Gesù di Nazareth: mito o figura storica?

Circa ottocento anni dopo la fondazione di Roma una nuova religione comincia a diffondersi rapidamente nell’Impero. Gli adepti del nuovo culto affermano che i loro principi sono legati ad un uomo proveniente dalla Galilea, condannato dalle autorità romane a patire il supplizio della croce. Il dibattito circa l’esistenza o meno di quest’uomo appare, senza dubbio, uno dei più interessanti nel panorama storico. Al di fuori dell’ambito accademico, molte persone sono convinte dell’esistenza di questo individuo, ma altrettante sono convinte si tratti soltanto di una favola o di un mito.

PARTE I: LE FONTI

QUESTIONI DI METODO

Obiettivo di quest’articolo è di giungere ad una risposta al dilemma “Gesù è esistito?”, e anche di fornire un identikit quanto più veritiero di questo individuo: sarà dunque nostra preoccupazione tracciare una linea di confine netta e invalicabile tra il lavoro dello storico, basato sull’esame delle fonti e su un raffronto degli eventi in esse narrati, dal lavoro del teologo, che invece verte a fornire un’immagine dei fatti inquadrandoli in un sistema di credenze e tradizioni religiose. Per questo motivo in tale articolo si parlerà di nascita, di vita, di morte, ma non di resurrezione; alla stessa maniera si parlerà di fatti, di avvenimenti anche poco credibili, ma mai di miracoli.

Nel nostro difficile compito di giungere ad una risposta tendenzialmente completa e credibile, possiamo immaginare che ci sia affidata la ricomposizione di un mosaico ormai ridotto in mille pezzi; come se non bastasse abbiamo il dubbio che questi mille pezzi siano fusi con molti altri frammenti che poco potrebbero avere a che fare con l‘opera originale.

Non è dunque così incredibile che, nella ricostruzione del mosaico, pezzi considerati estranei all’opera originale, si rivelino in realtà parte integrante della stessa. Questo spiega il motivo per cui ho scelto di svolgere comunque un’analisi delle fonti evangeliche, nonostante io abbia deciso di iniziare la disamina proprio dalle fonti extra-evangeliche: è infatti possibile che i quattro Vangeli canonici, e più in generale l’intera opera neotestamentaria, contengano dei particolari che possano integrare i dati storici derivanti da altre fonti o dalle ricostruzioni effettuate da storici e archeologi.

Tuttavia si badi bene che il prendere distanza dalla visione teologico-religiosa della figura di Gesù non implica affatto il non considerare l’eventuale alone mistico che potrebbe essergli stato attribuito dalle varie genti nell’imminenza della sua vita terrena: quest’ultimo infatti non potrebbe che rientrare nella sequenza dei fatti storici.

 

Christus Pantokrator

 

L’UOMO DAI MILLE VOLTI

Nelle varie dottrine religiose, il personaggio di Gesù di Nazareth assume davvero molteplici aspetti: l’eretico, la divinità, il rivoluzionario, il rivoltoso, il profeta. Ciò non contribuisce certo a rendere l’eventuale personaggio storico più conoscibile. Per avere una chiara idea di quanto detto possiamo considerare le tre grandi religioni monoteiste.

Tanto i racconti evangelici, a fondamento del credo cristiano, quanto gli scritti talmudici, i quali racchiudono gli insegnamenti dei rabbini, seppur con evidenti discrepanze nelle narrazioni, ci raccontano che la condanna dell’uomo da parte delle autorità ebraiche è avvenuta per via di quella che è stata percepita dalle stesse come una grave offesa alla tradizione del culto, sia essa definita bestemmia, blasfemia o apostasia.

Nell’ebraismo dunque Yehoshua ben Yosef, Gesù figlio di Giuseppe, non è altro che il più famoso tra i numerosi falsi profeti o falsi messia che si sono succeduti nell’arco del tempo.

L’Islam invero, pare discostarsi notevolmente tanto dalla tradizione ebraica quanto da quella cristiana, sostenendo che Isa, nome arabo di Gesù, è sia un profeta che il messia atteso dagli ebrei: il Corano conferma addirittura la versione del parto virginale come miracolo voluto da Allah, ma a Gesù non è riconosciuto qualsivoglia attributo divino.

Notare anche che il discorso può essere esteso ben oltre la questione religiosa; oltre ad una ricostruzione storiografica in sé, la quale può essere corretta o errata, può esservi una tendenza alla strumentalizzazione storica: il Nazismo ad esempio prese la figura di Gesù epurandola da ogni elemento ebraico; lo stesso finì quindi per essere presentato come un “messia ariano”.

Si può anche pensare a ciò che può essere una concezione individuale e politica, anche non coerente con la visione di un gruppo religioso o ad una corrente politica: Gesù può fondersi, in quest’ottica, con l’archetipo del saggio, del rivoluzionario, del maestro spirituale, etc.

Di fronte ad una tale mole di affermazioni e asserzioni che a volte si contraddicono e si escludono a vicenda, e a volte si mescolano e convivono nella loro pienezza, non si può che cercare un criterio di obiettività ponendo al primo posto quelle prime fonti che, seppur mosse da curiosità o da desiderio critico, appaiono più disinteressate al nuovo fenomeno cristiano e al suo fondatore.

 

Monastero Mar Saba a Betlemme

 

LA LACUNA NELLE FONTI

Ci si potrebbe attendere che la storia di quel tale Jesus Chrestus, o Christus, per quanto originale o straordinaria, abbia acquistato un’enorme fama negli anni immediatamente successivi alla sua morte. Invece nulla: nessun cronista romano o greco ne parla. Di fronte ad una così evidente lacuna di fonti storiche l’atteggiamento di alcuni è di negare categoricamente che tale uomo sia mai esistito se non nella fantasia dei redattori dei Vangeli o dei trascrittori degli insegnamenti talmudici.

Secondo rapidi calcoli, le prime fonti che parlano di Gesù, solitamente utilizzando l’epiteto “Cristo”, risalgono ad un’ottantina d’anni dopo la sua presunta morte. Come si può spiegare razionalmente la lacuna nelle fonti? Dobbiamo considerare innanzitutto che nell’epoca di cui stiamo parlando non esiste alcuna forma di giornalismo né di editoria letteraria su vasta scala: chi scrive in questo periodo lo fa principalmente perché vuole comunicare qualcosa (abbiamo quindi gli epistolari), oppure per diletto (le cronache possono essere inquadrate in questa categoria). È inoltre possibile che un imperatore, oppure un soggetto dalla grande influenza politica, pagasse uno scrittore perché mettesse per iscritto le sue gesta. Risulta quindi assai probabile che la storia di un predicatore in una remota provincia dell’impero sia passata in sordina, soprattutto se consideriamo il fatto che quella in stessa provincia atti di ribellione nei confronti dell’autorità romana, e di conseguenza anche le condanne a morte per crocifissione, erano tutt’altro che rare.

 

IL DILEMMA DEL MONDO ANTICO

 

Plinio il Giovane

 

Si ha come l’impressione che il rifiuto di accettare anche solo come plausibile l’esistenza dell’uomo-Gesù derivi non tanto da un fraintendimento circa il modo di intendere la sua figura, quanto da un fraintendimento nell’intendere, nell’interpretare il mondo antico in genere. Potremmo dire che il vizio di noi moderni è quello di vedere l’Età Antica in senso “troppo moderno”. Si pensi al fatto che per noi oggi è comune lasciare scritti su qualsiasi cosa: un appunto, una nota, una lista della spesa, un messaggio di posta elettronica… gli archivi pubblici, inoltre, sono pieni di dati scritti relativi alla vita dei comuni cittadini: quando sono nato, quando mi sono sposato, quando mi sono laureato, quando ho preso la patente, etc. Viene dunque spontaneo pensare che anche in altre epoche noi possiamo stabilire ogni singolo dato riguardante un uomo comune, soprattutto se di quest’uomo comune si sente d’un tratto parlare tantissimo. Tornando a ritroso nel tempo e scegliendo un personaggio non comune, come può essere Napoleone, ci rendiamo conto che il ragionamento funziona ancora; questo perché in quell’epoca, sul finire del Settecento e all’inizio dell’Ottocento, si sviluppa una cosa molto particolare, la stampa giornalistica: grazie a questo o a quel quotidiano noi sappiamo che l’imperatore francese ha fatto determinate cose, ma di moltissimi coetanei di Napoleone sappiamo poco o nulla.

Se andiamo ancora più indietro nel tempo possiamo notare come le nostre conoscenze sulla vita di certi personaggi storici, anche di fama, si atrofizzino lasciando lo spazio ad inquietanti momenti bui: di alcuni di loro non conosciamo la data di nascita esatta, o la data di morte, di altri non sappiamo ciò che hanno fatto in un determinato anno. Nell’Età Antica le persone di cui conosciamo più particolari sono quasi esclusivamente i potenti.

Se prendiamo un personaggio, estremamente famoso, estraneo alla vicenda in esame, come può essere Alessandro Magno, ci rendiamo conto di un dettaglio sbalorditivo: a giungere direttamente fino a noi sono soltanto le fonti di cinque autori: Arriano, Curzio Rufo, Diodoro Siculo, Giustino e Plutarco; nessuno di essi fu contemporaneo del re Macedone.  Chiaro che a testimonianza dell’esistenza del sovrano  ci restano altri elementi, quali i riferimenti alle fonti perdute e i ritrovamenti archeologici. Possiamo sin d’ora anticipare che, rispetto ad Alessandro Magno, il numero di fonti circa l’esistenza di Gesù non è affatto di molto inferiore.

 

LE FONTI ROMANE: PLINIO, TACITO E SVETONIO

 

Tacito

 

Come preannunciato la nostra ricerca prenderà piede dalle fonti extra-evangeliche: ci sarebbero state altre fonti antiche da citare, ma ho deciso di non includerle perché trattasi per lo più di: 1) fonti di cronisti cristiani non sempre idonee ad essere supportate da altri dati, 2) testimonianze indirette relative a fonti esistenti all’epoca ma non pervenuteci, 3) fonti ben più tarde rispetto ai primi anni del secondo secolo, idonee ad essere ridotte a mere considerazioni.

La prima fonte pagana (ivi da intendersi come non ebraica e non cristiana) menzionante Gesù è lo scrittore e politico romano Plinio il Giovane, il quale nei primi anni del II secolo ricopriva il ruolo di Governatore delle provincie di Ponto e Bitinia; in una lettera del 112 d.C. rivolta all’imperatore Traiano egli scrive:

“Affermavano inoltre (i cristiani n.d.r.) che tutta la loro colpa o errore consisteva nell’esser soliti riunirsi prima dell’alba e intonare a cori alterni un inno a Christus come se fosse un dio, e obbligarsi con giuramento non a perpetrare qualche delitto, ma a non commettere né furti, né frodi, né adulteri, a non mancare alla parola data e a non rifiutare la restituzione di un deposito, qualora ne fossero richiesti.”

Altra preziosa fonte romana è lo storico Tacito, il quale nei suoi Annali , composti tra il 114 e il 120 d.C., narra della persecuzione dei cristiani da parte di Nerone. Egli scrive a proposito:

“Nerone si inventò dei colpevoli e sottomise a pene raffinatissime coloro che la plebaglia, detestandoli a causa delle loro nefandezze, denominava cristiani. Origine di questo nome era Christus, il quale sotto l’impero  di Tiberio era stato condannato al supplizio dal procuratore Ponzio Pilato.”

Considero, così di primo acchito, molto più interessante quest’ultima testimonianza rispetto a quella di Plinio, proprio perché non solo fornisce un dettaglio, seppur immediato, sulla vicenda relativa al fondatore del culto cristiano, ma fa riferimento ad un altro avvenimento, l’incendio di Roma del 64 d.C. per l’appunto, in cui si attesta la presenza in città di aderenti al nuovo credo.

Se in via provvisoria prendiamo per buona la data (approssimativa) del 30 d.C. come data di morte di Gesù, possiamo comprendere che l’esistenza di un gruppo di cristiani nella capitale a pochi decenni di distanza non risulti poi così incompatibile con l’idea che il personaggio in questione sia veramente esistito.

 

Busto di Svetonio

 

Un’indicazione dell’esistenza di una comunità di cristiani nell’Urbe antecedente ai tempi di Nerone imperatore proviene da Svetonio, storico latino, il quale scrive grossomodo nella stessa epoca in cui Plinio scrisse la famosa epistola cui abbiamo accennato sopra. Nella sua opera Vita dei dodici cesari, Svetonio ci narra che:

“Dato che i Giudei, istigati da Chrestus, provocavano costantemente dei tumulti, (Claudio n.d.r.) li espulse da Roma.”

In questo caso si parla di Giudei e non di cristiani, forse per un motivo più che intuibile: il cristianesimo era all’epoca solo una setta di matrice giudaica, ed è probabile che per tradizioni e costumi tali due correnti religiose non si differenziassero poi un granché.  Chrestus è interpretata come una distorsione dell’epiteto di derivazione greca Christus, utilizzato dagli altri autori.

Dal tenore letterale del testo, è possibile intuire che Svetonio, per malinteso, non abbia accostato  questo Chrestus ad un predicatore ebreo messo a morte parecchi decenni prima, ma l’abbia invece inteso come il capo di una ribellione, ancora vivo durante gli eventi narrati.

I tre autori che abbiamo citato costituiscono le fonti romane più dirette riguardanti Gesù: non si fa, in esse, quasi alcun cenno sulla vita di tale personaggio; questo perché negli scritti viene focalizzata l’attenzione sempre e solo sul comportamento dei cristiani. Inoltre, se escludiamo la lettera di Plinio, possiamo considerare che gli estratti citati fanno parte di opere decisamente più ampie il cui tema principale non è il cristianesimo; dunque è lecito in questo periodo non aspettarsi una “cronaca sulla vita di Cristo”.

 

GIUSEPPE FLAVIO

 

Giuseppe Flavio

 

Terreno di battaglia fra coloro che sostengono e coloro che avversano la tesi dell’”esistenza storica” sono un paio di estratti delle Antichità Giudaiche dello storico giudeo Giuseppe Flavio: costui visse tra il 37 e il 100 d.C. e se gli estratti cui abbiamo accennato si rivelassero autentici essi costituirebbero la cronaca non cristiana più fresca a fare menzione di Gesù. La distanza temporale, che nei testi romani era di un’ottantina d’anni, in questo caso non supera la sessantina: una distanza comunque considerevole, ma non così incommensurabile.

Il primo estratto che esamineremo, il più breve, viene dopo in ordine di tempo:

“Così (il sommo sacerdote n.d.r.) convocò i giudici del Sinedrio e introdusse davanti a loro un uomo di nome Giacomo, fratello di Gesù, che era soprannominato Cristo, e certi altri, con l’accusa di avere trasgredito la Legge, e li consegnò perché fossero lapidati.”

L’uomo indicato in tale estratto viene sovente identificato con quel “Giacomo il Giusto” cui la tradizione neotestamentaria attribuisce il comando sulla Chiesa di Gerusalemme dopo la morte di Gesù.

Assai più interessante, ma al contempo più problematico, risulta il secondo estratto, che viene prima nell’ordine del testo e fa un riferimento molto più diretto a Gesù e alla sua storia:

“Ci fu verso questo tempo Gesù, uomo saggio, se pure bisogna chiamarlo uomo: era infatti autore di opere straordinarie, maestro di uomini che accolgono con piacere la verità, e attirò a sé molti Giudei, e anche molti dei greci. Questi era il Cristo. E quando Pilato, per denunzia degli uomini notabili fra noi, lo punì di croce, non cessarono coloro che da principio lo avevano amato. Egli infatti apparve loro al terzo giorno nuovamente vivo, avendo già annunziato i divini profeti queste e migliaia d’altre meraviglie riguardo a lui. Ancor oggi non è venuta meno la tribù di quelli che, da costui, sono chiamati Cristiani.”

 

IL TESTIMONIUM FLAVIANUM

 

Testimonium Flavianum

 

Il passo citato al termine del paragrafo precedente, denominato Testimonium Flavianum, è considerato da alcuni un’interpolazione posteriore, forse di epoca medievale. A fare riferimento al testo è però Eusebio di Cesarea, vescovo cristiano, ancora nella tarda Età Antica; non si può comunque escludere un rimaneggiamento avvenuto in un’epoca precedente.

Ha preso però piede tra gli storici un’ipotesi “intermedia”: essa contempla l’avvenuta interpolazione, o scorretta traduzione, del testo da parte di copisti cristiani, ma al tempo stesso ipotizza l’effettiva sussistenza di una citazione di Gesù nel testo originale. Il noto filologo ebreo Shlomo Pines agli inizi degli anni settanta ha proposto quella che potrebbe essere la traduzione più corretta del Testimonium:

“In questo tempo viveva un uomo saggio che si chiamava Gesù, e la sua condotta era irreprensibile, ed era conosciuto come un uomo virtuoso. E molti fra i Giudei e le altre nazioni divennero suoi discepoli. Pilato lo condannò a essere crocifisso e morire. E quelli che erano divenuti suoi discepoli non abbandonarono la propria lealtà per lui. Essi raccontarono che egli era apparso loro tre giorni dopo la sua crocifissione, e che egli era vivo. Di conseguenza essi credevano che egli fosse il Messia, di cui i Profeti avevano raccontato le meraviglie.”

Se così fosse, il brano darebbe certamente del filo da torcere a chi volesse presentare il suo contenuto come affidabile dal punto di vista della teologia cristiana, ma non inficerebbe il risultato della nostra ricerca: Gesù denominato il Cristo sarebbe in altre parole un personaggio già noto nella seconda metà del primo secolo.

 

IL SENATOCONSULTO DEL 35 D.C.

Grazie alla testimonianza di Giuseppe Flavio abbiamo ridotto quell’arco temporale di quasi un secolo che separava le fonti romane dall’epoca in cui visse Gesù ad appena sessant’anni. Come ho detto, quei sessant’anni non rappresentano più una distanza incommensurabile, ma per gli animi più intransigenti potrebbero comunque costituire un problema serio. Si tratta dunque di valutare se la distanza temporale non possa essere in qualche modo ulteriormente ridotta. Purtroppo dobbiamo arrenderci al fatto che non disponiamo fonti dirette e specifiche negli anni antecedenti.

Tuttavia c’è uno specifico fatto storico menzionato da una fonte antica che può balzare all’occhio: non ho citato tale fonte nei paragrafi precedenti perché trattasi di una fonte cristiana, e quindi ben si presta ad essere ritenuta “di parte”. In effetti buona parte degli storici dubita dell’attendibilità del resoconto che stiamo per esaminare; tuttavia possiamo opporre alle critiche delle considerazioni tutt’altro che insensate.

Lo storico cristiano Tertulliano, di poco posteriore a Tacito, Svetonio e Plinio il Giovane, scrisse nel suo Apologeticum circa un evento avvenuto nel 35 d.C.: in quell’anno l’imperatore Tiberio avrebbe presentato al Senato la proposta di includere Gesù Cristo tra le divinità del Pantheon, trasformando a tutti gli effetti il cristianesimo in una religio licita; la proposta così formulata sarebbe però stata rigettata dai senatori.

«Dunque Tiberio, al tempo del quale il Cristianesimo entrò nel mondo, i fatti annunziatigli dalla Siria Palestina, che colà la verità avevano rivelato della Divinità stessa, sottomise al parere del senato, votando egli per primo favorevolmente. Il senato, poiché quei fatti non aveva esso approvati, li rigettò. Cesare restò del suo parere, pericolo minacciando agli accusatori dei Cristiani.»

 

ARGOMENTI A FAVORE DI TERTULLIANO

 

Tertulliano

 

Appare quanto mai evidente che l’avvenimento si colloca in un tempo vicinissimo agli eventi narrati dai Vangeli: forse a pochi anni dalla data in cui Gesù fu messo a morte.

A questo punto vi è da dire che alcuni accademici hanno storto il naso di fronte alle considerazioni di inattendibilità di Tertulliano. Secondo le storiche Marta Sordi e Ilaria Ramelli il racconto dell’autore latino sarebbe storicamente attendibile, e che un’accusa contro di esso risulterebbe del tutto aprioristica e avventata:

“La maggioranza degli studiosi rifiuta, com’è noto, la notizia di Tertulliano, poiché la ritiene ‘inverosimile’ e ‘apologetica’, ma non si accorge che essa contraddice la linea apologetica dei cristiani, secondo i quali solo i cattivi imperatori perseguitavano il cristianesimo, e che non avevano interesse ad inventarsi la decisione di un organo prestigioso come il Senato.” (Marta Sordi, Ilaria Ramelli, Il senatoconsulto del 35 contro i cristiani in un frammento porfiriano)

A ciò si aggiunge la considerazione dello storico ebreo Edoardo Volterra, il quale sostiene che Tertulliano, cristiano in anni di persecuzioni, non aveva alcun interesse a distorcere la verità storica inventando un inesistente senatoconsulto che aveva tanto fermamente bocciato l’ipotesi di risollevare il nuovo credo dalla sua condizione di superstitio illicita.

 

GLI INSEGNAMENTI TALMUDICI

Giunti a tale punto della nostra ricerca, possiamo introdurre un discorso che attiene strettamente alla religiosità ebraica: non tutti gli insegnamenti dell’ebraismo sono racchiusi nei testi biblici; dottrine, commentari e liturgie sono stati elaborati nel corso dei secoli dai rabbi, i maestri e dottori della Legge. Questo insieme di nozioni, denominato Talmud, venne trasmesso a lungo per via orale finché, a partire dal 70 d.C. circa, l’imminente distruzione del Tempio e la dispersione del popolo di Israele non ne fece apparire conveniente la trascrizione, per evitare che fosse irrimediabilmente disperso.

Il Talmud, come intuibile, non può essere annoverato tra le fonti favorevoli al cristianesimo, contenendo lo stesso diverse manifestazioni di ostilità allo stesso.

Favorevole alla nostra ricerca è che la messa per iscritto degli insegnamenti rabbinici siano avvenuti così poco tempo dopo la data presunta della morte di Gesù: più difficile, o comunque meno credibile, immaginare una reinvenzione in toto della vicenda.

Esistono due compilazioni del Talmud, denominate rispettivamente Talmud di Gerusalemme e Talmud Babilonese, con differenze piuttosto significative sia nella lingua (due versioni differenti dell’aramaico) che nei testi inclusi nelle raccolte:  nella prima compilazione Gesù non viene mai chiamato per nome, ma è certo che egli venga menzionato, nonostante sia sempre indicato con epiteti come oto isch, quell’uomo, o peloni, il tale.

 

“L’APPESO” NEL TALMUD

Utilizzando questi termini vaghi, i compositori dei testi del Talmud di Gerusalemme non sembrano affatto accanirsi contro un’ “idea”, ma contro un uomo in carne ed ossa. E tale uomo in carne ed ossa assume un’identità ben precisa se messa in relazione ai singoli avvenimenti o caratteristiche cui esso è ricollegato; ad esempio nel trattato Avoda Zara (incluso anche nel Talmud Babilonese) ci viene data la seguente definizione:

“Cristiano (è chiamato) colui che segue l’erronea dottrina di quell’uomo, il quale comanda che si consideri festivo il primo giorno dopo il sabato, e cioè che si santifichi il primo giorno dopo il sabato.”

Altro epiteto di Gesù negli scritti talmudici citati è talui, l’appeso: era abitudine presso gli Ebrei appendere il corpo morto di un uomo dopo che questi era stato lapidato. Tuttavia il termine “appeso” può essere parimenti ricondotto alla morte in croce; lo stesso infatti è utilizzato in tale ultimo senso in alcuni brani del Nuovo Testamento. Il rabbino Aben Isdra, circa un millennio dopo ai fatti, identificherà l’appeso come colui il cui simbolo (la croce) l’imperatore Costantino pose nelle proprie insegne.

Nel Talmud Babilonese Gesù è indicato con il suo nome aramaico, Yeshu, e nelle edizioni tardomedievali di tale raccolta viene ad esso associato il complemento di origine Ha-Notzri (di Nazareth).

Qualcuno ha cercato, nei tempi recenti, di smentire il fatto che le due compilazioni del Talmud si riferiscano alla stessa persona menzionata dai Vangeli (il cui contenuto esamineremo nel prossimo paragrafo), facendo leva sul fatto che, soprattutto nelle ultime, le discrepanze sono veramente numerose. Vi è però da tenere conto che anche i vari trattati che compongono i due Talmud non sono scritti tutti dallo stesso autore: ciò rende veramente difficile un’integrazione tra i vari testi. Inoltre le similitudini con le vicende narrate nei Vangeli risultano veramente troppo marcate: l’essere figlio di una donna chiamata Miriam (Maria), la morte per crocifissione (“fu appeso”) alla vigilia di Pesach (Pasqua), la diffusione di un comportamento contrario all’ortodossia ebraica soprattutto per quanto riguarda il rispetto del sabato.

 

IL DATO STORICO NEI RACCONTI EVANGELICI

 

Erode Antipa

 

I testi che chiamiamo Vangeli non sono cronache storiche: essi sono bensì testi religiosi, composti in ambiente già credente. Come già fatto cenno nei primi paragrafi, i racconti evangelici contengono particolari interessanti, i quali possono collimare con i dati storici in nostro possesso.

I quattro Vangeli canonici, tradizionalmente attribuiti agli apostoli, a scapito di ogni discrepanza più o meno evidente nelle narrazioni, e al di là di ogni visione teologica o miracolistica, conservano come nucleo primario la stessa storia, una storia tutto sommato credibile: quella di un predicatore della Giudea-Galilea, vissuto durante gli anni di regno degli imperatori Augusto e Tiberio, che declama discorsi alle folle e che viene successivamente condannato a morte dall’autorità pubblica.

Tali testi, attribuiti per tradizione agli apostoli Matteo e Giovanni e ai discepoli Luca e Marco, sono datati nel seguente modo:

–   Marco: 60 d.C. – 70 d.C.

–   Matteo: 80 d.C. – 90 d.C.

–   Luca: 85 d.C. – 90 d.C.

–   Giovanni: 100 d.C. circa.

I Vangeli in genere, siano essi canonici o apocrifi, hanno per oggetto la vita di una medesima persona. Se consideriamo i soli quattro riconosciuti dalla tradizione cristiana ci rendiamo conto della consistente citazione di personaggi storici: Erode il Grande, Erode Antipa, Ponzio Pilato, il sommo sacerdote Caifa, il sacerdote Anna. Numerosi inoltre i luoghi storici menzionati: il Tempio di Gerusalemme, la collina del Golgota, Cafarnao sul lago di Tiberiade, Nazareth, Betlemme.

 

PROVA DEDUTTIVA DELL’ESISTENZA DI IESOUS – YESHU

 

Alessandro Barbero

 

I richiami che abbiamo effettuato degli scritti talmudici e dei testi evangelici ci permettono di azzardare una prima argomentazione a favore dell’effettiva esistenza del personaggio storico in oggetto. Se consideriamo la storia di quel predicatore che i Vangeli chiamano Iesous (Jesus nelle traduzioni latine) alla luce delle considerazioni espresse nel precedente paragrafo, ci rendiamo conto di quanto sarebbe stato azzardato inventare una storia di sana pianta.

Per evitare di incorrere nei più ovvi dibattiti, ho utilizzato la datazione più “larga” dei quattro testi canonici nonostante alcune ipotesi siano favorevoli alla retrodatazione degli stessi: se prendiamo per buona la data del 70 come stesura del Vangelo di Marco, possiamo capire come i decenni dalla morte di Gesù siano veramente pochi. Lo storico Alessandro Barbero, esprimendosi sulla “questione Gesù” afferma:

“Come si fa a pensare ad una congiura internazionale per inventarsi che pochi anni fa (cioè pochi anni prima della scrittura dei Vangeli e delle lettere di San Paolo n.d.r.) è vissuto quest’uomo straordinario… No, l’ipotesi più economica è che anche Gesù sia esistito”.

Lo stesso storico ha anche dichiarato:

“La sua storia (di Gesù n.d.r.) è raccontata da persone vissute non molto tempo dopo di lui, nonostante non fosse un imperatore… Gesù è un poveraccio qualunque, un indigeno di una provincia periferica e turbolenta dell’Impero Romano… gente come lui ce n’erano a milioni nell’Impero Romano, ma nessuno ci ha mai raccontato niente di loro”.

Ed ancora:

“Sulla povera gente che viveva nell’impero sappiamo pochissimo. Se noi di un suddito, un miserabile che viveva in una provincia lontana dell’Impero abbiamo quattro o cinque testimonianze sulla sua vita e sulla sua morte, scritte entro qualche decennio da quando i fatti sono accaduti, sembra un po’ difficile pensare che non sia veramente vissuta questa persona.”

 

LA PROVA PER PRESUNZIONE

Sulla scia delle parole di Barbero possiamo comprendere che ben prima della stesura dei Vangeli si stesse sviluppando un movimento piuttosto numeroso, seguace di quell’individuo messo a morte dai romani (o dagli ebrei secondo i testi talmudici).

Giunti a tal punto abbiamo abbastanza materiale tra le mani per compiere il grande passo senza rischiare di inciampare. Abbiamo detto che sia il Talmud sia i testi evangelici ci parlano di un predicatore che può essere identificato in un’unica figura storica.

Ho ritenuto opportuno mutuare il nostro ragionamento dai metodi propri delle inchieste giudiziarie, in particolare del principio giuridico secondo cui un fatto, indicato dalla parte interessata, e non contestato da controparte si presume vero. In questo caso i primi cristiani, identificabili con gli apostoli o con i loro seguaci, rappresentano la parte che aveva interesse a che il loro maestro fosse ritenuto una figura storica. Controinteressati erano ovviamente i giudei avversi alla dottrina cristiana. Costoro, nel loro intento avrebbero avuto buon gioco a dire “voi cristiani parlate continuamente di Yeshu – Iesous, eppure costui non è mai esistito: infatti nessuno fra noi che è vissuto in quel tempo lo ha mai conosciuto”. Al contrario, come abbiamo avuto modo di osservare, l’esistenza di quell’individuo appare tutt’altro che contestata.

 

Natività di Gesù

 

PER APPROFONDIRE:

Gesù Cristo e il cristianesimo, di P. Martinetti, 1934;

Gesù, la verità storica, di E. P. Sanders, 1993;

Il Gesù storico. Guida alla ricerca contemporanea, di Pier Paolo Bertalotto, 2010;

Gesù è davvero esistito?, di B. D. Ehrman, 2012;

Introduzione al Gesù storico, di Vittorio Russo, 1977;

 

Il Gesù storico, di Vittorio Russo, 1978;

Inchiesta su Gesù, Corrado Augias e Mauro Pesce, 2006;

Alessandro Barbero sulla reale esistenza di Gesù di Nazareth, estratto del programma televisivo “aCdC”, 2020

Gesù è esistito, puntata del programma televisivo “Passato e Presente”, 2020.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *