essere stato ricoverato nello “stabilimento di salute” (manicomio) di Novalesa (TO).

[66] Di Vittorio Emanuele II morì la madre (Maria Teresa), la moglie (Maria Adelaide), il fratello (Ferdinando) e il figlio (Leopoldo).

[67] D. Massè, Il caso di coscienza del Risorgimento italiano, Edizioni Paoline, Roma 1961.

[68] Ubaldino Peruzzi (1822-1891) fu ministro dei Lavori Pubblici con Cavour (1860-1861) e con Ricasoli (1861-1862). Fu poi nominato ministro degli Interni nel governo Minghetti (1863-1864).

[69]  Cfr. anche: F. Motto, Orientamenti politici di don Bosco nella corrispondenza con Pio IX nel decennio dopo l’unità d’Italia, n. 19, 2000, pp. 201-221.

[70] F. Motto, L’azione mediatrice di don Bosco nella questione delle sedi vescovili vacanti in Italia, LAS, Roma 1988.

[71] Per proclamazione del Regno d’Italia si intende la legge n. 4671 del Regno di Sardegna 17 marzo 1861 (diventata legge n.1 del 21 aprile 1861 del Regno d’Italia) con la quale Vittorio Emanuele II assunse per sé e per i suoi successori il titolo di re d’Italia.

[72] Il politico Saverio Vegezzi (1805-1888) svolse nel 1865, per incarico del presidente del Consiglio Alfonso La Marmora (1804-1878), una missione a Roma per risolvere la questione delle numerose sedi episcopali vacanti in Italia. I negoziati non ebbero successo: Pio IX  non voleva che i vescovi prestassero giuramento nelle mani del re.

[73] G. Alberigo, Il Concilio Vaticano I (1869-1870 , in “Storia dei Concili Ecumenici”, a cura di G. Alberigo, Queriniana, Brescia 1990, pp. 367-396. G. Martina, Il Concilio Vaticano I, in “La Chiesa nell’età del liberalismo”, Morcelliana, Brescia 1988, pp. 201-227.

[74] La legge fu considerata dal Papato come atto unilaterale dello Stato .I  beni riconosciuti in godimento al Pontefice rimanevano comunque parte dei beni indisponibili dello Stato italiano. Fu conservato inoltre il placet governativo sulle nomine dei vescovi e dei parroci e in genere di tutti gli uffici ecclesiastici, eccetto quelli delle diocesi di Roma e delle sedi suburbicarie.

[75] Il movimento cattolico nacque tra gli anni ’60 e i primi anni ’70 come risposta alla laicizzazione dello Stato e della società. Insieme a numerose associazioni laicali, sorsero, in quegli anni, le prime stabili organizzazioni cattoliche a livello nazionale, come la Gioventù Cattolica (1868), l’Unione Cattolica per il Progresso delle Buone Opere (1870) e l’Opera dei Congressi (1875).

[76] Il termine temporalità indica il complesso dei beni terreni della Chiesa che, a differenza di quelli spirituali, sono oggetto di un godimento contingente (temporale).

[77] La Mazzarello (1837-1881) fu la primogenita di sette figli di una modesta coppia di mezzadri. Nel 1864  conobbe don Bosco, in visita a Mornese, che restò colpito dalle qualità personali della giovane. Nel 1872 fu lo stesso santo a sceglierla come co-fondatrice dell’Istituto Figlie di Maria Ausiliatrice. Nel medesimo anno Maria Domenica professò i voti religiosi con alcune compagne. Venne proclamata santa da Pio XII nel 1951. Al riguardo cfr.: M.P. Giudici-M. Borsi, Maria Domenica Mazzarello. Una vita semplice e piena di amore, Elledici, Torino 2008.

[78] G. Bosco, Costituzioni per l’Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice (1872-1885), testi critici a cura di Cecilia Romero, LAS, Roma 1983.

[79] G. Bosco, Costituzioni della società di S. Francesco di Sales (1858) – 1875, testi critici a cura di Francesco Motto, LAS, Roma 1982.

[80] G. Bosco, La Patagonia e le terre australi del continente americano, introducción y texto crítico por Jesús Borrego, LAS, Roma 1988. Cfr. anche: A. Da Silva Ferreira, Patagonia. Realtà e mito nell’azione missionaria salesiana, LAS, Roma 1995.

[81] F. Motto, La mediazione di don Bosco fra Santa Sede e governo per la concessione degli Exequatur ai vescovi d’Italia (1872-1874), in “Ricerche storiche Salesiane”, n. 6, 1987, pp. 3-79.

[82] Paolo Onorato Vigliani (1814-1900), giurista e uomo politico.

[83] In G. Bosco, Epistolario, op. cit.,  volume quarto, lettera 1855 (12  ottobre 1873), p. 166.

[84] Lettera del Guardasigilli Vigliani a don Bosco. Datata: 15 ottobre 1873, Archivio Generale Salesiano.

[85]  Agostino Depretis (1813-1887), politico.  Fu presidente del Consiglio dei ministri nove volte tra il 1876 e il 1887.

[86]  Giovanni Nicotera (1828-1894), politico. Fu due volte ministro dell’Interno del Regno d’Italia (nel 1876-1877 e nel 1891-1892).

[87]  Giuseppe Zanardelli (1826-1903), giurista, politico. Fu presidente della Camera dei deputati (1892-1894) e presidente del Consiglio dei ministri del Regno d’Italia (1901-1903).

[88]   Francesco Crispi (1818-1901), politico. Fu presidente del Consiglio dei ministri, ministro degli Esteri, e ministro dell’Interno del Regno d’Italia (1887-1891); presidente del Consiglio dei ministri e ministro dell’Interno del Regno d’Italia (1893-1896); ministro dell’Interno del Regno d’Italia (1877-1878).

[89] Per una lettura completa del documento si rimanda a: Testo critico con introduzione, apparati delle varianti e delle note storico-illustrative in P. Braido (ed.), Don Bosco educatore scritti e testimonianze. Terza edizione con la collaborazione di Antonio da Silva Ferreira, Francesco Motto e José Manuel Prellezo. Istituto Storico Salesiano, Fonti, Serie prima, n. 9. Roma, LAS 1997, pp. 363-271.

[90]   Marco Ezechia Lombroso, cambiò poi nome in Cesare (1835-1909)

[91]   C. Lombroso, L’uomo delinquente in rapporto all’antropologia, alla giurisprudenza ed alla psichiatria (cause e rimedi), Fratelli Bocca Editori, Torino 1897, p. 214.

[92] G. Bosco, Piano di Regolamento per l’Oratorio maschile di S. Francesco di Sales in Torino nella regione Valdocco, p. 2, Archivio Centrale Salesiano, Roma.

[93] Camillo Benso di Cavour (1810-1861) Fu ministro del Regno di Sardegna dal 1850 al 1852, capo del governo dal 1852 al 1859, e dal 1860 al 1861. Nello stesso 1861, con la proclamazione del Regno d’Italia, divenne il primo presidente del Consiglio dei ministri del nuovo Stato, e morì ricoprendo tale carica.

[94] G. Bosco, Epistolario, op. cit., volume primo, lettera 369 (4 agosto 1858),  p. 357.

[95] Pio IX (Giovanni Maria Mastai Ferretti, 1792-1878, beato) fu Pontefice dal 1846 fino alla sua morte.

[96] Giovanni Lanza (1810-1882). Medico-chirurgo. Politico. Nel 1853 divenne vicepresidente della Camera, nel 1855 ministro dell’Istruzione, poi delle Finanze. Nel 1860 fu eletto presidente della Camera. In questi anni si compì il suo passaggio alla Destra storica, della quale fu uno dei capi più autorevoli. Nel 1864-1865 fu ministro dell’Interno, poi (1867-1870) presidente della Camera, infine (1869-1873) presidente del Consiglio.

[97] G. Bosco, Epistolario, op. cit., volume terzo, lettera 1610 (11 febbraio 1872),  p. 398.

[98]  Marco Minghetti (1818-1886). Politico. Fu presidente del Consiglio dei ministri del Regno d’Italia (1863-1864).

[99] G. Bosco, Epistolario, op. cit., volume quarto, lettera 1814 (14 luglio 1873), p. 128.

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