La Magna Grecia – Lorenzo Braccesi e Flavio Raviola

Lorenzo Braccesi è stato docente di Storia greca presso le Università di Torino, Venezia e Padova. Ha dato alle stampe Grecità adriatica (1977), I tiranni di Sicilia (1998), La Sicilia greca (insieme a G. Millino, 2000), I Greci delle periferie (2003). Flavio Raviola è docente di Storia greca all’Università di Padova. Ha pubblicato Temistocle e la Magna Grecia (1986) e Napoli Origini (1995). Congiuntamente hanno dato alle stampe Guida allo studio della storia greca (2007) e dirigono insieme Hesperìa. Studi sulla grecità di occidente.

Di particolare importanza per una piena comprensione del testo La Magna Grecia (pubblicato nel mese di settembre del 2019) è sia l’introduzione degli autori che la presentazione dello stesso da parte dell’editore nella quarta di copertina. Nell’introduzione Lorenzo Braccesi e Flavio Raviola affermano che: «Come Hellàs è una definizione non traducibile con Grecia, intesa come l’odierna realtà politico-geografica, ma semmai come grecità, così analogamente sulla stessa lunghezza d’onda e nella medesima accezione dobbiamo intendere il termine Megale Hellàs, cioè Magna Grecia o Grecia di Italia. Non certo un’Hellàs più grande sotto il profilo geografico o politico, ma porzione integrante di una grecità, o un’Hellàs, che, allargandosi a occidente, si è fatta grande e ha dilatato oltre misura le proprie frontiere. Laddove sbarca e saldamente si radica il navigante ellenico, lì è l’Hellàs, che diventa grande, cioè megale, quanto più egli propaga la propria sfera di attività, di conoscenza, di controllo marittimo e territoriale. La definizione non presuppone un intento comparativo, ma solo un’affermazione di legittimo orgoglio da parte del colono, o comunque del primo esploratore e definitivo conquistatore di terre sconosciute. È, la nostra, una precisazione doverosa trattandosi dell’oggetto di questo libro, che è appunto sulla Magna Grecia. La cui denominazione non va dilatata – come i Greci di età arcaica e classica mai dilatarono – alla storia della limitrofa Sicilia ellenica, che ha proprie sue peculiarità, snodandosi sì per percorsi paralleli ma mai, o quasi mai, convergenti.

 

Lorenzo Braccesi

 

Oggi non desta più meraviglia, come invece agli albori della storiografia moderna, il considerare la grecità delle colonie (in greco apoikìai) alla stessa stregua di quella metropolitana delle madrepatrie (o, alla lettera, città-madri, metropòleis) ponendo Atene o Sparta sullo stesso piano di città elleniche, esse pure pòleis indipendenti e sovrane, come Taranto in Italia, Marsiglia in Francia, Cirene in Libia od Olbia in Ucraina. Sappiamo, infatti, che l’area di irradiazione degli stanziamenti greci non si limita all’estremità della penisola balcanica, nonché alle coste e alle isole dell’Egeo, ma interessa l’intero bacino del Mediterraneo, disegnando una sorta di ellisse insediativa intorno alle sue acque e a quelle, contigue, del mar Nero. Ragione per la quale, il più delle volte, nel caso delle colonie elleniche non possiamo neppure parlare, agli inizi, di stanziamenti con una reciproca continuità territoriale e con un’adozione di analoghe forme di coesistenza, o di analoghi statuti di relazione, con le limitrofe popolazioni indigene. Infatti, laddove queste ultime furono culturalmente meno evolute, i nuovi venuti imposero loro una sudditanza economica, e talora anche politica; mentre, laddove queste arrivarono col tempo a organizzarsi in robusta compagine statale, essi dovettero prima o poi subirne la pressione e alla fine la diretta aggressione e la conquista. Ulisse, il greco Odisseo, è il modello di riferimento per il navigante-esploratore in plaghe sconosciute, avendolo preceduto nella scoperta di sempre nuove rotte marittime! Come per l’eroe, la grande e quotidiana avventura transmarina ne tempra l’ingegnosità, assicurandogli, giunto a destinazione, i mezzi di sussistenza. Il dato è importante. Infatti, il suolo – per gran parte arido e impervio – dell’area metropolitana, della regione di provenienza, consentiva risorse agricole assai limitate e inferiori alla richiesta legata al tasso di incremento della popolazione. Donde, per le frange sociali più deboli, la necessità stringente dell’emigrazione, e della fondazione di nuove città che sono gemmazioni delle patrie di origine, o metropoli. Le quali, per contraccolpo, nel giro di una o due generazioni, si vedono obbligate dalla nuova realtà sociale a trasformare le proprie strutture economiche legate alla terra in strutture aperte al commercio e all’espansionismo d’oltremare. Fenomeni, entrambi, centrali per la storia della grecità arcaica, destinati a originare la grande spinta della colonizzazione mediterranea, in Oriente e in Occidente, e di converso – come già avvertì il pensiero storico classico – l’instaurazione in patria di regimi tirannici, spesso di segno rivoluzionario.

Elemento comune agli insediamenti greci è sempre la contiguità al mare. L’ellisse ideale che essi disegnano attorno al bacino del Mediterraneo ne interessa solo le coste, con un minimo raggio di estensione nell’entroterra, solo necessario e funzionale alla sopravvivenza quotidiana. Quindi quello dei Greci non è un dominio proiettato alla conquista di regioni continentali, bensì lo sgranarsi di una costellazione di colonie – il più delle volte economicamente strategiche – fondate sempre più lontano, lungo rotte transmarine il cui controllo è loro assicurato da infiniti punti di approdo, che sono gli empòria. I quali, come dice il nome, connotano l’orizzonte commerciale dell’èmporos, cioè del mercante, del quale i coloni ribattono le rotte. Quello di empori, empòria, è un termine elastico e davvero polivalente usato dai Greci a designare basi insediative non sempre stabili, o non sempre caratterizzate da un preciso statuto giuridico, che le distingua nettamente, almeno nelle fasi più antiche del fenomeno colonizzatorio, dalle colonie o apoikìai (è il caso di Pitecusa, che presto incontreremo: infra, cap. I, par. 1.2).

 

L’area di colonizzazione greca

 

La storiografia di età classica non ci conserva frequenti descrizioni degli empòria, e ciò è indice della loro stessa natura precaria. Sfuggono, infatti, a una definizione di carattere generale e sono mutevoli nella loro natura in rapporto sia all’ambiente indigeno sia alle frequentazioni esterne. Sono sì ports of trade, come è stato detto e più volte ripetuto, ossia zone franche, garantite e tutelate da chi detiene la sovranità del luogo e riservate agli scambi con l’esterno, in questo caso con i mercanti greci; ma non sono sempre e solo questo. La loro struttura può presentarsi anche più complessa, oppure più semplice, quale aggregazione spontanea di commercianti ellenici e residenti o commercianti indigeni non sottoposta a particolari forme di signoria e controllo politico, bensì attivata da mere convenienze di rotta, di approdo, di smercio. Seppure disomogenea, la fisionomia degli empori è comunque quasi sempre caratterizzata dalla compresenza di più componenti etniche e dalla stipulazione di taciti accordi che ne governino la convivenza, garantendo la regolamentazione dei commerci ed eventualmente l’esazione dei tributi da parte del potere locale (quando presente o preesistente), responsabile dell’incolumità degli èmporoi greci (o fenici, e levantini in genere, spesso loro affiancati o concorrenti). Di fatto, sono empori tutti gli insediamenti costieri, con componente insediativa ellenica, che non siano classificabili come apoikìai, o non siano in fase di transizione verso assetti coloniali. Ne consegue, in linea di massima, che l’èmporos/mercante sta in forma aleatoria all’empórion in una misura che è direttamente proporzionale al rapporto che, viceversa in forma duratura, si instaura fra l’àpoikos/colono e l’apoikìa. Il che implica una serie di costanti che differenziano o accomunano le esperienze degli uni e degli altri.

Partiamo dagli elementi accomunanti. Medesimo è il sapere geografico e topografico di coloni e mercanti. Si tratta di dottrina sapienziale assimilata in consultazioni e conversazioni intrecciate presso luoghi di precoce e vivace frequentazione comune, come i porti delle città di Eubea e quelli dell’istmo di Corinto, o come il santuario apollineo di Delfi, e qui rifluita – come in una banca-dati sulla percorribilità delle rotte mediterranee – dalla viva esperienza di consumati piloti o di temerari navarchi. Medesima, per gli uni e per gli altri, è poi la spinta all’espansionismo transmarino. L’avventura greca, come per Odisseo, si concreta sempre sul mare, sia per quanti, spinti dalla fame, ricreano una nuova patria in regioni lontane, sia per quanti, spinti dalla sete di profitto, commerciano in contrade sempre più remote. I primi sono i coloni, i secondi i mercanti. Connaturata, per entrambi, è la dimestichezza con il mare, giacché per i Greci, anche in area metropolitana, vicine sono le città disgiunte dall’acqua e lontane quelle separate da percorsi di terra. Innata allo spirito ellenico è l’arte di sopperire con la tecnica alle distanze che si frappongono fra terra e mare.

 

Modello di trireme dell’antica Grecia

 

La spinta all’espansionismo transmarino e la capacità di insediamento, sia stabile sia provvisorio, in regioni lontane sono, sia per coloni sia per mercanti, attitudini favorite non solo dalla padronanza di un mare che è alle porte di casa, ma anche dallo stesso assetto paesaggistico – oltreché geografico e climatico – della penisola ellenica. Infatti, la sua estrema varietà di linee di costa, con sicuri approdi, ma anche con pericolosi speroni rocciosi che si frangono in mare, consente ai primi esploratori greci di riscoprire in contrade remote del Mediterraneo occidentale, della Sicilia, dell’Italia peninsulare, paesaggi familiari, conosciuti da sempre. Veniamo ora agli elementi che differenziano le esperienze di àpoikoi ed èmporoi. I coloni viaggiano essenzialmente per mare; gli èmporoi, i mercanti, per mare e per terra, e comunque per terra viaggiano le loro merci che, tramite una catena ininterrotta di interlocutori economici, e lungo piste carovaniere, pervengono ai più disparati mercati europei, atlantici e danubiani. Gli àpoikoi, i coloni, tentano inoltre l’avventura per stanziarsi definitivamente in una nuova sede, che, a sua volta, è città-stato indipendente, gemmazione autonoma della madrepatria. D’altra parte, pòleis figlie di altre pòleis, le colonie sono comunità sovrane, titolari di un loro proprio ed esclusivo territorio, repubbliche composte da uomini liberi (di norma possessori terrieri) e governate o dominate da un’élite di proprietari più ricchi che si concepiscono e rappresentano come nobili e uguali fra loro. Ma la partecipazione al possesso della terra e alla stessa élite dominante è o diventa, di solito, più larga nelle apoikìai che nelle metropòleis. Di conseguenza, il mondo di valori dei coloni è una miscela di conservatorismo patrio e di radicale innovazione sociale, che è dettata dalla necessità di sopravvivenza in un ambiente per l’innanzi sconosciuto, ma pure favorita dalle più ampie risorse e opportunità che questo offre loro. La loro stessa progenie deriva sovente da matrimoni misti, e la loro lingua parlata si imbastardisce rapidamente per l’acquisizione di sempre nuove espressioni dagli idiomi indigeni. Al contrario, i mercanti tentano l’avventura solo per il profitto. Viaggiano di continuo, da un capo all’altro di rotte transmarine, ovvero lungo impervie vie carovaniere, senza mai fermarsi stabilmente in alcun luogo. La loro tensione è sempre rivolta al ritorno, che a ogni viaggio deve essere di nuovo, faticosamente, riconquistato. In ogni porto, come ogni marinaio che si rispetti, hanno una donna con cui intrattenersi, ma la meta è la casa, cioè l’òikos, dalla quale sono partiti, rallegrata dalla consorte e dai figli.

Differenti sono anche gli eroi di riferimento, gli eroi che accompagnano nei loro viaggi l’àpoikos e l’èmporos. Nell’immaginario del colono dominano gli eroi dei nòstoi, gli eroi greci reduci da Troia, e soprattutto quelli che molto soffrono nella travagliata ricerca di nuove sedi. Egli stesso, sul mare, si affigura di essere un compagno di Odisseo che ne ripercorra avventurosamente le rotte. Medesimi eroi popolano l’immaginario del mercante, e soprattutto quelli che riapprodano in patria con un ritorno, un nostos, funestato da mille peripezie. Ma, con essi, e più di essi, dominano la sua fantasia Eracle e gli Argonauti, le cui gesta eroiche riconducono all’esperienza di esplorazioni terrestri anziché marittime. L’uno è ipostasi di qualsivoglia ardimento umano: sconfigge mostri sia terreni sia infernali, supera le montagne più impervie e invalicabili, civilizza le regioni più rozze e inospitali dell’ecumene, pone, con le celebri sue colonne, un confine all’esplorazione umana. Gli altri, gli Argonauti, sono i leggendari precursori dei molti mercanti che si avviano, o avviano le loro merci, sulle interminabili carovaniere fluvio-terrestri che in lungo e in largo attraversano l’Europa: dall’Adriatico al Mediterraneo occidentale a partire dal delta dell’Eridano/Po, ovvero dal mar Nero all’Adriatico settentrionale a partire dalla foce dell’Istro/Danubio, ovvero ancora dal mar d’Azov al Baltico a partire dalla foce del Tanai/Don.

Abbiamo più volte evocato la figura di Odisseo, e non senza ragione, perché il libro che ne eterna le avventure, l’Odissea omerica, è il grande poema nazionale di un popolo – l’ellenico – che è tanto culturalmente omogeneo quanto politicamente frazionato. Per questo motivo l’Odissea ne riflette l’anelito a ricercare proprio nell’esperienza marinara il marchio di un’identità nazionale, totalizzante e collettiva. La sua pagina è la grande polla cui sempre attingiamo per percepire il mondo, l’ambiente, l’orizzonte, l’ansia esistenziale, nonché l’anelito all’esperienza dell’uomo greco proiettato in avventure transmarine. Questo nostro libro è sulla Magna Grecia, e non è forse un caso che proprio fra Sicilia e Magna Grecia i primi coloni dell’Occidente ancorino – in forma che nei secoli diverrà duratura – le sedi delle avventure di Odisseo, traducendo in reale una geografia che nella pagina omerica è puramente fantastica. Orbene, veri e propri emuli di Odisseo sono, con totale sovrapposizione di ruoli, il colono e il mercante, l’àpoikos e l’èmporos, che tentano la fortuna muovendo alla ventura in terre d’oltremare. Nel mondo antico, infatti, sia il mercante sia il colono sono, alla pari di Odisseo, degli ardimentosi esploratori. La loro ansia esistenziale è la medesima che ogni giorno sperimenta l’eroe. Come il colono, egli è costretto a confrontarsi con genti panelleniche e spesso ostili. Come per il mercante, le sue soste in terre lontane, anche se prolungate, sono solo occasionali; il suo spirito anela al ritorno in patria, al nostos. La superiorità sui popoli del continente dell’esploratore greco, colono o mercante, è rappresentata, come per Odisseo, dall’esperienza nautica e marinara.

 

Il viaggio di Odisseo

 

Cosa dice l’eroe parlando dei Ciclopi? Dice che essi sono rozzi e primitivi perché è loro estranea la conoscenza del mare e delle navi, come riferisce l’Odissea (IX vv. 125-129): Non hanno, i Ciclopi, navi dalle prore dipinte di rosso, / non carpentieri che costruiscano / le navi dai solidi banchi, capaci di andare, volta a volta, / nelle città degli uomini; così come, spesso, / recandosi gli uni dagli altri, gli uomini attraversano il mare. Cosa dice Tiresia profetizzando all’eroe il suo ultimo viaggio per terra? Dice che egli dovrà giungere in un altro mondo. Cioè presso genti che non conoscono il mare, il remo e il sale, come riferisce ancora l’Odissea (XI vv. 121-125): Prendi allora il remo e rimettiti in viaggio, / fino a che giungerai presso genti che non conoscono il mare, / da uomini che non mangiano cibi conditi col sale, / che non conoscono navi dalle prore dipinte di rosso, / né gli agili remi che sono ali alle navi. Le società ignare di cosa sia una nave sono condannate a rimanere al di fuori delle relazioni umane. Questa, sui popoli del continente, la superiorità del colono e del mercante; questa la molla che li spinge all’avventura transmarina in contrade lontane, e in primo luogo – quando ancora remotissimi ne erano gli orizzonti – nelle terre di quella che diventerà l’Italia greca, la Megale Hellàs».

Invece nella presentazione dell’opera da parte dell’editore il medesimo dichiara che: «L’area di irradiazione degli stanziamenti greci, che proliferano fra VIII e VI sec. a.C., interessa l’intero bacino del Mediterraneo, ma la fondazione di nuove città-stato assume un rilievo del tutto particolare nel Meridione della penisola italiana (Calabria, Basilicata, Campania e Puglia ionica). Qui le società coloniali elleniche raggiungono, specialmente nel VI e nel V secolo (e in parte ancora nel IV), un grado straordinario di fioritura economica e culturale, realizzando forti ambizioni di dominio politico, territoriale, egemonico. La nozione di Megale Hellàs, Magna Grecia, nasce proprio in riferimento ai livelli di civiltà, ricchezza, potenza, splendore artistico e intellettuale raggiunti e poi perduti dai Greci dell’Italia, nel corso di una complessa evoluzione storica, parallela a quella della Sicilia ellenica. Il libro ne ripercorre, dall’età arcaica alla conquista romana, la lunga parabola di progressiva ascesa e malinconica decadenza».

Si ritiene che quanto detto sia nell’introduzione dagli autori sia nella presentazione del saggio da parte dell’editore abbia spiegato a sufficienza scopi e finalità del libro preso in esame. Di grande utilità risultano l’indice dei nomi, la bibliografia e le due cartine. Un volume meritevole di notevole attenzione che si consiglia di leggere e/o regalare a coloro che sono interessati alla Storia dell’antica Grecia ed in particolare alla genesi, sviluppo e decadenza della Magna Grecia.

 

Titolo: La Magna Grecia

Autori: Lorenzo Braccesi e Flavio Raviola

Editore: Il Mulino

Pagg.  209

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