La strage dei Sassoni: Carlo Magno, buon sovrano o tiranno?

Carlo Magno, re dei Franchi e Imperatore del Sacro Romano Impero, è a tutt’oggi conosciuto come una delle personalità più influenti del suo tempo, nonché una delle più affascinanti della Storia. Egli fu, senza dubbio, un politico capace e un abile condottiero, e il suo operato contribuì a sviluppare un’embrionale idea di Europa. Tuttavia una macchia pesa sulla sua storia, e tale macchia suscita talmente sdegno da mettere in dubbio la sua fama di buon sovrano.
Chiaro che non si vuole in alcun modo banalizzare la storia parlando di “buoni” o di “cattivi”: quando scrissi a proposito delle crociate e delle loro ragioni politiche mi concentrai sulla necessità o sulle opportunità sottese a una guerra in Medio Oriente in quel preciso periodo e contesto.
Anche stavolta parleremo di “necessità”, di “opportunità” e di “scelte”, e cercheremo di spiegare attraverso di esse le azioni di Carlo Magno.

LE GUERRE SASSONI

L’onta cui abbiamo fatto cenno deriva dall’episodio tristemente noto come “massacro di Verden” che vide come presunte vittime i Sassoni.
Il fatto, denominato anche “bagno di sangue di Verden”, avvenne nell’ottobre del 782 per ordine esplicito del re, e si inquadra negli avvenimenti delle guerre sassoni.
Chi accusa Carlo Magno usa raccontare la storia in questo modo. Re Carlo, intorno al 772 intraprese una serie di campagne per la sottomissione e la cristianizzazione forzata dei Sassoni, popolazione stanziata oltre il fiume Reno, nella zona settentrionale dell’odierna Germania.
Tali campagne militari durarono oltre un trentennio e furono estremamente sanguinose: si trattò della campagna militare in assoluto più lunga e più ardua che Carlo si trovò ad affrontare nel corso di tutta una vita fatta di guerre.
Nell’ottobre 782 Carlo Magno ordinò che un gran numero di Sassoni ribelli, oltre quattromila uomini secondo le fonti, fossero decapitati per aver rifiutato la fede cristiana. Ancora una volta, dopo le crociate, si parla di una guerra mossa per motivi religiosi da fanatici cristiani. Ma è proprio così che sono andati i fatti? Cominciamo ad approfondire un po’ di più il contesto.

 

Carlo Magno

 

IL REGNO DI CARLO MAGNO

I Sassoni erano da secoli una delle popolazioni più agguerrite d’Europa; erano già noti ai Romani quando, in numerose occasioni, al pari di altre tribù germaniche, facevano incursioni oltre il limes finalizzate al saccheggio.
Agli inizi del V secolo, orde di guerrieri Sassoni, Angli, Jiuti e Frisoni cominciarono l’invasione della Britannia, scalzando mano a mano dal dominio i Britanni residenti nel dominio della parte meridionale dell’isola.
Anche i Franchi erano gente guerriera: era consuetudine che i re di questo popolo fossero avvezzi nell’arte della guerra. Carlo Magno, sotto questo punto di vista non faceva eccezione: benché gli storici tendano ad identificarlo più come uno stratega, vi sono pochi dubbi sul fatto che egli sapesse maneggiare la spada al pari di qualsiasi altro dei suoi paladini.
Bene inteso che chiunque governava in quel periodo, governava con la forza delle armi: un re debole non sarebbe mai stato accettato sul trono. Per fare un parallelismo, quando Saladino, considerato spesso un sovrano magnanimo, vinse la battaglia di Hattin nel 1187, rilasciò i prigionieri nobili dietro riscatto, vendendo gli altri come schiavi e trucidando i cavalieri Templari e Ospedalieri.
Gli storici ricordano spesso di come la vita di Carlo magno possa essere descritta come una catena quasi ininterrotta di campagne militari: contro i Longobardi, contro gli Avari, contro gli Arabi di Spagna, contro i Danesi, etc.
La faccenda del massacro di Verden fu strumentalizzata molte volte nel corso della storia: si pensi ad esempio che il nazionalismo tedesco del primo ‘900 arrivò ad accusare Carlo Magno di essere un “tedesco traditore dei tedeschi”, proprio per il fatto di aver condotto delle guerre per la conversione dei pagani Sassoni.

IL FATTORE SCATENANTE

Come accennato la prima campagna contro i Sassoni risale al 772, e abbiamo sottolineato la particolare bellicosità e attitudine alla guerra delle popolazioni coinvolte, ma ci resta ancora da spiegare quale fu l’evento scatenante della prima campagna, nonché gli eventi che Costrinsero Carlo ad impiegare le proprie forze in Sassonia per un tempo così lungo.
Sembra abbastanza chiaro che, almeno agli inizi, Carlo non avesse intenzione di convertire i Sassoni pagani con la forza: sia suo padre che suo nonno avevano già affrontato i Sassoni in battaglia, ma si erano limitati ad imporre loro un tributo dopo la sconfitta. Il tentativo di conversione fu costituito da un’intensa attività di predicazione dei monaci missionari nelle zone limitrofe.
Nei pressi del villaggio di Deventer, nell’odierna Olanda sorgeva una chiesa che aveva la fama di essere stata costruita appena alcuni decenni prima da un santo e predicatore cristiano di origini inglesi, San Livino. La zona in cui sorgeva la chiesa, vista la vicinanza del confine dei Sassoni, era uno dei punti caldi dell’impero di Carlo, tuttavia monaci come Livino si recavano con coraggio a predicare pacificamente il Vangelo presso le popolazioni non ancora del tutto convertite al cristianesimo. Una vicina popolazione germanica, i Frisoni, era già stata in buona parte convertita.
Nel gennaio di quell’anno un’orda di Sassoni fece incursione in territorio franco, bruciando e saccheggiando la chiesa e cacciando i cristiani. Ciò costituiva un affronto inammissibile per il re dei Franchi, il quale, lo stesso anno, penetrò in Sassonia. La campagna fu breve: non sappiamo con certezza se si siano svolte battaglie o anche solo piccole azioni di guerriglia. Quel che è certo è che il nemico sembrava essere stato domato, ma fu un errore crederlo.

 

Incoronazione di Carlo Magno

 

LE RIVOLTE SASSONI

Le vicende legate ai successivi scontri contro i Sassoni prendono piede dal fatto che gli stessi tornavano a ribellarsi ogni qualvolta Carlo Magno si recava altrove con il suo esercito. I ribelli attaccavano i presidi militari franchi e bruciavano le chiese e i monasteri cacciando o uccidendo i religiosi. Tra le consuetudini germaniche mantenute dai Sassoni si ricorda quella di sacrificare agli dèi i prigionieri catturati in battaglia, e vi è buona ragione di pensare che anche durante le rivolte contro il dominio franco tale uso venisse praticato.
Una decina di anni dopo l’inizio della prima campagna, all’ennesima rivolta sassone, Carlo Magno utilizzò il pugno di ferro, ordinando la strage narrata poc’anzi.
Non risulta che a Verden sia stato imposto il battesimo: ci è solo raccontato che furono giustiziati dei ribelli, il che era nei pieni poteri del re. Si noti anche che la pena di morte, secondo gli storici, era relativamente poco praticata nel reame di Carlo, e veniva utilizzata per lo più in casi estremi: possiamo immaginare che questo fosse uno di quei casi.
A seguito del massacro, fu instaurato una sorta di regime marziale, la cui essenza è contenuta nel “Capitolare Sassone” emanato dal sovrano. Vero che era prevista la pena di morte per chi rifiutava il battesimo, ma questo più che un atto di violenza sembrava una richiesta di sottomissione: chi rifiutava di sottomettersi era individuato come un pagano, quindi come un potenziale ribelle, pronto ad impugnare le armi contro il regno non appena si fosse presentata una nuova occasione.
Si rammenti che un regime così rigido fu imposto solo nelle terre di Sassonia; nemmeno contro i Longobardi i metodi furono altrettanto drastici: anzi, in quel caso, fu consentito al popolo conquistato di mantenere le proprie consuetudini. Obiettivo del sovrano franco era dunque piegare la resistenza dei Sassoni, stroncare sul nascere ogni anelito di ribellione.

IPOTESI SUGLI AVVENIMENTI DI VERDEN

Una piccola parte degli studiosi, hanno cercato di smentire che il massacro di Verden sia effettivamente avvenuto. Effettivamente non vi sono riscontri archeologici che provino il fatto.
Secondo tali studiosi, le trascrizioni della cronaca del massacro, del tutto misera dal punto di vista descrittivo, riporterebbero il termine erroneo decollabat (decapitò) anziché delocabat (deportò): dunque il testo corretto sarebbe “re Carlo deportò i ribelli sassoni” anziché “re Carlo decapitò i ribelli sassoni”. Tale teoria non sarebbe in realtà del tutto assurda, visto che è unanimamente accettato che Carlo abbia effettuato delle deportazioni per pacificare la zona: grandi masse di gente venivano fatte migrare dalla Sassonia e costrette a trasferirsi in altre zone, mentre le terre sassoni venivano date in concessione a coloni franchi o slavi.
Altri storici hanno invece sostenuto l’ipotesi che il numero di 4.500 sia in realtà riferito al numero dei morti in battaglia anziché al numero di prigionieri fatti giustiziare.
Nessuna delle due tesi anzidette trova però credito nella maggioranza degli esperti, i quali concordano sul fatto che il massacro sia avvenuto, ciò nonostante non inficia quanto sopra esposto circa le condizioni in cui lo stesso massacro fu messo in atto. E infatti si può osservare come, a sostegno di quanto affermato poco fa, la sanzione per la pena di morte per chi si sottraeva al battesimo fosse contestualmente comminata a chi “violasse la pace del re”. Si desume quindi che il rifiuto della ritualità cristiana era equiparata ad un “attentato all’ordine pubblico”, per usare un’espressione moderna, ossia ad un atto di ribellione.

 

Vitichindo si sottomette a Carlo Magno

 

VITICHINDO

Durante le fasi iniziale e intermedia delle Guerre Sassoni Carlo Magno ebbe un acerrimo nemico: un nobile sassone di nome Vitichindo, che in lingua germanica significa “figlio dei boschi” (trattasi probabilmente di un epiteto): il nazionalismo tedesco ha esaltato questo guerriero come eroe nazionale, allo stesso modo in cui degradò la figura di Carlo Magno. Sappiamo gran poco della vita di quest’uomo; si può ipotizzare che fosse un nobile di alto rango: sposò infatti la figlia di un re danese (i Danesi furono, si ricorda, un altro feroce popolo pagano combattuto da Carlo Magno). Egli viene talvolta ricordato come duca di Sassonia, ma nelle società germaniche tale termine, derivato dal latino dux, indica per lo più il ruolo di comandante militare.
Durante i primi anni della dominazione franca, Vitichindo trovò ospitalità presso i Danesi, per poi fare ritorno mentre Carlo era impegnato in altre operazioni militari in Spagna e incitare i Sassoni alla rivolta: i territori dei Catti, una tribù germanica alleata di Carlo e già convertita al cristianesimo, furono invasi, i presidi militari posti da Carlo furono nuovamente messi a ferro e fuoco. Un’armata franca nei pressi del monte Suntel subì gravi perdite ad opera di Vitichindo: tra i franchi perirono diversi comandanti, cavalieri e nobili, nonché alcuni tra i più stretti collaboratori di Carlo Magno.
Questi fatti sanguinosi costituirono dunque gli antecedenti al massacro ordinato da Carlo. Anche dopo tale eccidio, le lotte tra Franchi e Sassoni proseguirono in modo aspro, tanto che re Carlo si vide costretto a svernare in Sassonia e a restarvi per i due anni seguenti.
La ribellione di Vitichindo ebbe termine solo nel 785, quando si arrese a Carlo e si convertì al cristianesimo. Non possiamo stabilire quanto fosse sincera la conversione di Vitichindo: si può pensare che essa fosse il gesto di sottomissione che il re franco si aspettava.
Non sappiamo con esattezza la sorte di Vitichindo dopo la conversione: alcune ipotesi infondate dicono che si ritirò in clausura in un monastero per il resto dei suoi giorni (sorte toccata ad altri nemici di Carlo Magno), ma la storia più famosa racconta che egli instaurò un forte legame d’amicizia con il re franco, che mantenne i suoi titoli nobiliari e divenne un fervente cristiano, tanto da essere soprannominato “Vitichindo il Benedetto”.

 

Statua di Vitichindo in Hiarwede

 

CONSEGUENZE DEL MASSACRO

Gli attriti con i Sassoni proseguirono a lungo anche dopo la conversione di Vitichindo: si ricorda una rivolta dei Sassoni della Westfalia nel 792 e un’altra nel 796 sollevata dagli Angri.
Ancora oggi, come si è accennato, il massacro di Verden è considerato una macchia sulla reputazione di Carlo Magno, tuttavia abbiamo avuto modo di vedere come la politica del re dei Franchi nei frangenti delle Guerre Sassoni possa essere considerata dura, a tratti spietata, ma per nulla immotivata. Ma analizziamo ora come sia stata accolta tale politica dalla gente del tempo: il comportamento del re dei Franchi come sovrano forte e severo trovò certamente elogio presso la sua stessa corte, tuttavia non si può pensare che la scelta di imporre il battesimo ai Sassoni sia stata accolta con unanime plauso da parte degli ecclesiastici. Il battesimo era infatti un sacramento che poteva, anzi doveva per precetto evangelico, essere impartito ai propri figli da genitori cristiani, ma la conversione di un pagano non poteva essere ottenuta con la minaccia delle armi. Gli stessi consiglieri di re Carlo, tra cui spiccava Alcuino di York, monaco, teologo e filosofo, espressero la loro indignazione nei confronti della dura linea politica intrapresa dal sovrano nei confronti dei Sassoni.
Nel 791, quando ancora le operazioni belliche contro le genti di Sassonia non erano concluse, Carlo Magno intraprese una campagna contro gli Avari, una popolazione nomade di stirpe asiaticomongolica simile agli Unni: si tenne una conferenza episcopale per decidere come cristianizzare la nuova popolazione, ed ivi si decise che non si sarebbero ripetuti gli errori della Campagna di Sassonia. Contestualmente, Carlo Magno abrogò il Capitolare Sassone, e acconsentì perché le leggi e consuetudini delle genti di Sassonia venissero messe per iscritto, riconoscendo ad esse piena validità giuridica.

 

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