Il treno dell’Ignoto. Il viaggio del Milite Ignoto – Paola Zambelli

Le voci della Storia e le storie che stanno dietro e dentro alla Storia. Persone ed episodi che non sono mai finiti nei libri di storia, ma senza i quali non avremmo una Storia da raccontare e da studiare. Undici racconti, undici voci con intonazioni e dialetti differenti, undici storie di vita (e ahimè di morte); undici militi trai quali è stato scelto colui che sarebbe divenuto per sempre il Milite Ignoto.

Ma accanto agli Undici ci sono commilitoni, amici, animali; alle loro spalle – nel cuore e nella mente – c’è una famiglia, magari una fidanzata o un’amica del cuore. Perciò le voci sono molte di più; gli ignoti pure.

Le donne stesse rimaste a casa ad aspettare sono le voci anonime, a volte ignote, che hanno fatto la Storia. Il bello di un romanzo è che le voci narranti possono esprimere le proprie idee ed opinioni e perciò troviamo aspre critiche riguardanti la giustizia sommaria dei comandanti, le loro decisioni suicide, la guerra in generale. Per contro ci sono considerazioni amichevoli nei confronti della parte avversa, il rispecchiamento e riconoscimento di un’umanità comune.

 

Soldati italiani durante la Prima Guerra Mondiale

 

TRAMA

Una domanda di quelle che solo i bambini sanno porre: «Nonna, tu sei mai stata bambina? Anche tu avevi una nonna?», trasportano la voce narrante e il lettore indietro nel tempo, lungo i binari dei ricordi tramandati di nonna in nipote.

Ed ecco comparire una ragazzetta di nome Giovanna, che il 30 ottobre 1921 insieme ai compaesani si è recata nei pressi della stazione per vedere il passaggio del convoglio funebre che trasportava verso Roma la salma del Milite Ignoto.

In attesa dell’arrivo del treno Giovanna fa la conoscenza di un misterioso uomo, abbigliato con un tabarro nero, col quale inizia a chiacchierare. Tra una chiacchiera e l’altra, il Signore in nero trasporta Giovanna lungo undici racconti, undici storie di vita, undici provenienze, undici campi di battaglia. Undici come i militi assolutamente ignoti, sprovvisti di piastrino identificativo e di effetti personali riconducibili a un’identità – recuperati da una Commissione delegata dal Governo italiano –, le cui salme vennero riposte in casse di legno e condotte nella Basilica di Aquileia. Qui una mamma, la sig.ra Maria Bergamas, madre dell’irredentista Antonio Bergamas disperso in guerra, scelse – con non poca sofferenza! – un soldato rappresentativo di tutti i Caduti.

La bara designata fu chiusa in una cassa di zinco e trasportata a Trieste dove venne issata su un convoglio speciale che la trasportò attraverso l’Italia per giungere a Roma. Ad ogni fermata e lungo via c’erano persone di ogni ceto ed estrazione sociale che porgevano il proprio saluto al convoglio funebre.

Cuori di mamme, figli, figlie, sorelle, fratelli, padri, nonni, fidanzate, amici battevano all’unisono dinanzi alla salma che viaggiava. Speravano che all’interno vi fosse un loro caro, quel caro che faceva battere il cuore o perdere un colpo. Vite spezzate, progetti di vita spezzati, legami d’amore tranciati per sempre: tutto ciò rappresentava quella bara rivestita del Tricolore e issata sul fusto di un cannone. Sentimenti ed emozioni collettivi, impossibili da tradurre in parole e bagnati di lacrime; intrisi di dolore, frustrazione, rabbia, ma anche di un’inaspettata serenità. Una serenità data dalla consapevolezza e dalla speranza che nessuno avrebbe dimenticato (…)”

La narrazione vuole rispondere a una domanda che in molti ci siamo posti: chi era il Milite Ignoto?

«Mi dica Signore, mi dica chi c’è in quella bara».

Ma non è possibile rispondere a questa domanda senza dare un’identità a tutti gli Undici Ignoti. Grazie ai dialoghi tra Giovanna e il Signore in nero, facciamo la conoscenza di tutti loro e di molti altri che hanno incrociato le loro strade, aprendo gli occhi su episodi storici, situazioni, luoghi e accadimenti della Grande Guerra, che non sempre sono riportati nei libri di storia. Incontriamo ragazzi classe 1899, padri di famiglia che hanno attraversato il mare per raggiungere il continente; soldati dalla parlata tipicamente veneta insieme ad altri con uno squillante tono partenopeo. Poeti e analfabeti. Soldati accompagnati da un mulo, da un cagnolino o solamente dai ricordi di casa.

«Mi piace pensare che nella bara che ha scelto la signora Maria ci sia proprio suo figlio» dico con gli occhi che si inumidiscono. «Ma» aggiungo, «vorrei tanto che ci fosse Marco». Pensandoci provo una sensazione nuova, una strana serenità che mi sale dal cuore e aggiungo: «Ma non cambierebbe nulla se in quella bara ci fosse lo sconcio o il ragazzo che ha rinunciato al proprio nome o uno qualunque dei protagonisti dei suoi racconti (…)

Chiudo gli occhi e rivedo Marco che mi accarezza le trecce. Ma vedo anche un piccolo cerbiatto, un poeta, una ragazza che cerca il suo fidanzato, un aviatore burlone; vedo uno scozzese col suo cotolon, vedo il mio babbo che a casa è tornato. E tanti uomini che come lui sono riusciti a fare ritorno, ma hanno lasciato un pezzo di sé sui campi di battaglia. E la mia mamma e le tante donne che per anni hanno atteso il ritorno dei loro cari. E quelle che li stanno ancora aspettando (…)

La ricerca di risposta alla domanda di fondo avviene sulle note del ripetitivo rumore di una macchina da cucire a pedale (che non a caso richiama a sua volta lo sferragliare del treno); grazie alla curiosità di una bambina che trova una vecchia scatola di latta e un sasso a forma di cuore che ha attraversato un secolo per giungere nelle mani del lettore e narrare, attraverso la voce di un misterioso testimone, le undici storie, nel rispetto del rigore storico.

(E così facendo risponde all’intento voluto cent’anni fa dal Governo Italiano di ricordare tutti i Caduti senza nome della Grande Guerra)

La narrazione si fa attuale, in tempo di lockdown, quando nonni e nipoti hanno avuto più occasioni per stare insieme condividendo curiosità e ricordi, e quando espressioni come stare in trincea, andare in prima linea, pandemia, si sono prepotentemente ripresentate da un passato bellico o immediatamente post bellico che avevamo accantonato.

Tutto inizia con i sogni. Con quell’età in cui il confine tra il possibile e l’impossibile è talmente sottile da sembrare la prima, quasi impercettibile striscia di luce che all’alba riesce a farsi spazio all’orizzonte. Età meravigliosa, età che sorride all’ignoto e lo rende accettabile, perfino auspicabile. Età che si rallegra quando piove perché si prefigura salti nelle pozzanghere, e che sa sorridere sotto una mascherina colorata imposta da una necessaria normativa, come fosse un lungo gioco di Carnevale.

Poi arriva un’età che cerca di realizzare i propri sogni in un’altalena che dondola tra ribellione e adeguamento alla realtà. Un’età che grazie a nuovi progetti, a sospiri, batticuori e delusioni diviene adulta.

E poi arriva l’età nella quale i ricordi valgono più dei sogni. L’età in cui pensi di non avere più tempo e percepisci il sopraggiungere di un sottile timore, quasi indefinibile, come quella prima impalpabile ma significativa variazione cromatica che annuncia il tramonto. Il timore più grande è proprio quello di dimenticare ed è per questo che, quando arriva quell’età, ti prendi il tempo, tutto il tempo possibile per ricordare. E per condividere con altri i tuoi ricordi (…)

 

Traslazione del Milite Ignoto a Roma

 

 

ESTRATTI

 

  • Racconto primo: 30 ottobre 1921

(…) Tornando a oggi, 30 ottobre 1921, eccoci qui, pronti per andare alla cerimonia. Fa freddino stamane, c’è una leggera nebbiolina che ti mette addosso un fastidioso velo d’umidità. Partiamo con tutti gli abitanti del paese riuniti davanti alla chiesa e seguiamo il parroco. Dopo una lunga camminata attraverso campi e stradine, con un gran male ai piedi strizzati dentro alle scarpe, raggiungiamo i binari. C’è già tantissima gente che costeggia le rotaie e in lontananza vedo che la stazione è gremita di persone. Non avevo mai visto una folla così nemmeno quando è venuto il Re in persona. Tutti sembrano molto eleganti o perlomeno abbigliati con il vestito buono, quello della domenica. Accanto a me c’è un signore molto, molto elegante con lungo tabarro nero, sciarpa nera, un bel cappello di feltro e addirittura un ombrello nero. Noi contadini non abbiamo l’ombrello, è cosa da signori. Ha persino le scarpe di pelle lucida, ma noto con piacere che anche lui si è inzaccherato attraversando i prati per arrivare fin qui. Oggi, contadini o padroni o gran signori, ci troviamo tutti qui per lo stesso motivo. In un qualche misterioso modo siamo tutti uguali.

Il parroco ci ha spiegato che il treno che aspettiamo trasporta la bara di un soldato chiamato Milite Ignoto. La storia che riguarda questo treno è piuttosto lunga, ma vale la pena conoscerla per capire cosa ci facciamo qui oggi.

 

NON POSSIAMO DIMENTICARE!

Da quando il babbo è tornato a casa insieme ad altri uomini del paese, abbiamo tirato un sospiro di sollievo. Almeno noi. Altre famiglie continuano ad aspettare; altre piangono e pregano.

Molti uomini sono arrabbiati e li sento discutere davanti alla bottega:

«Non si può dimenticare!»

«Ci hanno mandati al massacro».

«Ci hanno portato via i figli».

«Da questa guerra non abbiamo avuto niente».

E frasi simili che sento e risento ormai da anni, ma che non capisco fino in fondo.

In casa invece non si parla mai della guerra. Un giorno ho provato a chiedere al babbo come si viveva in trincea, ma la mamma mi ha lanciato un’occhiataccia, mentre lui si è rabbuiato. Non era arrabbiato per la domanda e non era né triste né scontroso, semplicemente si è chiuso in se stesso. Sembrava che non fosse nemmeno lì con noi. Quando ha alzato lo sguardo dal piatto mi ha guardata, ma sembrava non vedermi. Però ha risposto: «Fango. Freddo» e ha biascicato qualche altra parola incomprensibile. Quello sguardo assente o lontano che fosse e quella voce che sembrava non appartenere al mio babbo mi hanno talmente inquietata che non ho più chiesto nulla.

Vedevo invece la sua fame, come se non mangiasse da mesi. In effetti era tornato molto più magro di come me lo ricordavo. Non è mai stato un gran mangione, perciò vederlo mangiare avidamente mi ha colpita. Adesso, dopo più di due anni dal suo ritorno, mangia normalmente. E lavora, lavora tanto, si tiene sempre impegnato. Forse per non pensare.

Tre settimane fa il parroco, durante la messa – che non finiva più! –, ha tenuto un lungo discorso per raccontarci la storia del Milite Ignoto:

«La guerra che si è conclusa da quasi tre anni ha lasciato una cicatrice profonda che segnerà per sempre le nostre terre, i nostri uomini e le nostre famiglie. Chi dalla guerra è tornato vorrebbe spazzare via il ricordo di quegli anni di grande dolore, ma non è possibile dimenticare. Io, che sono stato cappellano militare al fronte, non potrò mai cancellare dalla memoria la sofferenza e il dolore che ho visto. Chi è rimasto ad aspettare non potrà mai scordare la pena che ha sofferto.

Questa guerra ci ha segnati tutti, quindi il nostro Re e i nostri governanti hanno pensato bene di rendere onore a tutti i caduti e dispersi in guerra. E io sono d’accordo: non possiamo dimenticare!

Il generale Douhet – che lui la guerra non l’ha fatta in prima linea! – ha avuto comunque una buona idea: ha pensato di far erigere un monumento al Milite Ignoto che ricordi i nostri figli, mariti, padri, fratelli, amici, conoscenti, compaesani che non sono mai tornati dalla guerra».

A quel punto del discorso ho sentito qualcuno singhiozzare. Anch’io ero molto triste. Poi il parroco ha continuato:

«Sua Maestà il Re e il Parlamento del Regno d’Italia hanno accettato questa proposta. Quindi hanno deciso che, nella Basilica di Aquileia, verranno portate undici salme di soldati rinvenuti nei vari campi di battaglia. Si tratta di salme assolutamente anonime.

Sarà una donna del popolo, una come noi, la signora Maria Bergamas che ha perso il figlio in guerra, a scegliere fra gli undici colui che verrà poi condotto a Roma.

Il 30 ottobre passerà poco lontano da qui il treno che condurrà la bara attraverso l’Italia per ricevere il nostro saluto e le nostre preghiere. Vi invito a partecipare alla processione che partirà dalla chiesa e a pregare tutti insieme».

Da quel giorno abbiamo iniziato tutti ad aspettare. Non so di preciso cosa aspettiamo, ma sembra che questo evento del Milite Ignoto abbia portato un’aria diversa sul nostro paese, meno pesante.

Ma consapevole.

 

Soldati in trincea durante la Grande Guerra

 

  •  Racconto secondo: Corvi e presagi

Luogo: Monte Grappa

Maioli

Il silenzio avvolge tutto da giorni rendendo insolito l’ambiente in cui ci troviamo. Il cielo è limpido, la luce illumina il paesaggio; da qui sotto, in trincea, lo ammiro e vedo piccole nuvolette bianche che si rincorrono. Mi sento un bambino mentre mi perdo in questi pensieri…

Alzo il volto verso il sole che finalmente ci scalda le ossa e il corpo. La mia divisa non ha perso quel caratteristico odore di umidità, ma almeno è asciutta. Il pavimento fangoso della trincea, per la prima volta da quando sono arrivato qui, non è bagnaticcio.

La sentinella ci urla: «Fiori! Ci sono i fiori!». Per un attimo penso sia una frase in codice, poi istintivamente annuso l’aria. Sì: accanto all’odore fetido che giunge da alcune zone della trincea, c’è un leggero, leggerissimo profumo che sorprende le mie narici. Pensavo che non l’avrei mai più sentito. O meglio, non ho mai pensato né ai fiori né ai profumi, ma questa improvvisa percezione me li fa ricordare e apprezzare. Vorrei tanto uscire e guardarne uno, lasciare questo grigiore e ammirare qualcosa di colorato. Ricordo quando a primavera raccoglievo mazzi di fiori di campo per portarli alla mamma che li metteva puntualmente in un bicchiere, in mezzo al tavolo. E poi ho iniziato a portarli anche a Maria: chissà se consulta ancora le margherite per sapere se la amo? Ricordo come metteva il broncio ogni volta che esauriva i petali sul non-m’ama. Forse ora chiede ai petali: «Torna? Non torna?».

Una giornata come questa mette di buon umore e mi fa sperare davvero in un ritorno. Vedo Santuzzo che si rade col sorriso sul volto: da giorni non rivolgeva la parola a nessuno. Vedo altri commilitoni con una luce nuova sul viso. Speriamo che vengano presto a darci il cambio: vorrebbe dire che siamo stati graziati!

Sentiamo gracchiare sopra le nostre teste: è uno stormo di corvi. Li osservo volare disordinatamente e ammiro il loro piumaggio nero intenso con sfumature che sembrano brillare. Ma vedo Santuzzo farsi il segno della croce: «È l’uccello del demonio» dice, «porta male!»

«Macché demonio e demonio» aggiunge Tino, «ci sarà una bestia morta. Vanno a mangiare».

«Si mangeranno i nostri cadaveri» si sente imprecare.

Improvvisamente, nonostante il sole sia alto in cielo, sulla nostra trincea è ridisceso il buio.(…)

 

La leva dei ragazzi del 1899

 

  • Racconto decimo: Animali e ragazzi

Luogo: Montello

Anonimo

In questa guerra ormai le ho viste tutte. (…)

Ci troviamo non troppo lontani dal fiume Piave, ai piedi di quel Monte Grappa dove fino a dicembre abbiamo combattuto ininterrottamente.

Sappiamo che gli austro-tedeschi mirano ad attaccarci da più parti: dal Grappa, dagli Altipiani e lungo fiume e di conseguenza ci stiamo preparando. Nei vari paesi lungo il Piave è arrivata la cavalleria e diversi battaglioni si stanno preparando in compagnia dei nostri alleati; sappiamo di essere supportati dagli aerei e le linee si sono rimpolpate con le giovani leve: ragazzini classe 1899, appena diciottenni, catapultati nella guerra. Molti di loro sono estremamente motivati e si sentono invincibili, ma hanno ricevuto solo il minimo addestramento e non sono temprati per questa guerra: beata gioventù e beata ignoranza! Se avessero visto tutto quello che abbiamo vissuto in questi tre anni non sarebbero tanto baldanzosi. Già quest’inverno difendere il Grappa ci è costato caro e adesso solo Dio sa cosa ci aspetta.

Qui ci siamo preparati nascondendo numerose mitragliatrici nelle caverne del Montello e sappiamo che gli austro-tedeschi vogliono raggiungere la pianura veneta: dalle informazioni raccolte sappiamo che sono affamati e necessitano in particolare di grano e farine; ma per raggiungere le coltivazioni devono attraversare il Piave. Se caleranno le passerelle sul Piave – e immagino che attendano il cessare di queste continue piogge per farlo – ci penseranno gli assi dell’aviazione a colpirle.

Accanto a me c’è un ragazzo che potrebbe essere mio figlio; a ogni rumore d’artiglieria infila una mano in tasca e stringe un sasso. Me l’ha fatto vedere, è a forma di cuore: «Me l’ha infilato di nascosto nella tasca della giacca», mi dice e i suoi occhi si accendono di una luce che avevo dimenticato. «è la tua inpromìssa?» gli chiedo, ma mi guarda perplesso: «La tua fidanzata?» traduco. Mi guarda con un sorriso pieno di tenerezza e mi dice: «è la sorella di un mio amico, è poco più di una ragazzina: a volte porta ancora le trecce sulle spalle. Ma è tanto carina ed è il mio portafortuna. Sono sicuro che diventerà bellissima e quando tornerò a casa le farò la corte…».

Mi fa sorridere questo giovinetto e ripensare a quando avevo la sua età. Tutti i giorni scrive qualcosa alla sua amica dalle belle trecce e mi ha detto: «Quando arriveremo in paese gliele spedirò tutte». Immagino che i suoi sogni siano occupati dal volto della ragazzina di nome Giovanna che gli ho sentito nominare nel sonno: “Sogna, sogna giovanotto” penso fra me, “tra poco ti scontrerai con la realtà”.

Nel silenzio della notte giungono due ragazzi, poco più grandi del mio giovane commilitone, ma di tutt’altra tempra, che procedono scivolando come ombre: si tratta di Arditi, riconoscibili dalle fiamme nere sulla giubba. Si intravede sotto il bavero il loro maglione a collo alto, che vorrei tanto indossare in questa notte umida. Ci fanno sapere che gli austriaci si stanno preparando ad attaccare su tutti i fronti e che stanno tentando di calare le passerelle sul Piave: “Con quale coraggio?” mi chiedo, “con tutta la pioggia che c’è stata quelle acque sono terrorizzanti”.

L’indomani c’è troppo silenzio e il silenzio non è mai foriero di buone notizie. Invece arrivano alcuni reggimenti di Fanteria per il cambio delle truppe che sono qui da più tempo; il tutto avviene in tranquillità dando il tempo ai soldati di fumarsi una sigaretta in compagnia. Spero solo che arrivino i rinforzi.

Giunge la sera e con essa il buio. Mi assopisco e, dopo un tempo che mi sembra brevissimo, un terribile boato mi sveglia; quando apro gli occhi vedo una coltre fumosa espandersi sulla zona dove ci troviamo; i nostri comandanti gridano ordini a destra e a manca e in breve ci è chiaro che gli austriaci hanno attraversato il Piave e ci stanno raggiungendo. «Cosa faccio? Cosa faccio?» mi chiede il ragazzetto dal sasso in tasca con la voce rotta dalla paura. Provo un’immensa tenerezza per lui: «Stenditi a pancia in giù e non muoverti, per nulla al mondo».

«Tieni il mio portafortuna» mi dice lui allungandomi il suo sasso.

«Tienilo tu» gli dico sentendo un nodo alla gola, «ne avrai bisogno!»

Poi cerco di coprirlo con della terra e frattanto si alza la corte di fumo: ora tutta la zona sembra illuminata a giorno dalle esplosioni e la prima linea è già stata superata. Vedo i nostri aviatori impegnati a supportarci dal cielo e in qualche strano, irrazionale modo mi sento sollevato; imbraccio quindi il mio moschetto, faccio il segno della croce e, come d’abitudine, cerco di svuotare la testa da ogni pensiero. Ma questa volta non ci riesco: sono preoccupato per me, per noi, per quei ragazzetti arrivati da poco…

Una nuova esplosione sconquassa l’aria smuovendo la terra tutt’intorno a me. Le mie percezioni sono confuse. Lancio uno sguardo sul terreno completamente devastato e chiudo gli occhi su quest’inferno.

 

L’AUTRICE
Paola Zambelli

Paola Zambelli è nata e cresciuta a Belluno, abbracciata dalle Dolomiti e affascinata dai racconti delle nonne popolati da personaggi folkloristici, che vivevano lì tra rocce e boschi. Ma ad attirarla erano i racconti dei nonni e del bisnonno, che su quelle montagne avevano combattuto due guerre mondiali.

Laureata in Scienze della Formazione, si è dedicata all’insegnamento e a una personale ricerca di testimonianze storiche e umane relative alle due guerre mondiali e alle guerre contemporanee. Su queste tematiche organizza laboratori per le scuole primarie e secondarie, traendo continua ispirazione dalle considerazioni di bambini, ragazzi e adulti.

Con DBS ha pubblicato:

La profezia dei Draghi Viverna, 2014. Racconto illustrato e in rima, che narra in chiave fantastica l’origine dello stemma bellunese. I personaggi sono santi e figure storiche legate a Belluno.

Con TIPI:

Nina eroe di guerra 1915-1918, 2015. Racconto ambientato tra il Cadore e Belluno durante la Grande Guerra. Protagonisti sono bambini e ragazzi, insieme a personaggi storici come Arturo Dell’Oro, aviatore e Medaglia d’Oro che dà il nome all’aeroporto cittadino.

Martino, nel 2017. Narrazione degli eventi significativi della vita del Santo Patrono di Belluno e di numerose altre città, conosciuto per il gesto del taglio del mantello. Ma i gesti ed avvenimenti significativi della sua vita sono molti di più.

Nel 2018 ha vinto il Primo Premio al concorso letterario “Sospirolo tra leggende e misteri”.

Nel 2019 ha vinto il Primo Premio Racconti realistici al 29° Premio Nazionale Arpalice Cuman Pertile – Marostica città di fiabe.

Nel 2021 ha vinto la XIV edizione del Premio di letteratura per Ragazzi “Righini Ricci” di Conselice (RA) con Il viaggio dell’Ignoto, da cui è stato tratto il romanzo Il treno dell’Ignoto. Il viaggio del Milite Ignoto, Biblioteca dei Leoni Editore, 2021.

 

Titolo: Il treno dell’Ignoto. Il viaggio del Milite Ignoto.

Autore: Paola Zambelli

Casa editrice: Biblioteca dei Leoni

Pagine: 150, comprensive di appendice fotografica

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