L’Inquisizione: tra leggenda nera e realtà storica – parte seconda

Continua il nostro viaggio di approfondimento sul fenomeno storico che fu l’Inquisizione.

Nella PRIMA PARTE avevamo visto le opinioni di famosi storici in merito e affrontato argomenti come l’analisi storica, Medioevo e superstizione, le streghe, le pratiche inquisitorie, tribunali, torture e strumenti.

 

L’ABIURA

Lo scopo dell’Inquisizione ecclesiastica non era propriamente condannare gli eretici al rogo, quanto ottenerne una formale e pubblica abiura.
Con riferimento all’Inquisizione Spagnola si utilizza il termine autodafé, erroneamente utilizzato per indicare l’esecuzione della condanna a morte; tuttavia è sufficiente risalire all’etimologia della parola per sciogliere il disguido: autodafé significa “atto di fede”.
Una volta riconosciuti i propri errori, l’eretico aveva salva la vita, purché non ricadesse nuovamente nell’eresia. Ciò rappresentava un vantaggio per l’inquisito: se non poteva sperare nell’assoluzione poteva, per lo meno, salvarsi abiurando. Diversamente avveniva nei tribunali secolari, in cui la confessione conduceva egualmente al patibolo.
Emblematico in questo senso il processo a Giovanna d’Arco: obiettivo dei dominatori inglesi era giungere ad una condanna, dunque evitare che l’inquisita abiurasse. Pare che nonostante le pressioni degli inglesi, gli stessi inquisitori abbiano tentato di salvare la vita all’accusata, cercando di estorcerle delle confessioni o convincendola ad abiurare. Purtroppo in questo caso fu la legge del più forte, ossia del potere politico, a trionfare.

 

Galileo Galilei davanti al Tribunale dell’Inquisizione di Cristiano Banti (1857)

 

 

I PROCESSI

Ennesimo errore è considerare i procedimenti inquisitori dei processi sommari. Il processo alla già citata Giovanna d’Arco, pur trattandosi di un processo politicamente pilotato, durò svariati mesi; comunque breve se pensiamo ad altri processi per eresia o per stregoneria condotti contro persone ben meno famose.
Il processo contro Bruno, conclusosi senza abiura e con la condanna dell’accusato, durò ben sette anni. Il processo contro Galileo, conclusosi con la condanna e con l’abiura, fu il più breve tra i casi citati, in quanto durò appena tre mesi.
Una garanzia per l’inquisito può essere rilevata in quello che oggi può essere definito principio della formulazione dell’accusa: non si poteva celebrare il processo se non c’era un’accusa già formulata (con Giovanna d’Arco questo principio fu violato). Era altresì consentito all’inquisito di difendersi nel processo: delle sue dichiarazioni veniva redatto processo verbale.
Più controversa l’esistenza o il ruolo di una difesa tecnica: pare abbastanza certo che le norme rituali prevedessero la possibilità di avvalersi di un difensore, anche se non sempre esse venivano rispettate.

 

LE SENTENZE

Gli storici stimano che il numero totale dei processi ammonti a poco più di 100.000, e che almeno la metà di essi si siano conclusi con l’assoluzione. Prima di esaminare il numero di condanne, è infatti opportuno soffermarsi sull’effettiva possibilità per l’inquisito di essere assolto. Al contrario di quanto si dice, la condanna era tutt’altro che scontata e, in caso non si potesse giungere all’assoluzione, era comunque lasciata aperta la possibilità dell’abiura, cui conseguiva la condanna a pene minori, di carattere soprattutto sacrale-devozionale (penitenze, pellegrinaggi, etc).
In caso di condanna l’inquisito veniva di solito abbandonato al braccio secolare, ossia alle autorità politiche per l’esecuzione della pena.

Christian Gottlob Voigt

Il numero complessivo di condanne a morte per eresia/stregoneria non è noto: sicuramente da scartare le opinioni che innalzano l’entità delle condanne a milioni o a centinaia di migliaia: la cifra di 9 milioni, ricordiamo, è stata letteralmente inventata da un illuminista tedesco, Gottfried Christian Voigt (segnalo tuttavia il saggio di uno pseudo-storico dei giorni nostri, che ha rilanciato a 30 milioni!). Gli storici parlano di 12.000 processi accertati conclusisi con condanna a morte. Le stime più severe variano da quarantamila a sessantamila condanne.
Si ribadisce che si sta parlando solo di stime: alcuni storici ribassano gli anzidetti margini numerici a trentamila e cinquantamila. Da considerare che, a proposito, spesso non si fa riferimento a quali tribunali siano da attribuire tali cifre: è stato suggerito che possa trattarsi del numero complessivo di condanne, sia da parte dei tribunali ecclesiastici che da parte di quelli secolari, non dimenticando che questi ultimi spesso si dimostravano più sbrigativi nell’emettere sentenze sfavorevoli. In aggiunta a questo ultimo fenomeno si consideri il maggior rischio rappresentato dalla cieca furia popolare, che in preda a superstizioni poteva sfociare in esecuzioni “sine iudicio”: dunque il fatto che vi fosse un tribunale formato da persone competenti e dotato di adeguate procedure poteva rappresentare più un vantaggio che un male.
Da ultimo, vi è da chiedersi se nei numeri prospettati siano da includere anche le vittime giustiziate in terreno protestante (che, si ribadisce, furono di più di quelle in terra cattolica): la risposta può ben essere affermativa. Nella sola Germania, in gran parte protestante, si calcola che si tennero cinquantamila processi, circa la metà del totale dei processi celebrati in Europa, di cui quindici/diciassettemila si conclusero con la condanna alla pena capitale.

 

GLI ARCHIVI

Si ode dire talvolta, per motivare la mancanza di prove riguardante gli avvenuti processi, che i documenti processuali conservati negli archivi inquisitoriali siano stati distrutti per mano delle stesse autorità ecclesiastiche.
Mentre per l’olocausto ebraico perpetrato dai nazisti gli storici riconoscono che vi fu un tentativo, quanto mai maldestro, di distruggere le prove dei crimini, nel caso dell’inquisizione non risulta alcuna distruzione sistematica della documentazione: lo studio degli storici e accademici può avvalersi di numerosi documenti dell’epoca.

 

Archivi Vaticani

 

L’apertura degli archivi vaticani nel 1993 ha anche permesso di ampliare le conoscenze sull’Inquisizione. Al contrario, parte della documentazione è andata perduta a causa del normale deperimento, degli incidenti o addirittura delle stesse ondate anticlericali che si sono succedute nel corso dei secoli. Nel 1559 una sommossa popolare portò al saccheggio e alla distruzione di parte consistente degli archivi della Congregazione (ex Inquisizione). Analogamente accadde, nel 1820, all’archivio inquisitoriale di Barcellona.
La distruzione dell’archivio inquisitoriale spagnolo di Palermo avvenuta nel 1783 su ordine del Viceré Domenico Caracciolo, illuminista e anticlericale. Pare addirittura che si sia cercato di far ricadere la colpa di tale scempio sull’ex inquisitore generale, nonostante il Tribunale fosse stato soppresso da oltre un anno. Ad ogni modo è stato possibile risalire all’entità originaria dell’archivio (4500 processi in tutto) attraverso le copie dei documenti conservate presso l’archivio centrale a Madrid.
Diversi imperatori e sovrani che diedero alle fiamme importanti prove, come Giuseppe II d’Asburgo e Carlo V, sono fatti passare per “pii cattolici”: in realtà nei fatti si dimostrarono accaniti anticlericali e sostenitori dell’illuminismo.
L’Europa napoleonica non fu altrettanto magnanima, anche di questo periodo vengono ricordate diverse distruzioni o sottrazioni: l’Archivio Vaticano subì gravi perdite a causa del trasporto voluto da Napoleone in Francia; altrettanti documenti, se non più, furono perduti durante il ritorno a Roma.

 

BRUNO E GALILEO
Giordano Bruno

I processi inquisitori più comunemente noti e citati sono quelli di Giordano Bruno e di Galileo Galilei. Entrambi i processi si collocano in un periodo in cui il mondo cristiano era spaccato e le varie fazioni protestanti rappresentavano concrete minacce per il mondo cattolico (basti pensare al sacco di Roma all’inizio del XVI secolo e ai soprusi ordinati da Calvino a Ginevra).
Soprattutto riguardo al primo sono diffusi pregiudizi che tendono a raffigurare lo stesso come un martire della scienza e della ragione e come un paladino del libero pensiero. Giordano Bruno era un mago e un occultista: gran parte della sua filosofia è modulata sul pensiero ermetico e sulla credenza della reincarnazione e di infiniti universi. Anche riguardo alla personalità di Bruno possiamo dire tutto fuorché che fosse un difensore della libertà di opinione: sin dai suoi primi passi nella carriera di filosofo fino alla condanna al rogo fu costantemente accompagnato da un’aura di arroganza che lo resero inviso ovunque si recasse. Nelle sue opere condannò tanto il cattolicesimo quanto il protestantesimo: ricordiamo che venne scomunicato anche dai luterani, ma non esitò a stabilirsi presso università o corti protestanti, salvo poi essere cacciato anche da quelle. Questo costante e ripetuto doppio gioco pose le basi per la sua successiva condanna: quale che fu il giudizio teologico, non si può ignorare la possibilità che la S. Sede abbia visto in lui un pericoloso avversario e un sobillatore, e come tale da condannare.

Galileo Galilei

In un clima ben diverso si svolse il processo a Galileo: egli non fu incarcerato e fu invitato a presentare prove a sostegno della sua tesi. L’errore dell’Inquisizione non risedette tanto sul piano scientifico, quanto su quello religioso: esso consistette nel voler trasporre in ambito teologico una disputa puramente scientifica.
Al tempo in cui si tenne il processo l’eliocentrismo stava già trovando interesse tra gli studiosi e persino tra gli ecclesiastici: si pensi al fatto che una delle decorazioni pittoriche di Villa Borghese a Roma, allora
residente di papa Paolo V (amico di Galileo) mostra la personificazione del sole al centro, circondato dalle altre divinità (ossia i pianeti). La condanna a Galileo non è sufficiente a sostenere l’esistenza di un oscurantismo da parte della Chiesa: altri studi di Galileo erano stati accolti con entusiasmo dalle stesse autorità ecclesiastiche.
Non dimentichiamo anche che gli esperimenti dei dotti dell’epoca si svolgevano alla luce del sole, e che le opere scientifiche e filosofiche, anche dello stesso Galileo, circolavano pressoché liberamente. Soltanto quando la Chiesa subodorava un pericolo per la fede (ciò successe ad esempio per le opere di Giordano Bruno) interveniva con la censura.
Lo stesso Card. Ballarmino, presidente del collegio inquisitorio che processò Galileo, si rivelò apertamente favorevole ad accettare la teoria copernicana qualora essa si fosse rivelata sufficientemente fondata. La prova decisiva dell’eliocentrismo giunse però oltre un secolo più tardi, grazie agli studi di James Bradley, e fu da allora che la visione di un sistema cosmologico con il sole al centro fu unanimamente accettata.

 

BERNARDO GUI E TORQUEMADA
Bernardo Gui

Abbiamo visto un po’ l’Inquisizione dal punto di vista dei processati, ora cercheremo di entrare un po’ nell’ottica dei giudici. La figura dell’inquisitore è ancora oggi sinonimo di crudeltà inaudita e di una forma di repressione che, per un verso o per l’altro non lascia scampo. Bernardo Gui nell’ambito dell’inquisizione romana è considerato un po’ l’incarnazione di questo stereotipo, tanto da divenire il “cattivo” nel romanzo di Umbero Eco “Il Nome della Rosa”. Sembra uso dimenticare che gli inquisitori erano esseri umani, e in quanto tali erano diversi l’uno dall’altro per mentalità, carattere e per modo di ragionare: finire nelle grinfie di un inquisitore piuttosto che sotto l’ala protettrice di un altro poteva fare la differenza. Si pensi ad esempio all’inquisitore spagnolo Alonso de Salazar Frias, tanto garantista da essere ribattezzato “l’Avvocato delle Streghe”.
Possiamo addirittura chiederci, a questo punto, se fosse meglio essere sottoposto al giudizio di un inquisitore istruito o piuttosto a quello di una folla scalmanata e desiderosa di trovare un responsabile per le carestie o le epidemie che la affliggevano.
Può darsi che Bernardo Gui fosse considerato già al tempo un severo inquisitore: su 930 sentenze, appena 139 furono di assoluzione; tuttavia meno del 5% del totale dei processi si conclusero con la condanna a morte. Le pene per le rimanenti condanne consisterono nel carcere perpetuo o, nella maggioranza dei casi, in penitenze di altro tipo, per lo più di carattere spirituale.

Thomas de Torquemada

Altrettanto ridimensionato nel ruolo di implacabile carnefice è Thomas de Torquemada, considerato da alcuni uno degli uomini più crudeli della storia. Si racconta che nel quindicennio in cui il domenicano fu a capo dell’Inquisizione Spagnola i processi siano stati 100.000 le vittime siano state circa 2.000. Tuttavia, come vedremo in seguito, giudizi storici più recenti e meno azzardati i 100.000 processi e le 2.000 vittime corrisponderebbero all’ammontare totale dei processi e delle vittime di tale inquisizione nei vari secoli del suo operato. Sebbene alcune migliaia di morti non paiano un risultato proibitivo per un crudele carnefice, risulta abbastanza poco probabile che i centomila processi (pari più o meno alla stima fornita dagli storici con riferimento alle altre inquisizioni) siano stati celebrati nell’arco di un quindicennio (con l’improponibile media di oltre 6.000 processi all’anno).

PARAGONI STORICI

Prendendo per buona la cifra di sessantamila, si può riconoscere che è un numero abbastanza rilevante, ma certamente non si può parlare di strage. Se per “strage” intendiamo l’uccisione di numerosi esseri umani in un arco di tempo relativamente breve, possiamo provare a fare due calcoli: sessantamila condanne, divise in un periodo di oltre quattro secoli, in un territorio vasto come l’Europa; otteniamo una media di 150 streghe all’anno. In breve, possiamo ipotizzare che nell’Italia odierna in un solo anno venga compiuto un numero maggiore di errori giudiziari.
Volendo un paragone storico più attinente per similitudine, possiamo ricordare che le vittime innocenti della Rivoluzione Francese furono notevolmente di più: si conta che in appena un anno di Regime del Terrore la causa rivoluzionaria abbia immolato almeno 17.000 persone, senza considerare le numerose condanne senza sentenza. Un individuo poteva essere imprigionato sulla base di un vago sospetto, e la tortura, formalmente abolita dalla monarchia parecchi anni prima della Rivoluzione e mai reintrodotta legalmente, tornò comunque in auge. Si aggiungano a quanto detto le vittime civili delle sollevazioni in Vandea: si conta che furono almeno 100.000.

 

IL MALLEUS MALEFICARUM
Heinrich Kramer e Jacob Sprenger

Nel 1487 i frati domenicani Heinrich Kramer e Jacob Sprenger pubblicarono quello che, ad oggi, è il più famoso trattato sulla stregoneria: il “Malleus Maleficarum”, ossia il “Martello delle Streghe”.
Il trattato non ebbe mai l’approvazione della Chiesa Cattolica. Ciò che è lecito pensare, è che siano insorte delle divergenze di visione tra i due domenicani e la S. Sede, tanto che i primi chiesero ed ottennero la complicità di un notaio dell’epoca per falsificarne l’“approbatio”.
Il “Malleus” riscosse un grande successo all’epoca, tanto da far sospettare che, se esso non fosse divenuto così famoso, una quantità considerevole di vite umane sarebbe stata salvata dal rogo.
Tuttavia è necessaria un’ulteriore contestualizzazione: all’epoca della pubblicazione del trattato una buona parte dei vertici della S. Sede dubitava dell’esistenza delle streghe (e il trattato si accanisce anche contro costoro). Il trattato non fu mai inserito nell’indice dei libri proibiti, per il semplice motivo che tale indice fu istituito solo un settantennio più tardi. A partire dal 1521, fino al 1576 il trattato non ebbe nessuna ristampa.
Solo dopo il 1580 la fama del “Malleus” tornò a crescere e trovò diffusione anche nel mondo protestante. Ciò però non è sufficiente a far coincidere l’operato dell’inquisizione con i dettami del Malleus Maleficarum. Diverse bolle papali successive, come la celebre “Instructio pro formandis” (1620 c.a.) contraddissero lo spirito del “Malleus”.

 

LE “VERE” STREGHE
Trotula de Ruggiero, donna medico.

La caccia alle streghe e la caccia agli eretici, considerati come fenomeno unico, colpirono indiscriminatamente uomini e donne di ogni ceto. I condannati per eresia per la maggior parte erano di sesso maschile, mentre nelle condanne di stregoneria primeggiavano le donne. Non mancarono tuttavia casi di “stregoni” uomini.
Si è pure ipotizzato che l’accanimento nei confronti delle donne derivasse da una sorta di “invidia” nei confronti di tradizioni popolari che prevedevano l’uso di erbe e unguenti curativi. Nonostante l’unguento magico fosse un elemento ricorrente nei racconti sulle streghe, si può dubitare che vi fosse un astio nei confronti delle tradizioni terapeutiche: nei monasteri le erbe curative erano conosciute da secoli, e alcuni medici già curavano i malanni prescrivendo decotti o tisane. Pare inoltre attestata secondo recenti ricerche la presenza nel basso medioevo di donne-medico, come Trotula de Ruggiero (XI secolo), autorizzate non solo ad esercitare ma anche ad insegnare.

Gilles de Rais, omicida seriale.

Al di là delle dicerie sui sabba e sui malefici, non è nemmeno da escludere che alcuni individui condannati per stregoneria fossero effettivamente colpevoli di crimini o efferatezze, quali il procurato aborto o l’infanticidio, che all’epoca vennero interpretati come opere diaboliche.
L’omicidio seriale, secondo moderni studi, non è un fenomeno esclusivo dell’età contemporanea, ma trova riscontro anche in alcuni personaggi dell’antichità. Si può ricordare, in proposito, il caso di Gilles de Rais, nobile francese di alto rango, condannato per stregoneria e infanticidio: costui rapiva, violentava, torturava e uccideva fanciulli. Caso analogo fu quello di Elisabetta Bathory, che rivolgeva tutta la sua crudeltà sulle giovani serve. Una strega di estrazione più umile fu invece Giovanna Bonanno di Palermo, che era, in realtà, un’avvelenatrice di professione.

 

 

TRIORA E LA “CACCIA ALL’INSOLITO”

Il piccolo borgo ligure di Triora, ribattezzato da alcuni “la Salem italiana”, è oggi divenuto l’emblema della caccia alle streghe in Italia. La leggenda creatasi intorno a questa località parla di trenta o quaranta streghe bruciate al rogo all’esito di un processo sommario. La realtà storica è in realtà assai diversa.
In primo luogo è da notare che la leggenda è sostenuta fondamentalmente per finalità turistiche: a Triora si trova uno dei musei della stregoneria più famosi. C’è da chiedersi, visto quanto abbiamo detto poc’anzi sugli strumenti esposti nei musei, quanto ci sia di storicamente vero o attendibile in tutto ciò che è esposto in quel museo.
I primi sospetti di stregoneria a Triora sono datati al 1587, quando alcune donne sono accusate di aver recato con malefici la pestilenza e la carestia. In breve vennero accusate una trentina di donne.
Il processo, che vide coinvolte sia le autorità civili che ecclesiastiche in un clima non sempre di collaborazione, fu tutt’altro che sommario, visto che si concluse soltanto nel 1589.

 

Il museo delle streghe a Triora

Le uniche morti che si ebbero in questo contesto furono quelle di due donne, una morta suicida (secondo alcuni si trattò invece di un tentativo di fuga), l’altra si ritiene a causa delle torture. Quest’ultimo decesso spinse le autorità locali a rivolgersi al Vescovo il quale assegnò l’incarico ad un inquisitore più esperto: costui si recò in visita al paese e ordinò il rilascio di un’imputata appena tredicenne. Delle trenta accusate, solo per quattro fu richiesta la condanna al rogo: tuttavia nell’aprile del 1589 il processo ebbe fine per ordine dell’Inquisitore di Genova. Non si conosce con esattezza la sorte delle donne inquisite, ma l’ipotesi più condivisa vuole che esse siano state assolte e rilasciate. Da notare come l’impulso a porre termine ai processi sia venuto proprio dalle autorità ecclesiastiche.
Recentemente il nome Triora è tornato alla ribalta con la notizia che l’amministrazione locale ha deciso di dedicare una statua ai gatti sterminati dall’Inquisizione nel medioevo; come da me argomentato in un altro articolo, tale sterminio non è mai avvenuto: si tratta dell’ennesimo falso storico.

 

L’INQUISIZIONE SPAGNOLA

Ho voluto dedicare l‘ultimo paragrafo all’Inquisizione Spagnola, spesso misconosciuta o altrettanto spesso confusa con le altre inquisizioni.
In quel tempo la Spagna, dopo anni di massiccia dominazione musulmana, assisteva ad una rapida riconquista da parte dei cristiani. La religione fu vista come elemento unificante del nuovo Regno di Spagna.
L’Inquisizione Spagnola fu formalmente istituita da un papa, Sisto IV, su impulso dei sovrani cattolici: lo scopo era perseguire i “moriscos” e i “marranos”, rispettivamente musulmani ed ebrei formalmente convertiti al cristianesimo ma che continuavano a professare i propri culti in segreto.
Tale tribunale ecclesiastico fu sin dall’inizio assai indipendente dal potere di Roma. Pare addirittura che il Papa non volesse istituire un’inquisizione in Spagna e che in seguito si impegnò per contenerne gli abusi.
Altro dato di fatto risiede nell’abitudine da parte dell’Inquisizione Spagnola, affermatasi in seguito, di punire anche delitti comuni. Recenti ricerche dimostrano che, a seguito dell’effettivo ridursi della minaccia rappresentata dai marranos e dai moriscos, il tribunale ecclesiastico in esame abbia cominciato a punire reati quali la violenza sessuale, la pedofilia o l’omicidio.
Molto limitato, se non quasi completamente assente in terra iberica, il fenomeno della caccia alle streghe.

 

L’Arcivescovo Ximenes battezza i moriscos a Granada

Si dice che l’inquisizione spagnola fosse la più crudele: forse lo fu veramente visto l’alto numero di processi (si dice fossero stati 125.000); quanto al numero delle vittime però le valutazioni degli studiosi sono passati dall’assurdo (30 – 35.000) fino ad un numero assai più contenuto (non più di 2.500).
Riguardo all’uso della tortura possono valere le stesse osservazioni generali da me elencate nella prima parte dell’articolo. In particolare mi viene in mente un episodio di cui sono stato partecipe: uno dei metodi di tortura attribuiti a questa inquisizione era quello dei cosiddetti “ragni spagnoli”, delle specie di pinze che sarebbero servite per appendere il malcapitato per le natiche o per i genitali; durante una visita ad un monastero nei pressi di Madrid scendemmo nei sotterranei, e lì ci trovammo di fronte a diversi di quegli affari acuminati. La guida ci sfidò ad indovinare a che cosa servissero; tutti puntammo sulla “tortura”: ci fu rivelato infine che quegli arnesi servivano per appendere i salumi!

 

1 commento

  1. Molto interessante e abbastanza approfondito. È sempre utile studiare e analizzare certi fenomeni. Anche se in un certo senso meno diffusa, per ovvi motivi, l’epoca delle fake news è sempre esistita.
    La gran parte delle affermazioni, corredate e rafforzate dal parere di diversi storici, è condivisibile,
    anche se su certe conclusioni, forse troppo benevole, mantengo qualche dubbio.

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