Il Primo Rinascimento: dalla Pace di Lodi a Carlo VIII

Il trionfo di Alfonso V d’Aragona nel Meridione (1442) e la pace di Lodi (1454) avevano messo fine ad un lungo e nauseabondo periodo di guerre che aveva devastato senza sosta la penisola da Nord a Sud per oltre due secoli. Nelle diverse regioni italiane era finalmente tornata la tranquillità: gli eserciti mercenari avevano abbandonato le campagne padane e quelle toscane, mentre le flotte mercantili stavano velocemente riprendendo il controllo dei mari. Le grandi battaglie tra i ghibellini ed i guelfi o tra le diverse entità politiche che occupavano il suolo italiano erano oramai un lontano ricordo.

Anche nel resto del continente si stava delineando un quadro politico decisamente più roseo e meno caotico. I Valois avevano posto fine alla sanguinosa Guerra dei Cent’anni (1337-1453) sgominando i Lancaster sul campo di Castillon. Intanto gli Asburgo avevano preso il controllo del trono imperiale (1438), trasformando Vienna nella nuova capitale dell’Impero. Il Regno di Castiglia, sostenuto militarmente dalla Corona aragonese e da quella portoghese, aveva invece messo alle strette l’ormai morente Sultanato di Granada.

 

 

Battaglia di Castillon

 

L’unica grande minaccia per la sicurezza e la stabilità politica dell’Occidente proveniva dallo Stato turco, che aveva conquistato la penisola balcanica e preso il controllo di Costantinopoli (1453). Fortunatamente le galee veneziane e l’esercito ungherese, sostenuto da quello imperiale, erano ancora troppo potenti per le truppe del sultano. La caduta dei Balcani e quella di Bisanzio diedero però un chiaro segnale agli altri Stati cristiani, soprattutto alla Serenissima, che iniziarono a guardare con sospetto e timore verso il Levante.

Ad ogni modo, nonostante l’ombra della Mezza Luna pendesse sulle regioni orientali del continente, Venezia e le altre grandi città italiane si stavano godendo un meraviglioso periodo di pace, caratterizzato dai grandi commerci e dalla realizzazione di straordinari progetti artistici e non solo. Come nel Duecento, le diverse capitali della penisola tornarono infatti ad accogliere un gran numero di cantieri, basta pensare a quello della cupola di Santa Maria del Fiore a Firenze, mentre le Corti del Meridione e del Settentrione iniziarono ad ospitare una nutrita schiera di artisti, letterati e politici illuminati che apparteneva consapevolmente ad un nuovo movimento culturale: l’Umanesimo.

 

Piero della Francesca, Città Ideale, Palazzo Ducale, Urbino.

 

Questa corrente di pensiero, che affondava le sue radici nel passato, si ispirava con orgoglio al mondo greco e a quello romano, da poco tornati alla ribalta, prendendo erroneamente le distanze dall’epoca precedente. Il graduale recupero della filosofia e della letteratura classica, che dava all’uomo un ruolo fondamentale all’interno del cosmo, portò effettivamente gli intellettuali del Quattrocento a distaccarsi con disprezzo dalla dimensione culturale – non istituzionale, politica e religiosa – di quel periodo considerato oramai oscuro che un giorno, a seguito anche delle teorie illuministe, verrà comunemente identificato con il termine Medioevo.

Il gotico italiano, decisamente più austero e contenuto rispetto alla variante francese ed a quella tedesca, fu pertanto accantonato e progressivamente sostituito da uno stile architettonico che si rifaceva ai canoni classici, contraddistinti dal massiccio utilizzo delle forme geometriche e dal rispetto quasi ossessivo delle proporzioni tra le diverse parti del complesso. Nella pittura e nella scultura, oltre all’introduzione delle regole prospettiche ideate dal Brunelleschi, iniziarono invece ad apparire in alternativa alle tematiche cristiane, come i martirii dei santi o la vita di Gesù e di sua Madre, figure o situazioni appartenenti alla mitologia pagana. Nelle logge e sulle pareti dei palazzi signorili o del potere, anch’essi in parte influenzati dalla nuova corrente, iniziarono dunque a comparire personaggi antichi oppure soggetti ispirati ad essi, che con le loro forme armoniose facevano rivivere l’antico splendore del periodo classico. La Primavera e la Venere del Botticelli o il David di Donatello, che a tratti ricorda chiaramente il dio greco dei commerci Hermes (Mercurio per i romani), ne sono un chiaro e significativo esempio.

 

Sandro Botticelli – La Primavera

 

L’Umanesimo, essendo nato dalla riscoperta dei diversi generi della letteratura greca e latina, condizionò ovviamente anche il pensiero filosofico e la poetica del Quattrocento. La scolastica di stampo medievale, basata sul pensiero razionale di Aristotele e dominata dalla figura di Tommaso d’Aquino, fu lentamente soppiantata da una nuova visione del mondo, che liberava il genere umano da ogni vincolo e lo poneva in una posizione privilegiata rispetto alle altre forze dell’universo. Si passò quindi dalla comprensione dei dogmi cristiani attraverso le teorie aristoteliche, riemerse dalle antiche biblioteche del Levante durante il turbolento periodo delle crociate, all’esplorazione della dimensione umana tramite le diverse interpretazioni filosofiche dei grandi pensatori del passato.

Nel difficile campo delle lettere il graduale recupero degli autori classici e delle loro opere diede invece ai poeti del Quattrocento la possibilità di seguire le orme di Francesco Petrarca, vissuto nel corso del Trecento, e di portare avanti quel suo progetto di restauro e di salvaguardia del latino che ormai, a causa delle storpiature medievali, si era allontanato dallo stile tardo repubblicano ed imperiale. Il ritorno di Cicerone e degli altri scrittori greci e latini, insieme all’evoluzione della lingua e della scrittura volgare, arricchì inoltre il panorama letterario della penisola con la piacevole introduzione di una vasta gamma di generi che andava dal poema cavalleresco (Orlando innamorato di Matteo Maria Boiardo) al romanzo pastorale (Arcadia di Jacopo Sannazaro) o dall’opera teatrale (Favola di Orfeo di Angelo Poliziano) al trattato storiografico.

 

Orlando combatte contro i mori nella battaglia di Roncisvalle

 

Questo invidiabile splendore, che con estrema arroganza sminuiva la maggior parte dei prodotti artistici e filosofici d’oltralpe, non riuscì però a placare del tutto quel misero e nefasto campanilismo che stava continuando a serpeggiare tra le diverse Corti della penisola. Nonostante la minaccia turca e la pace di Lodi, il puro egoismo della classe dominante tornò infatti lentamente a minare la tranquillità degli Stati italiani, i quali ripresero in considerazione l’utilizzo della forza per risolvere le loro controversie interne ed estere.

Innanzitutto la casata dei Medici, dopo un breve periodo di stabilità, aveva ripreso a lottare apertamente con le altre famiglie aristocratiche fiorentine ed i loro sostenitori esterni per consolidare il proprio potere e mantenere il controllo degli organi di governo. La sconfitta politica dei Soderini ed il tragico fallimento della congiura ordita dai Pazzi (1478), appoggiati dal pontefice, allontanò fortunatamente dal baratro Lorenzo ed i suoi familiari che alla fine presero il possesso della città e delle sue istituzioni.
Dal canto suo lo Stato pontificio, oltre all’espansione nell’Italia centrale ed al conseguente contrasto con la Corte medicea, si stava ripetutamente scontrando per questioni sempre legate alla sua politica territoriale con il Regno di Napoli, il quale stava attraversando un difficile momento di transizione. La nobiltà locale non vedeva effettivamente di buon occhio Ferdinando I, successore di Alfonso V d’Aragona, e preferiva di gran lunga il figlio del vecchio sovrano angioino, Giovanni d’Angiò. Costui, sostenuto militarmente dai genovesi e dai francesi, tentò di recuperare la corona perduta dal padre, ma fu sconfitto in Campania e costretto a tornare in Provenza.

 

La congiura dei Pazzi

 

Nel frattempo il Ducato di Milano aveva ripreso a condizionare pesantemente la vita politica della Repubblica di Genova, mentre Venezia aveva strappato ad Ercole I d’Este il Polesine per poi cingere d’assedio Ferrara ed attaccare gli alleati napoletani del duca in mare aperto. L’intervento di Ludovico il Moro, protettore di Gian Galeazzo Sforza, e del papa, inizialmente dalla parte del governo veneziano, costrinse tuttavia le truppe della Serenissima ad abbandonare con riluttanza il ferrarese e le coste della Puglia.
Tutte queste divisioni, come anche la fragilità degli equilibri interni dei diversi Stati italiani, finirono per attirare l’attenzione del re francese Carlo VIII Valois, che già da tempo voleva prendere il controllo del lontano Regno di Napoli. Essendo imparentata con gli Angiò, suoi fidati vassalli, la Corona francese poteva infatti tranquillamente rivendicare il trono napoletano, ma per ottenerlo avrebbe dovuto riprendere le armi contro il Regno d’Aragona ed il suo ramo partenopeo.

 

 

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